Nancy Fraser: «Per un nuovo populismo progressista»

La lettura del mio saggio da parte di Johanna Brenner non coglie la centralità del problema dell’egemonia. Il punto centrale è che il capitale finanziario ha raggiunto il dominio odierno, oltre che con la forza, anche attraverso il “consenso”, come lo chiama Gramsci. Forze che favoriscono la finanziarizzazione, la globalizzazione delle imprese e la deindustrializzazione sono riuscite a conquistare il Partito Democratico statunitense, ho affermato, perché hanno presentato queste politiche, palesemente contrarie ai lavoratori, come progressiste. I neoliberisti hanno conquistato potere ammantando il loro progetto in una nuova etica cosmopolita, che privilegia la diversità, l’emancipazione delle donne, e i diritti LGBTQ. Adescando chi professa questi ideali, i neoliberisti hanno forgiato un nuovo blocco egemonico, che ho battezzato neoliberismo progressista. Nell’identificare e analizzare questo blocco, non ho perso di vista il potere del capitale finanziario, come mi rimprovera Johanna Brenner, ma ho tentato di spiegare la sua supremazia politica.

L’ottica dell’egemonia fa luce anche sulla posizione dei movimenti nei confronti del neoliberismo. Invece di isolare collusi e cooptati, mi sono concentrata sul diffuso slittamento dall’uguaglianza alla meritocrazia nel pensiero progressista. Negli ultimi decenni, questo pensiero ha sovraccaricato la comunicazione e ha influenzato non solo le femministe liberali e i sostenitori della diversità, che ne hanno abbracciato con consapevolezza l’etica individualista, ma ha influenzato anche molti all’interno dei movimenti. Anche quelle che Brenner chiama femministe del “social welfare” hanno trovato nel neoliberismo progressista elementi in cui identificarsi, e hanno chiuso un occhio sulle sue contraddizioni. Ciò non significa dar loro la colpa, come sostiene Brenner, ma chiarire come funziona l’egemonia, cioè attirandoci e seducendoci, al fine di capire come meglio costruire una controegemonia.

Quest’idea è il canone di valutazione delle sorti della sinistra dagli anni ottanta ad oggi. Rivisitando questi anni, Johanna Brenner esamina una mole impressionante di attivismo di sinistra, che lei appoggia ed ammira al pari di me. Ma l’ammirazione non viene meno quando si osserva che l’attivismo non è assurto ad una controegemonia. Non è riuscito a presentarsi come un’alternativa credibile al neoliberismo progressista, né a sostituire i “noi” e i “loro” del neoliberismo con dei propri “noi” e “loro”. Il perché richiederebbe un lungo studio, ma una cosa è chiara: restii alla sfida frontale con le varianti progressiste-neoliberiste del femminismo, dell’antirazzismo e del multiculturalismo, gli attivisti di sinistra non sono mai stati in grado di raggiungere i “reazionari populisti” (vale a dire, i bianchi della classe operaia industriale), che hanno finito per votare per Trump.

Bernie Sanders è l’eccezione che conferma la regola. La sua campagna elettorale, con tutte le imperfezioni del caso, ha contestato direttamente le linee consolidate di separazione politica. Ha preso di mira “la classe dei miliardari”, ha teso la mano ai derelitti del neoliberismo progressista, si è rivolta alle comunità che si aggrappano al loro tenore di vita da “classe media”, le ha considerate alla stregua di vittime di una “economia truccata”, che meritano rispetto e possono fare causa comune con altre vittime, molte delle quali non hanno mai avuto accesso ai posti di lavoro della “classe media”. Nel contempo, Sanders ha strappato via una buona fetta di coloro che gravitavano verso il neoliberismo progressista. Anche se sconfitto da Hillary Clinton, Sanders ci ha indicato la strada verso una controegemonia possibile: ci ha fatto intravedere, invece dell’alleanza progressista-neoliberista fra finanziarizzazione ed emancipazione, un nuovo blocco “progressista-populista” che unisce emancipazione e protezione sociale.

A mio parere, nell’era di Trump la scelta di Sanders resta l’unica strategia onesta e vincente. A coloro che adesso si mobilitano con la bandiera della “resistenza”, suggerisco il contro-progetto della “correzione di rotta”. Invece di ostinarsi nella definizione progressista-neoliberista di “noi” (progressisti) contro “loro” (i “deplorevoli” partigiani di Trump), questo contro-progetto ridisegna la mappa politica, e fa causa comune con tutti quelli che l’amministrazione Trump si accinge a tradire: non solo gli immigrati, le femministe, e le persone di colore che gli hanno votato contro, ma anche quegli strati della classe operaia della “Rust Belt” e del Sud che hanno votato per lui. Johanna Brenner mi rinfaccia di dissolvere la “politica dell’identità” nella “politica di classe.” Al contrario, la questione è identificare chiaramente le radici comuni delle ingiustizie di classe e di status nel capitalismo finanziario, e costruire alleanze tra coloro che devono unirsi per combattere entrambe.

Pubblicato su Dissent il 28.1.2017 e in versione italiana dal sito di Rifondazione Comunista il 13.2.2017.

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