Populismo e sovranità: due punti programmatici da rilanciare

Il percorso di Senso comune risulta segnato da due grandi temi, che sono anche fra i suoi più importanti meriti: l’accettazione della logica populista e la rivendicazione della sovranità nazionale come ineludibile dimensione per la costruzione di una democrazia radicale. Chi scrive ritiene che siano due punti programmatici che devono essere rilanciati e usati per caratterizzare il panorama politico che si intende ridisegnare.

Populismo: superamento della finta dicotomia destra-sinistra

Per un soggetto che voglia incarnare la fase populista senza – giustamente – rinunciare ad alcuni principi e valori che sono al tempo stesso identitari, il rischio è di ricadere in quegli stessi schemi di cui il populismo dovrebbe, invece, rappresentare il superamento. Si tratta di una dinamica che in ben altri contesti, alieni ai nostri per numeri e spazi di azione politica, ha condotto alla crisi, se non al declino, di forze e soggetti come Podemos in Spagna e La France Insoumise in Francia. Il populismo, in quanto strumento di ri-articolazione del conflitto sociale e di ri-politicizzazione dell’orizzonte fittiziamente neutro dell’ordine neoliberale, è anche inevitabilmente strumento risolutore del problema costituito dalla perdita di senso e significato della dicotomia destra-sinistra. Queste si distinguono, al massimo, come poli di riferimento valoriale rispetto alla gestione delle medesime logiche di sfruttamento dovute all’internazionalizzazione del capitale. Per ripensare teoricamente il campo politico e dare forza concreta alla rivendicazione di una democrazia sostanziale e radicale, bisogna assumere fino in fondo questo dato, e partire quantomeno dal suo superamento. 

Il popolo come costruzione non è solo il risultato di una «catena equivalenziale» [1] di domande insoddisfatte: dietro queste domande ci sono gruppi e classi sociali [2]. Non è bene, pertanto, eludere l’analisi della composizione sociale [3], necessaria per dirigere la nostra attenzione sugli strati e i gruppi che vengono esclusi dai nuovi processi. Processi che spingono evidentemente per una riconfigurazione del potere nelle mani di pochi, che tuttavia non sono l’1%, ma rappresentano una parte consistente, per quanto decisamente minoritaria, dell’«essere sociale» [4]. Ciò comporta la proletarizzazione delle classi medio-basse e il bisogno di configurare la «catena equivalenziale» prendendo sul serio la dicotomia basso-alto e accettando di muoversi trasversalmente rispetto all’asse destra-sinistra, senza per questo dover abbandonare l’ordine valoriale che in passato ha coinciso – per quanto solo in modo storicamente fortuito e congiunturale – con una certa Sinistra, ma mettendosi piuttosto alla guida del processo costituente.

Se, come spiega Ernesto Laclau, l’«articolazione equivalenziale» delle domande rimaste inevase è aperta alla contingenza, e se, per contingenza, richieste provenienti da destra possono momentaneamente stare insieme a domande [5] di sinistra, la logica populista chiede di giocare la partita e non ritirarsi dietro ai vecchi schemi [6]. Chantal Mouffe nel suo ultimo lavoro, Per un populismo di sinistra – formula che, pur facendosi carico dell’importante compito di spiegare come il populismo possa e debba essere uno strumento in mano a forze emancipazioniste, rischia di legittimare, tuttavia, dinamiche di superfetazione della vecchia polarizzazione destra-sinistra – sembra confermare questo dato. La studiosa belga sostiene, infatti, che «molte delle domande articolate dai partiti populisti di destra sono domande democratiche, cui bisogna fornire una risposta progressista» [7]. 

Sovranità o Unione Europea

L’altro tema rispetto al quale Senso Comune ha avviato un’importante riflessione, innescando un processo che ha visto il crescente interesse di persone e gruppi troppo spesso chiusi in dinamiche autoreferenziali o privi dei più idonei strumenti organizzativi – è quello della sovranità. Non è auspicabile un’inversione di rotta su questo tema, oggi più che mai fondamentale per la strutturazione di uno spazio di lotta che abbia a cuore la protezione sociale dei subalterni e in generale dei più deboli: si tratta infatti di contrastare le politiche neoliberiste avanzate dagli organi sovranazionali e dagli agenti della globalizzazione, che sono i più autentici nemici del popolo. Un punto discriminante per una logica populista in chiave antiliberista è la riconquista della sovranità nazionale come unico spazio in cui poter riconfigurare un conflitto che torni ad essere ascendente per i subalterni. Non esiste democrazia senza dimensione nazionale. Le istanze democratiche prendono storicamente piede e corpo con la Rivoluzione Francese, momento storico in cui il popolo dichiara di essere la nazione, di essere tutto. 

La democrazia sostanziale di cui abbiamo avuto qualche assaggio, per quanto limitato, nel secolo scorso con i «Trenta gloriosi» [8], è andata via via scomparendo con l’incedere della «grande narrazione» globalista e la litania del “necessario” superamento della dimensione nazionale, intesa come qualcosa di necessariamente legato a nazionalismo, razzismo etc. Dal Trattato di Maastricht (1992) in poi, ha preso corpo un processo di de-democratizzazione della vita sociale, politica ed economica, dispiegatosi mediante un sistema che ha spogliato i governi di qualunque possibilità di attuare politiche economiche in favore degli investimenti pubblici e della piena occupazione. Il posizionamento di quei partiti storicamente nati per difendere la classe lavoratrice, in favore delle politiche neocoloniali degli organi sovranazionali riconducibili all’Unione Europea [9] – l’adozione dei cambi fissi, il contenimento dell’inflazione e pertanto il massacro sociale delle classi lavoratrici e popolari – deve imporci una volta di più quel ripensamento del campo politico di cui sopra. 

Difendere la sovranità nazionale vuol dire (ri)costruire un popolo intorno a domande di protezione sociale che pagano l’assenza di corpi e soggetti in grado di spiegare e orientare in termini emancipativi tali richieste. Come spiega lo stesso Laclau, alla radice di ogni «esplosione populista e anti-istituzionale» vi è, infatti, una «crisi di rappresentanza», che «cova» nelle domande della gente: una crisi che resta in attesa di «un qualche discorso radicale […] in grado di offrire una superficie di iscrizione alle varie domande» [10]. Partiti come il Movimento Cinque Stelle non vanno, pertanto, osteggiati a prescindere, ma incalzati sui punti che si ritengono strategicamente spendibili. Senso Comune deve e può svolgere un importante ruolo teorico, non di sola analisi, ma anche di costruzione di spazi di confronto tra forze e soggettività affini rispetto ai temi ivi trattati, al fine di tenere unita un’area che avrà forza se saprà indicare nuove strategie e parole d’ordine utili a riguadagnare uno spazio concreto di azione conflittuale per le classi popolari.

Rivendicare sovranità vuol dire per forza di cose mettere in crisi l’intera impalcatura dell’Unione Europea, mostrando come i trattati, oltre che essere incompatibili con i principi più sacri della nostra Costituzione [11] e della democrazia tout court, ne rappresentano l’irriformabilità. Essere contro l’Unione Europea, rivendicare la sovranità perduta, non per disegnare chissà quali scenari nazional-sciovinisti – come recitano analisi ed articoli a dir poco ridicoli – ma per configurare una nuova Europa, che rispetti veramente la democrazia e l’autonomia degli Stati, favorendo rapporti costruttivi e funzionali al benessere economico, sociale e culturale dei popoli europei tutti. Si tratta di aprire e mantenere aperta una riflessione che permetta finalmente anche in Italia di porre in discussione la legittimità dei dispositivi anti-democratici e anticostituzionali sulla base dei quali è stata costruita l’Unione Europea.

Senso comune non può e non deve tirarsi indietro di fronte a sfide così importanti, per le quali  occorrono, sì, linguaggi nuovi e nuovi stili di comunicazione, ma anche il vecchio senso di sacrificio di fronte agli immani compiti di un’analisi e di una costruzione teorica che hanno bisogno di tutte le energie possibili, energie che non vanno perdute in mille rivoli, ma piuttosto ricomposte e fatte fruttare. 

[1] Ernesto Laclau, La ragione populista, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 69.

[2] «Il “popolo” non avrà la natura di un’espressione ideologica, ma sarà una relazione concreta tra agenti sociali» (E. Laclau, La ragione populista, cit., ibidem).

[3] Cfr. Carlo Formenti, La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo, DeriveApprodi, Roma 2016; Carlo Formenti, Il socialismo è morto. Viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista, Meltemi, Milano 2019.

[4] Per una piena comprensione del significato della formula qui usata, cfr. Gyorgy Lukács, Ontologia dell’essere sociale, Editori Riuniti, Roma 1976.

[5] Secondo Laclau, è proprio attraverso l’emergere di una catena equivalenziale di domande insoddisfatte, e quindi la formazione di una «frontiera interna», che le richieste (corsivo mio) diventano reclami (corsivo mio). «Chiameremo domanda democratica quella che, soddisfatta o meno, rimane isolata. Chiameremo domanda popolare una pluralità di domande che, attraverso la loro articolazione equivalenziale, costituiscono una più ampia soggettività sociale. Sono queste domande popolari che prendono a comporre, seppure in maniera solo abbozzata, il “popolo” come potenziale attore storico» (E. Laclau, La ragione populista, cit. pp. 69-70).

[6] «…tra un populismo di sinistra e un populismo di destra esiste sempre una zona grigia che può essere attraversata, ed è stata attraversata, in entrambe le direzioni» (E. Laclau, La ragione populista, cit., pp. 82-83).

[7] Chantal Mouffe, Per un populismo di sinistra, Laterza, Bari-Roma 2018, p. 17.

[8] Espressione coniata dall’economista francese Jean Fourastié per descrivere il periodo di prosperità vissuto in Francia dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla crisi petrolifera del 1973, ma che è stata via via utilizzata per indicare un periodo di crescita economica e di conquiste sociali da parte della classe lavoratrice anche in altri Paesi fra i quali l’Italia.

[9] Cfr. Thomas Fazi, William Mitchell, Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale, Meltemi, Milano 2018; Aldo Barba, Massimo Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.

[10] E. Laclau, La ragione populista, cit., p. 130.

[11] Cfr. Vladimiro Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.