Manifesto politico e documento organizzativo

Sabato 24 giugno si è svolta a Firenze “Piazza del Popolo”, la prima Assemblea Nazionale di Senso Comune. È stato un momento di gran entusiasmo in cui quasi 80 persone provenienti da tutta Italia si sono radunate per il battesimo di Senso Comune come movimento-associazione. Di seguito pubblichiamo il manifesto politico e il documento organizzativo preparati nei giorni precedenti all’Assemblea.

MANIFESTO POLITICO 

Introduzione

Senso Comune si è costituito nel novembre 2016 come spazio di riflessione sul populismo democratico, rivendicando una differenza irriconciliabile rispetto alla rappresentanza politica nelle sue attuali coordinate di sinistra, centro e destra. Postulando la necessità di una rottura con le pratiche, il vocabolario e le suggestioni culturali in voga, ci siamo rivolti laicamente a tutti coloro che vedono nella politica uno strumento per imprimere una trasformazione profonda della società e un approfondimento radicale della democrazia.

Nel corso di questi mesi, abbiamo sviluppato ed esteso il raggio del nostro laboratorio, coinvolgendo diverse centinaia di persone. Attraverso la presentazione del nostro manifesto per tutta la Penisola, un’attività di propaganda costante sui social media e un approfondimento delle nostre riflessioni sul blog, siamo riusciti a cementare un nucleo capace di abbozzare i primi elementi di una messa in questione complessiva della società odierna, tracciando al contempo i lineamenti di un ordine alternativo.

Crediamo che la nostra scommessa sia pronta per un salto di qualità. Proponiamo quindi di trasformarci in un’associazione-movimento, con la missione di estendere quel nucleo e i suoi compiti. Politicizzare le rivendicazioni di giustizia, uguaglianza e decenza che permangono latenti nel nostro Paese, dargli uno sbocco simbolico adeguato, affinare i ragionamenti sulle svariate tematiche inerenti alla trasformazione socio-politica sono solo alcune delle sfide più importanti che abbiamo di fronte.

In tal senso, avanziamo qui una serie di punti da cui far partire la discussione e che siamo convinti debbano caratterizzare la nostra identità come soggetto politico che irrompe nello scacchiere italiano. La nostra scommessa è quella di mettere a soqquadro le identità già esistenti: un atto fondativo che si prefigge di inoculare i semi di una nuova storia politica rivolta al futuro. Non un partito per ora, nella convinzione che debbano prima maturare le condizioni adatte, ma un rigeneratore culturale e politico capace di tracciare un orizzonte mobilitatore ed aggregante di tutti i settori subalterni.

Costruire popolo!

La società non esprime un desiderio di più sinistra. Gli eventi traumatici che vive l’Italia in questo periodo storico – crisi economica, perdita del potere di acquisto dei ceti medi e bassi, aumento della povertà, flessibilità lavorativa, corruzione dilagante, sgretolamento del senso di comunità, svuotamento della democrazia e della sovranità popolare – non si traducono automaticamente in una richiesta di bandiere rosse. Crediamo in tal senso che l’insistenza su feticci come l’unità della sinistra o la difesa della Costituzione del 1948 manchi completamente il bersaglio.

Il disagio sociale si esprime oggigiorno attraverso canali, metafore ed organizzazioni estranee alla sinistra, in entrambe le sue varianti, quella liberale e quella radicale. Proprio per questo, un progetto politico che si rifà a quel bagaglio simbolico – e all’unione delle sue propaggini – non fa altro che rivolgersi a un settore di “convertiti” sempre più esiguo. Se la sinistra liberale si acquieta nella gestione dell’esistente nel tentativo di neutralizzarne gli elementi conflittuali a favore dei settori che detengono il potere economico e politico, la sinistra radicale continua a mettere in campo un’operazione anti-egemonica: invece di ambire alla totalità, si trincera nella parte.

Diverse ragioni spiegano l’incapacità della sinistra di assolvere a quel compito che fu nel passato patrimonio dei movimenti socialcomunisti. Dopo l’89, si è considerata finita la fase storica otto-novecentesca della rappresentanza degli interessi sociali e le forze politiche si sono dedicate a svolgere il compito assegnato loro dal sistema neoliberale. Alternandosi al governo, tanto le forze di destra quanto quelle di sinistra hanno fedelmente incarnato il ruolo di garanti dello status quo, abbandonando pressoché ogni riferimento alle classi medie e subalterne. In questa apparente dialettica democratica, ai governi trasformistici della sinistra della Terza Via è toccato l’abbandono della rappresentanza politica del conflitto sociale, cui ha corrisposto l’assolvimento del compito “istituzionale” di selezionare il personale tecnico più competente e politicamente allineato ai dettami della globalizzazione neoliberale, sotto le insegne di un mito tecnocratico pervasivo. Al contempo, anche la sinistra radicale è responsabile del divorzio tra democrazia e conflitto in Italia. La residualità e l’impoliticità dei settori della sinistra radicale, che agitano il conflitto al di fuori di un disegno popolare organico, hanno fatto sì che la sinistra venisse percepita dai più come un’élite benpensante che non è in grado di parlare la lingua delle maggioranze e di interccettarne le istanze.

Sull’altro lato, la risposta della destra, che ha egemonizzato il potere e il discorso politico dalla metà degli anni ’90 fino a pochi anni fa, si è svolta anch’essa tutta all’interno del campo neoliberale, deviando il malcontento su falsi obbiettivi interni agli stessi ceti popolari. Puntando su una frammentazione della popolazione in una miriade di interessi contrapposti, la destra ha strategicamente spinto sulla divisione dei ceti medi tra nuovo lavoratore “autonomo” e vecchio dipendente, tra nativo e straniero. Così facendo, la società ne è risultata disintegrata, con un aumento dei livelli di subalternità: in altre parole, la destra ha costruito linee di fratture basate non sul rapporto alto/basso, ma orizzontalmente all’interno dello stesso corpo sociale. Da una parte spingendo sulla contrapposizione dentro il processo economico e produttivo nel caso della destra berlusconiana, dall’altra rinnovando una nozione di comunità escludente, razzista e aggressiva, nel caso di Lega Nord e Fratelli d’Italia. In entrambi i casi, il risultato perseguito in maniera convergente è stata la divisione dei gruppi sociali popolari, che si sono poi trovati a fronteggiare la crisi e l’impoverimento successivo nelle peggiori condizioni e privi della necessaria unità.

Il M5S a sua volta si è fatto strada cavalcando la crisi, puntando su una riunificazione della popolazione attraverso un discorso moralistico, tutto chiuso anch’esso dentro il neoliberalismo, incapace di schierarsi da una parte o dall’altra nella battaglia di interessi economici e sociali contrapposti. Di fatto, il tentativo di riunificazione si è già rivelato effimero, ben lontano dal mettere in discussione gli assetti strutturali di potere economici e politici esistenti, che non sono all’ordine del giorno di Grillo & Co., più interessato a giocare una partita per il potere fine a se stessa.

Crediamo quindi opportuno mantenere le debite distanze rispetto a tutti gli attori che si muovono all’interno del perimetro conosciuto. L’articolazione che ci proponiamo non è quindi quella tra ceti dirigenti ormai privi di séguito, bensì quella delle maggioranze sociali uscite sconfitte dalla crisi, a cominciare dai giovani che si sobbarcano tra un lavoro precario all’altro, gli sfrattati dalla riforma della Fornero, i disoccupati, quelli che vedono il proprio territorio piegato a interessi privatistici e più in generale tutti coloro che faticano ad arrivare alla fine del mese. La nostra missione è quella di trovare un minimo comune denominatore per tutti gli sfruttati di oggi e costruire insieme un orizzonte di emancipazione a partire dalle domande sociali che sono sistematicamente evase dalle istituzioni. Nel Paese esiste inoltre ancora una pluralità di strutture, complesse o semplici, di tipo associazionistico, dai sindacati attestati (quando va bene) su risposte meramente difensive, sempre più frammentati nei singoli luoghi di lavoro e smarriti rispetto al panorama futuro, alle tante organizzazioni che esprimono rivendicazioni particolari, siano esse associazioni strutturate o comitati, a cui è giunto il tempo di proporre nuove coordinate di riaggregazione all’insegna di un processo di cambiamento e di estensione in senso radicale della democrazia. Costruire popolo significa oggi mettere in piedi uno processo politico trasversale dal quale muovere alla conquista della società civile nelle sue varie articolazioni e alla riunificazione dei segmenti di popolazione disintegrata. Solo mettendo insieme le domande insoddisfatte sulla strada di un’egemonia discorsiva, saremo capaci di farci senso comune per lanciare l’assalto al XXI secolo.

Perché riscattare la patria

Troviamo che un progetto come il nostro debba rendere centrale il riferimento alla patria e, in generale, alla simbologia e mitologia dell’identità collettiva nazionale. Ciò deve avvenire resignificando la nozione di patria come un luogo aperto, di integrazione e di rispetto e di protezione dalla “violenza” dei mercati globali. Non più, dunque, una concezione esclusiva, un discorso di stirpe, ma un amore per l’ambiente e i luoghi che si traduce in un’attenzione per il benessere sostaziale verso tutti quelli che li abitano. Una concezione, inoltre, che fa leva sul sentimento di indignazione nei confronti delle ingerenze che il nostro Paese è sempre più spesso costretto a sopportare. Fare riferimento alla patria, quindi, significa anche reclamare il recupero di quella sovranità popolare – ossia la possibilità che siano gli italiani a decidere del proprio destino – sottratta dalle imposizioni europee.

D’altro canto, l’unificazione sostanziale del Paese è un compito rimasto per molti versi incompleto sin dal Risorgimento e la cementazione di un sentimento solidale e comunitario è un nodo ineludibile per un progetto populista. La riduzione delle differenze socio-economiche tra Nord e Sud, l’integrazione dei territori, la costruzione di un immaginario collettivo che cementi la fratellanza, l’esaltazione delle differenze locali come tesoro nazionale inestimabile: sono questi alcuni dei capisaldi della nostra concezione di patria. Per noi quest’ultima non è dunque un luogo di esclusione e di gerarchie, ma lo spazio in cui avviare un percorso di rettificazione delle ingiustizie e di riappropriazione delle istituzioni da parte dei settori sociali più umili. In ultima istanza, il tema della patria è il tema dello spazio concreto di articolazione della democrazia e della sovranità popolare.

Crediamo altresì che lo Stato rimanga il detentore di un capitale simbolico e politico capace di incidere fortemente sulla realtà socio-economica. Non è un caso che quando i mercati finanziari entrano in crisi, l’apparato statale venga chiamato in causa per tenere in piedi il “sistema” (si veda la crisi dell’autunno 2008 o la BCE che finanzia a costi bassissimi le grandi imprese multinazionali). Oggi, rivendicare democraticamente “sovranità” e “patria”, sottraendole all’avversario, non significa chiudere i confini dello Stato-nazione e tener fuori stranieri e migranti, a tutti gli effetti parte integrante delle classi popolari escluse ed emarginate; tale rivendicazione parte dalla convinzione che il livello aggregativo minimo per consolidare un nuovo blocco storico, con un profondo radicamento popolare e un’ampia capacità di mobilitazione, non può che essere lo Stato; nonché dalla consapevolezza che la sovranità economica e politica è una condizione necessaria (per quanto non sufficiente) per l’affermazione della sovranità popolare. Il che non implica l’abbandono di una prospettiva internazionalista, semmai il suo opposto, cioè l’avvio di un processo di costituzione reale di un internazionalismo effettivo e non di facciata, centrato sulle comunità e la solidarietà, e su un’agenda politica che muova dalla questione sociale.

La dimensione europea

Le classi dirigenti del vecchio continente utilizzano massicciamente il mantra europeista per giustificare la cessione di pezzi di sovranità a entità sovranazionali e intergovernative, quale è l’Unione Europea. Questo dispositivo è funzionale allo svuotamento degli istituti democratici, cioè all’eliminazione del demos di riferimento, per l’apprestamento di un sistema istituzionale oligarchico, che esclude qualsiasi alternativa a se stesso.

La nostra convinzione è che l’UE sia un progetto troppo sedimentato per poter essere “democratizzato”. I suoi meccanismi istituzionali sono stati costruiti escludendo la possibilità di un cambiamento reale della sua politica oligarchica e depredatrice. In tal senso, crediamo che un tentativo per avviare un cambiamento della sua natura possa anche essere fatto come gesto di buona volontà, ma che rischi di risultare velleitario se non è accompagnato da un progetto alternativo. Come già abbiamo visto nel caso greco, le belle intenzioni e i fini ragionamenti non bastano: stiamo parlando di poteri attrezzatissimi per la difesa del privilegio delle élite. Per questo, crediamo importante cimentarci con tutti gli scenari che si aprirebbero qualora la difesa della democrazia venisse ostacolata dalle istituzioni europee.

Al contempo, ci rendiamo conto che l’ostilità nei confronti dell’Unione Europea non è maggioritaria nel Paese. Serpeggia sì un senso di sfiducia nei confronti delle sue istituzioni, ma di intensità ancora limitata. Il peso delle istituzioni europee sulla realtà che vive il Paese non è oltretutto percepito in maniera così netta. Senso Comune non vuole diventare un movimento mono-tematico o semplicemente protestatario, bensì aderire in maniera dinamica e dialettica al sentire delle masse, attraverso un rapporto di costante retroalimentazione. Per questo, la nostra critica alle istituzioni europee deve andare di pari passo a una politicizzazione progressiva delle istanze sociali ed economiche più dirimenti.

D’altronde, l’Europa rimane un piano privilegiato che non va cancellato, ma ricostruito su linee diverse da quelle attuali. L’Europa dei mercati va infatti sostituita da un’Europa dei popoli e della solidarietà che rimetta al centro la questione sociale. Senso Comune si propone di elaborare dei modelli di integrazione europei – e in particolare euromediterranei – alternativi alla UE che restituiscano sovranità lì dove la sua cessione ha avuto conseguenze socio-economiche nefaste e comportato un deficit democratico, ma mantenendo una forte cooperazione su aree di interesse continentale ineludibili.

Un populismo serio

Senso Comune fa sul serio. Fare sul serio vuol dire in primis mantenere un atteggiamento di decenza, di rettitudine, di onestà intellettuale, rigettando arrivismi e personalismi, così come qualsiasi atteggiamento razzista, fascista, omofobico e sessista. Per noi, inoltre, i diritti civili e umani sono conquiste di civiltà che ci prefiggiamo di difendere senza sconti e di approfondire il più possibile.

Fare sul serio vuol dire però anche un’altra cosa. Dopo aver generato una riflessione puramente teorica sul populismo, abbiamo deciso che è arrivato il momento di iniziare a incarnare concretamente quella tensione conflittuale che fino ad ora abbiamo solo prospettato a parole. Questo vuol dire che la riflessione astratta sul populismo continuerà a ricoprire la sua importanza, ma cederà progressivamente il passo alla pratica vera e propria. Una pratica che non si incentri unicamente sulla pars destruens, ma anche su quella costruens, nella convinzione che è solo la proiezione di un orizzonte di società concreto, dettagliato e tremendamente serio possa fare breccia e distinguerci dai populismi escludenti, di destra o ambigui. La nostra bussola è quindi quella di agire populisticamente ed egemonicamente al contempo: è solo prospettando un ordine al posto del caos che la nostra proposta potrà essere davvero seducente.

DOCUMENTO ORGANIZZATIVO 

Introduzione 

Senso Comune è nata a partire da un manifesto per un populismo democratico lanciato nel Novemebre 2016 che ha raccolto 300 firme di sostegno. A partire da quel manifesto si è sviluppato un periodo di dibattito attorno all’idea di una nuova politica ispirata alle innovazioni introdotte da Podemos in Spagna, da Bernie Sanders negli Stati Uniti, e da Jeremy Corbyn in Gran Bretagna. I promotori del manifesto hanno condotto una serie di presentazioni in tutto il paese, chiamato Giro d’Italia, per portare le idee in diversi luoghi e conoscere persone affini. Nel frattempo una discussione si è sviluppata in parallelo sul gruppo Facebook, con decine di interventi ogni settimana, sui temi più disparati.

Quando abbiamo lanciato l’iniziativa non immaginavamo avrebbe avuto un riscontro così forte seppur nella nostra microbolla sociale. Abbiamo scoperto che c’erano tante persone che la pensavano come noi, disilluse rispetto alla politica esistente, incazzate nere con una “sinistra” che le ha tradite mille volte (e vuole continuare a farlo), ma anche speranzose che anche in Italia come in tanti altri paesi sia possibile costruire qualcosa di nuovo.

A questo punto ci rendiamo conto che non è sufficiente continuare semplicemente a discutere le cose tra di noi. Dobbiamo far arrivare le nostre idee e le nostre proposte fuori dal gruppo iniziale. E per fare questo abbiamo bisogno di strutturarci meglio, di organizzare il lavoro che facciamo assieme.

Ma che tipo di organizzazione vogliamo costruire? Fino ad ora ci siamo definiti come pensatoio. Vogliamo continuare su questo cammino? Vogliamo fare un partito? Vogliamo fare un movimento sociale? Un movimento culturale? Vogliamo fare battaglia culturale, sociale, politica?

Il gruppo di promotori e tante persone nel gruppo di discussione che hanno partecipato alla discussione preparativa negli ultimi mesi sembrano essere d’accordo su una serie di punti che vale la pena sintetizzare qui.

  1. Siamo in una situazione di grave emergenza, perché la crisi non è solo economica né passeggera. È una crisi multi-dimensionale, economica, sociale, politica e geo-politica. Di fronte a questa crisi l’Italia è come la famosa “nave senza nocchiero in gran tempesta” di Dante. La classe politica, la “sinistra”, ma anche i movimenti sociali, sembrano incapaci di dare una guida. I 5 Stelle, l’unica forza che si era proposta come anti-sistema, ha già dimostrato la sua insufficienza, e il fatto che è ben disposta ad un’alleanza con pezzi di sistema, e con la destra più becera (vedi Salvini).
  1. Attraversiamo non solo una momento difficile ma anche una fase di grande speranza a livello internazionale, perché vediamo l’emergere di una nuova politica progressista che sa affrontare questa situazione di emergenza, da nuovi movimenti come gli Indignati e Occupy, a nuove formazioni politiche come Podemos, candidati come Bernie Sanders, Jeremy Corbyn e Jean-Luc Melénchon. Questi fenomeni ci danno motivo per sperare, visti da un contesto italiano in cui invece i motivi per l’ottimismo sembrano scarseggiare.
  1. Vogliamo che anche in Italia parta quel populismo democratico che abbiamo visto crescere in altri paesi, e che poco a poco sta cominciando a raccogliere i primi frutti, con politiche a favore degli interessi dei cittadini. Ma siamo consci del fatto che siamo ancora pochi e deboli e che come gruppo non possiamo da soli scatenare un cambiamento di questo tipo. Ci chiediamo dunque che cosa possiamo fare. Come visto nel gruppo di discussione negli ultimi mesi, per alcuni dobbiamo continuare a fare lavoro di pensatoio e battaglia culturale, per altri dobbiamo anche cominciare a esplorare altre possibilità come il sostegno a candidati e campagne affini.

Dunque che fare? E soprattutto come farlo?

La proposta di questo documento guida è che Senso Comune deve in questa fase svilupparsi come una campagna di battaglia sociale e culturale permanente che aiuti a cambiare il modo di pensare e di fare politica, che metta assieme persone e idee per la costruzione di una politica popolare. Questo non è perche non pensiamo che siano necessari partiti. Ma perché vediamo già troppi partitini messi su dalla sera alla mattina, che si contendono il fantomatico 3% e siamo consci che non abbiamo le risorse umane e materiali per costituire un movimento politico. Pensiamo che data la nostra formazione e le nostre competenze possiamo contribuire a fare un lavoro di più lungo periodo: costruire un movimento di opinione attorno alla visione di un populismo democratico, che contribuisca a creare le condizioni necessarie anche per una trasformazione dello spazio politico.

La Spagna, gli Stati Uniti, la Francia e molti altri paesi ci hanno insegnato che le cose non cambiano finché non c’è un movimento popolare che crea uno spazio per una politica nuova. In Italia quel ruolo è stato in parte svolto dal Movimento 5 Stelle a cui bisogna riconoscere grandi meriti, ma anche grandi demeriti

Immaginiamo Senso Comune come un organizzazione piattaforma, uno spazio comune dentro cui si sviluppano diverse iniziative e gruppi di lavoro diversi. Dobbiamo continuare a fare lavoro culturale, l’aspetto in cui fino ad ora abbiamo prodotto di più, sviluppando pubblicazioni, e-book, articoli e prodotti video, che contribuiscano a trasformare il dibattito politico. Vogliamo cominciare anche a fare campagne sociali su alcuni temi chiave in cui i sostenitori di Senso Comune si identifichino, dalla disoccupazione, alla difesa dei servizi pubblici, il recupero della sovranità popolare, e la conquista dell’uguaglianza economica, sociale e politica. Possiamo anche immaginare un possibile sostegno a candidature o campagne politiche a noi affini, se ad esempio in Italia venisse fuori una candidatura come quella di Melénchon in Francia o Sanders negli Stati Uniti. Ma i raduni, gli appelli, le federazioni raccogliticce degli scissionisti di sinistra, non ci interessano e non ci vedranno MAI partecipi.

Cosa faremo su questi tre fronti 1. battaglia culturale, 2. battaglia sociale, 3. battaglia politica lo decideremo assieme. Ma quello che conta in questo frangente è mantenere aperte le possibilità  del nostro gruppo, considerando di volta in volta il modo in cui possiamo contribuire a costruire quel paese più libero e più giusto di cui si parlava nel Manifesto di Senso Comune lanciato nel novembre 2016. Dunque partiamo come pensatoio, e dalla battaglia culturale, aspetto fondamentale per cambiare le cose nel lungo periodo e creare le condizioni per l’emergere di nuovi soggetti politici che non siano la raccolta di una classe dirigente di sinistra verso cui nutriamo solo sfiducia. Ma abbiamo l’ambizione di trasformare Senso Comune in un movimento che possa mobilitare di volta in volta i suoi sostenitori su campagne, domande e iniziative che siano coerenti ai nostri obiettivi.

Un’organizzazione aperta

Che organizzazione costruire? Non siamo più nel Novecento, nel tempo delle grandi organizzazioni fordiste, a integrazioni verticali dove o eri dentro al 100% o eri fuori. Siamo in un tempo di estrema complessità e frammentazione e bisogna dunque costruire organizzazioni che rispondano a questa situazione sociale. Per cambiare la politica Senso Comune deve essere un’organizzazione aperta e non settaria. Un’organizzazione che non chieda ai propri sostenitori di aderire a un credo politico totalizzante. Ma questo non vuol dire certo essere aperti a tutti e chiunque. Significa accettare il fatto che diverse persone portano con se precedenti legami associativi, che non si può chiedere di rescindere. Significa capire che se si vuole cambiare veramente le cose bisogna aggregare individui (piuttosto che gruppi) di provenienza profondamente diversa. Ciò che conta è che Senso Comune non è e non sarà mai un’alleanza di gruppi e gruppetti. Pensiamo che la tendenza a creare tali alleanze nei movimenti o in liste come la sciagurata Sinistra Arcobaleno siano l’esempio più lampante di quello che non bisogna fare.

Piuttosto Senso Comune è un’insieme di individui che a dispetto delle loro differenze condividono l’adesione a una serie di principi basilari: la democrazia, la sovranità popolare, l’autodeterminazione e l’uguaglianza economica, sociale e politica. A alcuni potranno sembrare principi su cui tutti dovrebbero essere d’accordo. Purtroppo non lo sono affatto, specie a sinistra dove sia i centristi che i radicali hanno abbracciato il modello dell’economia neoliberista, il modello di un’integrazione europea centralista e anti-democratica ed un individualismo becero.

Oltre all’adesione a questi principi basilari, criteri positivi per l’adesione a SC, pensiamo siano necessarie alcune linee rosse minime.

  1. La non-appartenenza a organizzazioni che perseguono obiettivi in evidente contrasto con quelli di Senso Comune, organizzazioni di ispirazione regressiva e anti-egualitaria (ovvero che nega uguali diritti a tutti gli individui independentemente da loro classe, genere, etnia, età, religione, preferenze sessuali) – che sia essa fascista, razzista, sessista o omofoba – e pure a organizzazioni e formazioni politiche che difendono il sistema economico neoliberista. Insomma che tu sia un iscritto di Forza Nuova o al Partito Democratico, non sei il benvenuto.
  2. L’adesione a principi minimi di comportamento. Quindi non accettiamo partecipanti che esprimano opinioni razziste, sessiste, fasciste, o che difendano il sistema economico esistente o persone che con il loro comportamento vengano meno a requisiti minimi di rispetto verso gli altri, e verso l’organizzazione attraverso insulti, minacce, etc.

Questi sono principi minimi per noi. Perché  non ci può essere alcuna apertura se non ci sono prima delle chiare linee rosse e delle regole su come si sta insieme. Per il resto pensiamo che la nostra organizzazione debba essere aperta a iscritti di ispirazione differente, non solo a persone che si professano di “sinistra”.

Un’organizzazione democratica

L’idea fondante di Senso Comune è il populismo democratico, un populismo che sia alleato e non nemico della democrazia. Nella nostra analisi la crescente diseguaglianza del nostro paese affonda le radici nella crisi della democrazia. Ma non c’è modo di affrontare la crisi della democrazia a livello istituzionale se prima non affrontiamo il problema della democrazia dentro le organizzazioni, a partire dalle organizzazioni di cui non facciamo parte.

Questo tuttavia non significa secondo noi pensare – come hanno fatto nel passato diversi movimenti di ispirazione anarchica e libertaria – che si possano del tutto eliminare forme di di leadership e di rappresentanza. Piuttosto significa cercare di rendere queste forme di rappresentanza per quanto possibile trasparenti e al tempo stesso rendere i processi aperti il più possibile all’intervento dei partecipanti.

Fino a questo punto Senso Comune è stata gestita da un comitato di promotori che include i primi firmatari del manifesto e altri partecipanti che si sono andati ad aggregare poco a poco. Nel futuro vorremmo che questi incarichi vengano decisi dagli iscritti in maniera democratica dagli iscritti.

A questo scopo:

  • Vogliamo costitutire Senso Comune come un’associazione.
  • Invitiamo tutti i sostenitori del progetto, a partire dai firmatari del manifesto a iscriversi all’associazione Senso Comune, versando un contributo di 10 euro. I sostenitori formeranno parte dell’assemblea dell’associazione
  • Proponiamo che l’attuale comitato di promotori continui nella sua forma attuale non oltre Dicembre 2017, passando poi le consegne a una direzione dell’associazione
  • Proponiamo che in futuro la direzione venga eletta dai sostenitori di Senso Comune
  • Proponiamo pure che Senso Comune lanci una sperimentazione su democrazia digitale che permetta agli iscritti di partecipare alla vita dell’associazione in diverse forme, proponendo nuovi progetti e campagne, e fornendo idee per iniziative e campagne già esistenti. Questa dovrà essere sviluppata coerentemente alle necessità dell’organizzazione e evitando di sovraccaricarla di proceduralismi inutili e controproducenti
  • Pensiamo che quest’associazione avrà successo solo se gli iscritti decideranno in prima persona cosa vogliono fare e come vogliono partecipare, prendendosi essi stessi carico di sviluppare campagne e iniziativa in forma autonoma. Non chiederti cosa Senso Comune deve fare, chiediti cosa puoi fare con Senso Comune. O c’è protagonismo della base o non si va da nessuna parte
  • Pensiamo infine che sia necessario che l’associazione debba essere mantenuta il piu’ possibile leggera, per evitare di incappare in quella tendenza alla burocratizzazione e alla formalizzazione che è stata la morte di tante iniziative politiche nel passato. Formare un’associazione ci serve per avere una riconoscibilità e per avere forme trasparenti di rappresentanza e di gestione, raccogliere fondi, etc. Ma per il resto Senso Comune deve essere più un movimento che un’organizzazione formale
  • La direzione potrebbe contare tra i 10 e i 20 membri con un’adeguata rappresentanza di genere e di diverse aree geografiche
  • Oltre al coordinamento sarà necessario organizzare vari comitati/gruppi di lavoro tra cui
    • Social media
    • Progetto video
    • Eventi/Territorio
    • Tesoreria/raccolta fondi
    • Internazionale
  • Proponiamo che il coordinamento venga rinnovato ogni anno, almeno in questa fase iniziale.

Un’organizzazione di servizio

Senso Comune deve essere un’organizzazione di servizio se vuole tener fede al proprio obiettivo di costruire “un paese più libero e più giusto” come proposto nel manifesto per un populismo democratico. Questo significa capire in che modo possiamo contribuire alla costruzione di un movimento più ampio come quello che hanno visto la Spagna con gli indignati o gli stati uniti con Occupy Wall Street.

Sin da subito ci sono una serie di iniziative in cui Senso Comune si può impegnare per dare un contributo alla rigenerazione culturale e sociale del paese. Nella prima fase pensiamo che il nostro contributo di servizio possa essere fatto soprattutto a livello culturale

  • organizzando una scuola estiva ed altri momenti di formazione mirati ai sostenitori ma aperti anche a individui e altre associazioni i cui scopi non siano in contrasto con la missione di Senso Comune
  • avviando una sperimentazione con forme di comunicazione digitale e di deliberazione online i cui risultati e strumenti prodotti siano aperti e a disposizione della cittadinanza, al contrario di quanto succede con altre simili iniziative che hanno carattere proprietario e non trasparente
  • sostenendo campagne e iniziative di altre associazioni che riteniamo in linea con gli obiettivi della nostra associazione
Share