Per un patriottismo verde

La situazione politica nell’Europa occidentale sta rapidamente cambiando a seguito di una maggiore sensibilità nei confronti dell’emergenza ecologica. Si manifesta sempre più concretamente e arriva a stabilirsi nel senso comune come fenomeno palpabile: le ondate di calore, la siccità e l’inquinamento. Se gli effetti del cambiamento climatico erano già percepibili, la loro maggiore visibilità e l’estensione generale del processo sta scuotendo le rappresentazioni finora in voga, così che il cambiamento climatico è ora una minaccia presente nelle menti che si aggiunge alle altre minacce generate dalla globalizzazione. Il degrado accelerato dell’ambiente è un ulteriore elemento della fine complessiva di tutto un mondo percepita dai cittadini. L’ampiezza del fenomeno apre la strada a un patriottismo verde.

Agli occhi degli elettori, finora l’immaginario ecologico è sempre stato quello del cosmopolitismo e dell’apertura alla globalizzazione. Questa caratteristica ha comportato un’alta penetrazione tra i ceti socio-professionali più favoriti (i cd. “CSP+”), urbani e laureati. Sia a livello militante che a livello elettorale, l’impegno ambientale ha segnato una chiara preferenza per il globale e il locale, mettendo da parte il livello nazionale, considerato irrilevante per la portata delle sfide del cambiamento climatico. Se questo immaginario rimane estremamente presente, come dimostrano gli slogan delle manifestazioni come “Fridays for Future” e i vari cartelli che si possono vedere qua e là nel movimento per il clima, la crescita tendenziale dell’emergenza climatica apre nuove possibilità di discorso ecologico. In effetti, se rimane presente la speranza di mettere d’accordo tutti a livello internazionale raggiungendo trattati giuridicamente vincolanti, il bisogno di agire con urgenza per combattere il cambiamento climatico e di prepararsi al suo arrivo, riabilita il livello nazionale come ambito immediato all’interno del quale è possibile agire e come leva prioritaria per una diplomazia ecologista.

Inoltre, la questione del cambiamento climatico è stata finora un’astrazione, un impegno per una causa distante e sconnessa dalla vita quotidiana. Quando l’ecologia faceva riferimento alla vita di tutti i giorni, assumeva l’aspetto di uno stile di vita individuale del tutto compatibile con il funzionamento dell’economia di mercato: prodotti biologici, spostamenti in bicicletta, alimenti non a base di carne, ecc. In breve, l’ecologia era il trucco dei vincitori della globalizzazione e non delle persone più fragili per i quali questo stile di vita era nella migliore delle ipotesi un lusso e nella peggiore un elemento di distinzione sociale e morale. Tuttavia, ci accorgiamo gradualmente che le prime vittime del cambiamento climatico saranno proprio le classi sociali impoverite, già esposte a molte minacce e incertezze. Sono quelle che sono state maggiormente colpite dai cambiamenti avvenuti di recente.

L’INIZIO DI UNA MUTAZIONE

Questo fatto politicamente nuovo – ma scientificamente noto da molto tempo – provoca sempre più dibattiti sulla necessaria articolazione tra il sociale e l’ecologico. Gli slogan che invocano un’ecologia popolare sintetizzano questa duplice esigenza: ancorare l’ecologia tra i CSP- (e non +) come priorità politica; soddisfare le esigenze di quelle categorie che saranno maggiormente vulnerabili ai cambiamenti climatici. In considerazione della pervasività del discorso individualistico sui cambiamenti necessari nel comportamento della popolazione e del carattere talvolta punitivo del discorso ecologista, ci sono ancora molti ostacoli prima che un’ecologia popolare possa diventare egemonica in campo politico. La bassa porosità sociologica tra il movimento dei gilets jaunes e il movimento per il clima dimostra chiaramente che c’è ancora molta strada da fare. Tuttavia, l’ascesa della retorica contro le élites all’interno del movimento per il clima, o di personalità che incarnano la domanda ecologica, aprono nuove possibilità.

La prima condizione per costruire un’ecologia di quelli in basso consiste innanzitutto nell’indicare quelli in alto come i colpevoli dell’inazione di fronte al cambiamento climatico. Questo spostamento della frontiera antagonista, che va dalla denuncia del comportamento individuale alla denuncia dell’assenza di cambiamenti macro-sociali attuati dai governi, è un primo passo verso l’allargamento dell’ecologia alle classi popolari. Resta il rischio, tuttavia, che l’inazione denunciata sia quella dell’assenza di misure che modifichino i singoli comportamenti individuali, come ad esempio, una carbon tax – che, sappiamo, è particolarmente impopolare. Dobbiamo dunque andare molto oltre. La sfida è trasformare l’ecologia in modo che essa integri le diverse richieste popolari ostili alla globalizzazione.

RISPONDERE ALLE MINACCE DELLA GLOBALIZZAZIONE

Le richieste più forti tra le classi lavoratrici sono, da un lato, la richiesta di protezione dai disordini causati dalla globalizzazione, e dall’altro la richiesta di democrazia e sovranità, che consiste nel riprendere il controllo. La pervasività di queste richieste è il prodotto di una lunga evoluzione storica di smantellamento dello stato sociale e dell’ingresso in un’era post-democratica. In effetti, l’integrazione europea e l’apertura al libero scambio globalizzato hanno avuto come conseguenze una massiccia deindustrializzazione e la desertificazione di molti territori. I sistemi nazionali di welfare sono stati messi sotto pressione dal deterioramento dell’occupazione e dalla disciplina imposta dal finanziamento del debito sui mercati finanziari. I servizi pubblici sono stati soggetti all’imposizione di un new public management ed a una privatizzazione strisciante. Per quanto concerne gli effetti polarizzanti dell’area euro e del mercato unico, essi hanno consacrato la vittoria dell’industria più potente della zona, quella della Germania, ed indebolito fortemente le altre industrie nazionali che non erano pronte a evolvere nella stessa zona monetaria di quella di Oltre-Reno. Il risultato è stato una conversione accelerata verso un’economia di servizi (soprattutto in Francia – NdT) concentrata nelle aree metropolitane, con una forte segmentazione tra servizi con bassa redditività, bassi guadagni di produttività ed attività ad alto valore aggiunto. La congruenza di queste cause ha portato a una rottura politica, economica e culturale sempre più netta tra una Francia trascurata, poco mobile e disconnessa, ed una Francia delle città metropolitane più dinamiche e connesse, nonostante i loro sobborghi abbandonati la cui situazione sociale è equivalente a quello dei territori periferici.

Questo è il motivo per cui le classi lavoratrici sono particolarmente sensibili ai discorsi che promettono di proteggerle dalla globalizzazione e spazzare via le élite esistenti. Questa richiesta si avvicina al desiderio di re-incastrare il capitalismo nello Stato-nazione e nei suoi meccanismi di solidarietà, mentre esso se ne emancipa ogni giorno un pò di più. Ciò si riflette, in particolare, in una forte domanda di rimpatrio della sovranità a livello nazionale ed in una particolare avversione all’approfondimento dell’integrazione europea. Per questa Francia, le minacce esterne si moltiplicano. Questo è il motivo per cui il patriottismo contro le élites incontra un’eco importante, sia che prenda la forma del nazionalismo reazionario portato avanti dal Fronte Nazionale, sia che prenda la forma di un patriottismo progressivo sostenuto, ad esempio, dalla Francia Insoumise nel corso della campagna per le presidenziali del 2017. Anche se finora l’immaginario dell’ecologia è proiettato principalmente a livello europeo, la costruzione di un patriottismo verde a livello nazionale, senza cadere nell’eurofobia, è del tutto proponibile ed ha forti punti a suo favore.

VERSO UN PATRIOTISMO VERDE

Le aree periferiche sono particolarmente vulnerabili alla siccità ed ai cambiamenti climatici che distruggono paesaggi, ecosistemi locali e degradano le falde acquifere. La distanza con i servizi pubblici vi complica gli interventi dello Stato, in particolare durante le ondate di calore che si moltiplicano. Allo stesso modo, le aree di forte inquinamento e sottoposte ad un eccesso di cementificazione sono localizzate nelle periferie svantaggiate. L’emergenza ecologica si presenta quindi sotto forma di una minaccia che diventerà sempre più specifica per le classi lavoratrici.
La costruzione di un patriottismo verde potrebbe quindi avere una duplice funzione. Da un lato, fare dell’eccellenza delle politiche per la transizione ecologica e di lotta ai cambiamenti climatici un elemento di orgoglio nazionale. È una leva per de-globalizzare la nostra economia, ripristinare le protezioni e rifare della Francia un paese che incarna un messaggio universale. D’altra parte, rende possibile porre la questione ecologica come una questione fondamentalmente collettiva radicata in un destino comune. Ciò contrasterebbe la tendenza a ridurre gli sforzi da compiere ai comportamenti dei singoli. È un modo per evitare la costruzione di un ecologismo d’élite che si riduce a uno stile di vita individuale, anche se esso rappresenta una preziosa leva estetica per far passare il discorso ecologico. È anche strategicamente importante fare affidamento su questa dimensione desiderabile e seducente per provocare dei cambiamenti culturali. Quindi non vi è alcuna contraddizione tra rendere l’ecologia qualcosa di trendy e costruire un discorso patriottico attorno a questo problema. Quest’ultimo deve ibridarsi con le richieste delle classi popolari di protezione contro i disordini causati dalla globalizzazione.

Inoltre, la sintesi tra l’immaginario cosmopolita e moderno dell’ecologia politica e l’immaginario della protezione del patriottismo, è una garanzia contro la costruzione di un nazionalismo regressivo come quello che il Rassemblement National cerca di fare passare attraverso il suo localismo anti-migranti. Ma è anche una leva per un ritorno dello Stato nell’economia, un programma di de-globalizzazione e di uscita dai trattati di libero scambio che hanno un impatto ecologico negativo.

Se questa articolazione non è ovvia, è possibile fare affidamento su elementi del senso comune ecologico per vincolarli al ritorno ad una comunità nazionale che protegge: la preferenza per il locale ed i circuiti corti; la protezione del patrimonio naturale nazionale; la promozione del turismo non inquinante, e quindi a breve distanza; eccetera. Ci sono molti esempi per illustrare il possibile legame tra queste immaginari: la difesa delle industrie fondamentali per attuare la transizione ecologica come Alstom, il cui ramo energia è stato scandalosamente ceduto a General Electric, o la protezione di servizi pubblici come Aéroports de Paris, che consente allo stato di avere un controllo diretto sull’industria altamente inquinante del trasporto aereo.

Il patriottismo verde può esistere solo come discorso che ha a fondamento la cura della nostra comunità nazionale e del nostro ambiente. Lungi dall’essere un nazionalismo regressivo, si tratta di estendere l’amore della propria famiglia ed il sentimento di protezione del bene comune per definire il patriottismo verso il nostro ambiente. Al tempo dell’atomizzazione neoliberista, è una preziosa leva per ricostruire un legame collettivo.

La recente sequenza di incendi in Amazzonia mostra che è possibile fare affidamento su istinti di conservazione e di protezione e dare loro un senso progressivo. Questa è una delle manifestazioni, questa volta mondiale, della possibile articolazione tra un discorso di de-globalizzazione e di transizione ecologica. Questa sequenza ha costretto Emmanuel Macron a ritirarsi dall’accordo commerciale UE-Mercosur, devastante sul piano ecologico, ed a porre un veto francese. Anche se, dopo che l’attenzione mediatica si è allentata, l’Eliseo ha annunciato di voler migliorare l’accordo e di non abbandonarlo completamente.

UNO STRUMENTO CON E CONTRO L’EGEMONIA NEOLIBERISTA

Sul piano elettorale, purché rappresentato da qualcuno, questo patriottismo verde potrebbe sedurre un’ampia coalizione che va dalla Francia dei dimenticati a settori della popolazione che fanno parte dei vincitori della globalizzazione. Per dirla più chiaramente, questa coalizione potrebbe unire il disoccupato del Nord ed il giovane diplomato urbano Macron-compatibile e che si preoccupa della problematica ecologista. Anche se quest’ultimo non è necessariamente un socialista fanatico, l’emergenza ecologica è una leva per far sì che questo tipo di elettorato ammetta la necessità di un forte impulso dello Stato in termini di transizione e di recupero del controllo sulle grandi società inquinanti.

La questione ecologica è uno degli anelli deboli dell’egemonia neoliberista. Il suo zoccolo elettorale, quella dei vincitori della globalizzazione, esprime una forte richiesta di una politica verde. Tuttavia, qualsiasi politica ecologica all’altezza delle sfide in gioco deve necessariamente affrontare un aspro confronto con i pilastri del neoliberismo: libero scambio, crescita indiscriminata senza qualità [1], predominanza delle multinazionali finanziarizzate, atomizzazione individualista, eccetera. Da quel momento in poi, la questione ecologica è un fattore di contraddizione all’interno del blocco storico che mantiene in vigore il sistema esistente.

Il compito di un patriottismo verde e plebeo deve essere quello di acuire il più possibile queste contraddizioni quando cresceranno di intensità [2] al fine di staccare parte del blocco neoliberista e di costruire un nuovo blocco storico maggioritario. Una strategia contro-egemonica è in effetti necessariamente interclassista. Non si basa su una semplice opposizione al sistema, ma su un doppio movimento: la disarticolazione e la sovversione interna di alcuni dei suoi elementi costitutivi da un lato, e dall’altro l’attrazione verso un nuovo modello in rottura con il vecchio. La domanda ecologica cristallizza questo interregno e questa ambiguità da cui è possibile partire per allontanare tra di loro i poli interni al regime neoliberista. Se questa ipotesi dovesse materializzarsi, il processo di costruzione di un patriottismo verde passerà necessariamente attraverso una rappresentanza elettorale che sconvolgerà le identità politiche esistenti per riordinarle.

[1] Vale a dire l’assenza di scelte collettive, diverse dai meccanismi di mercato, per stabilire cosa deve essere prodotto oppure no, mentre sappiamo bene che molte attività umane devono diminuire se vogliamo affrontare la sfida del riscaldamento globale. Al contrario, altre attività devono crescere, mentre il mercato non fornisce i giusti incentivi affinché ciò avvenga.
[2] Per il momento, queste contraddizioni rimangono politicamente gestibili dal sistema in atto.

Da “Le vent se lève”, 12. 10. 2019. Traduzione a cura di Alessandro De Toni

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