Putin e la crisi del liberalismo

L’intervista rilasciata dal Presidente della federazione russa Vladimir Putin al Financial Times, e ripresa  da numerosi altri media occidentali, circa la crisi del liberalismo occidentale, ha aperto un dibattito di notevole portata nell’intellighenzia conservatrice del nostro Paese. La discussione avviata dalla fondazione Magna Carta pare di assoluto interesse, sia, va da sé, per la portata del tema; sia perché il pensiero conservatore italiano sta in questo torno di tempo raggiungendo un livello di organicità e di influenza che da tempo non si rintracciava nel Paese, e questo dibattito sta offrendo un ulteriore momento di sistematizzazione.

Il liberalismo, secondo Putin, rappresenterebbe una dottrina “obsoleta”, non più in grado di garantire la “stabilità” in società eccessivamente “frammentate”; ne potrebbe derivare un mondo ingovernabile ed una crisi di leadership, cui il modello russo farebbe da argine con il suo ancoraggio ai valori tradizionali e la sua stabilità e organicità.

Sul versante del conservatorismo italiano, Marco Gervasoni fa notare come in realtà nelle osservazioni di Putin si ritrovi l’eco del dibattito avviato da anni dagli intellettuali conservatori statunitensi. Il pensiero del Presidente russo non sarebbe dunque un portato “asiatico”, alieno al nostro modo di pensare, ma in realtà sarebbe ben innestato nel mondo euro-atlantico. Una visione ripresa e sviluppata da Eugenio Capozzi, che nell’intervista vede uno stimolo a ritrovare le radici del pensiero liberale, da non confondere con la sua variante liberal, parola del gergo statunitense da tradurre non come liberalismo ma come progressismo. Il liberalismo classico non si afferma sull’idea che “i diritti soggettivi rappresentino un’entità in continuo, indefinito ampliamento”; al contrario, il liberalismo, che si afferma storicamente sulla scorta del costituzionalismo anglosassone come limitazione del potere politico, rappresenta il portato ultimo “della tradizione giudaica del patto tra governanti e governati” e di quella cristiana del “valore assoluto della vita umana in quanto creata da Dio”.

Un liberalismo non ebraico-cristiano ma agnostico rinnega se stesso – sostiene Capozzi -. Ordinamenti fondati sulla libertà possono reggersi solo se una società vive “come se Dio esistesse”, a prescindere dalle convinzioni e fedi individuali. Si può affermare, come nella Dichiarazione di indipendenza americana del 1776, che tutti gli uomini sono uguali e dotati di diritti inalienabili soltanto se si premette, come nella Dichiarazione stessa, che sono stati creati uguali (…) Allo stesso modo, un liberalismo sconnesso dalla storia di una nazione, astrattamente cosmopolita, applicabile automaticamente ad ogni comunità e ad ogni civiltà, è una contraddizione in termini. Quelli rivendicati  dai parlamenti contro l’assolutismo degli Stuart erano non diritti astratti, ma i “native rights” degli inglesi, l’eredità della loro storia.

Il pensiero di Putin, conclude Capozzi, si pone totalmente al di fuori della “storia della libertà” occidentale; e tuttavia il suo ammonimento è fondamentale per sfuggire dalle secche del “relativismo assoluto” e riprendere il vero senso del liberalismo, “per riformulare, cioè, la differenza profonda ed inconciliabile tra il progressismo relativista oggi divenuto ideologia egemone delle élites occidentali e il liberalismo autentico: la difesa della sacralità dell’essere umano sulla scorta dell’ebraismo, del cristianesimo e della tradizione giuridica e istituzionale delle nazioni”.

La cultura effettivamente liberal, dal canto suo, si affretta a collocare fuori dal gioco l’intervista di Putin: “in realtà Putin – chiosa  Jan Zielonka intervistato da “Repubblica” – non capisce cosa significhi democrazia liberale, e quindi cosa siano i diritti umani, i mercati aperti, l’informazione libera. Francamente è la persona meno indicata per dare lezioni sul liberalismo”.

E se invece, contrariamente a quanto sostiene Zielonka – e in qualche modo anche Capozzi, seppure in maniera più problematica – Putin fosse l’alfiere del liberalismo possibile in questa epoca (del liberalismo reale, verrebbe da dire), e fosse proprio questo il suo problema?

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Il liberalismo storico è un Giano bifronte. Nasce allo stesso tempo rivoluzionario e conservatore. Rivoluzionario contro il vecchio mondo che si propone di abbattere in nome della libertà della società civile, e conservatore nei confronti di quelle stesse tendenze che sgorgano immediatamente dal suo seno e che da esso si incamminano su sentieri incogniti di liberazione ed emancipazione. La storia della rivoluzione francese è in gran parte la storia di questo andamento pendolare insito nel liberalismo: ne racchiude le premesse classiche (gli Stati generali, il Terzo Stato che si fa garante dell’autonomia della società civile, lo Stato che amministra la Nazione), gli sviluppi rivoluzionari (l’Assemblea, la società civile che tenta di farsi Stato, la Nazione che si fa Rivoluzione), la restaurazione del Termidoro e la stabilizzazione napoleonica.

Non è questione né di “tradimento” né di “giusto mezzo”: ogni dottrina ideale, quando passa dallo spazio liscio e senza ostacoli delle idee a quello ruvido e poroso abitato dall’uomo, cioè la realtà, adatta e trasforma se stessa: è capitato a Lutero, a Lenin, a Peron, alla Cina. Non c’è progetto di liberazione, comunque venga inteso, che storicamente non elabori un Catechon propedeutico alla sua sopravvivenza. Ma nel liberalismo questa ambiguità è di fondo, strutturale. In Italia questa aporia del liberalismo è stata studiata da Antonio Gramsci a proposito del nostro Risorgimento in tutto il suo realismo – nel senso che, mentre faceva la critica del liberalismo reale, Gramsci lo esaltava a confronto delle fumisterie azioniste e mazziniane.

Il liberalismo, si potrebbe dire abbassando un po’ il livello, è una dottrina rivoluzionaria che nasce con un piede sull’acceleratore e l’altro sul freno. La cui aporia che qui interessa – rivelata dal suo dipanarsi storico – è rappresentata dall’essere il liberalismo una cultura politica fondamentalmente anti-politica, o meglio ancora caratterizzata da una vera e propria fobia per la politica. Il liberalismo non regge l’urto della politica, o almeno della politica di massa. Cosa sarebbe capitato a George Washington se i suoi schiavi avessero avuto la possibilità di prendere sul serio il suo messaggio non lo sappiamo, ma di sicuro su quella iniziale passività si reggono molte delle sorti del liberalismo anglosassone. Sappiamo però cosa è successo quando le masse parigine hanno preso sul serio il messaggio del Terzo Stato, o quando nell’immediato dopoguerra le masse italiane hanno iniziato a chiedere che le classi dirigenti liberali del paese rendessero conto delle loro promesse. E così è successo in tutta Europa e poi in tutto il mondo, quando, per fare di un uomo una metafora, Ho Chi Minh ha iniziato a prendere sul serio ciò che il liberalismo gli aveva insegnato nei suoi anni alla Sorbona.

Non si dice questo per riproporre la solfa, nella quale per molti anni il pensiero critico è stato impantanato, di un qualsiasi moto destinato a “portare a compimento” le premesse tradite del liberalismo, o della modernità tout court (ma le due parole non sono forse sinonimi?). Non c’è niente di più moderno del liberalismo, non c’è niente di più moderno del capitale. Sul piano della modernità non se ne esce. La storia, a differenza della natura, facit saltus, quando vuol cambiare lo stato di cose presente. Ma del pensiero critico rimane valida la lezione circa la storicità delle istituzioni liberali, e dei valori che le sorreggono. Storicamente il liberalismo, e soprattutto il suo portato istituzionale, non è in grado di assorbire il conflitto. Anzi, le istituzioni del liberalismo reale sono lì a preservare i vincitori dai sussulti del conflitto. Se per una parte del pensiero radicale le istituzioni costituiscono la “perversione” del conflitto, per il liberalismo il conflitto è perversione delle istituzioni. Il tradimento delle élite ai danni dei propri popoli – denunciato da Putin nell’intervista – è consistito proprio in questo ritorno al liberalismo classico, all’aver architettato istituzioni impermeabili al conflitto (come da noi quelle della UE). Bisogna (ri)prendere atto che esiste una comunità della quale ogni essere umano si deve sentire parte; e che esiste uno spazio politico delimitato (fino ad oggi, lo Stato-nazione; quando ne sarà inventato un altro avvertite) all’interno del quale si vive e si agisce politicamente. Non esiste la falsa coscienza, almeno al momento di agire politicamente. Ma, contro Putin e contro il liberalismo classico, questa comunità e questo spazio sono le comunità e lo spazio del cambiamento, del conflitto e di istituzioni che cambiano con l’intensificazione del conflitto. 

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Il putinismo occidentale è il liberalismo al tempo del ritorno del conflitto, dell’irruzione plebea. E va contrastato non perché nega il liberalismo, ma perché offre un modello che lo congela; o, nelle ipotesi peggiori, lo travasa da elemento di dinamismo all’interno delle nostre comunità a elemento di competizione tra comunità. Il pensiero conservatore afferra la portata della sfida, cerca di darsi una organicità politico-intellettuale. La sinistra liberal, dal canto suo, nega se stessa negando il politico, negando lo spazio, negando il conflitto e negando tutto. A Jan Zielonka, che interviene nel dibattito riproponendo fuori tempo massimo il sogno irenico dell’89 come unico orizzonte di senso da riproporre in tutte le stagioni, si risponde come in Watchmen: “- Cosa ne è stato del nostro sogno? – Si è avverato”.

Sul terreno di questa sfida il pensiero populista-democratico deve attrezzarsi, nella ricerca di un nesso nuovo tra conflitto e istituzioni. Un conflitto, su questo acuta la riflessione di Putin, frammentato, esploso, senza più baricentro. Ma questo è il senso del populismo democratico, una ricomposizione politica del conflitto, una creazione di un popolo in senso democratico in grado di riproporre la sfida per l’emancipazione.