Senso Comune: strategia populista e organizzazione

Dal discorso al potere

In questo momento della nostra esistenza di movimento, una delle prime cose su cui è necessario riflettere è come l’organizzazione dovrà supportare la strategia populista. Siccome la struttura organizzativa è lo scheletro che fa muovere il soggetto politico, è giusto definirla per affrontare al meglio qualsiasi attività futura.

Non esiste, a meno di non cadere in considerazioni dogmatiche, una scienza pura dell’organizzazione e dobbiamo avere ben chiaro che la generalizzazione di modelli che sono stati efficienti in alcune ben precise condizioni potrebbero non esserlo in altre situazioni. Gli esempi di movimenti che hanno adottato in Paesi occidentali una strategia populista sono recenti, eppure iniziano a dare qualche indicazione sui limiti e sulle problematiche che questo tipo di approccio può presentare. Podemos in Spagna, France Insoumise in Francia e M5S in Italia sono riusciti in tempi molto brevi a creare movimenti vasti, capaci di raccogliere risultati elettorali imprevedibili che pagano però dazio quando, con l’accesso alle istituzioni, avviene un naturale processo di normalizzazione. Le cause di queste difficoltà, forse, sono proprio da ricercare nell’applicazione della strategia populista: chirurgica nel riuscire a costruire l’idea di popolo attorno a una serie di istanze, in difficoltà quando dal discorso si passa al potere ed è necessario adottare strategie politiche, per definizione non dicotomiche, che ti costringono al compromesso con una realtà più sfumata. Una volta entrati nelle istituzioni si è costretti a fare i conti con il grigio, poiché è difficile ricreare continuamente il bianco e il nero.

La fase successiva al successo elettorale, tuttavia, ha bisogno di nutrire continuamente un significante vuoto. Al popolo, creato attorno a parole d’ordine scelte e riarticolate, è necessario fornire dicotomie come il carburante a un automobile. Ma visto che questo processo, come detto sopra, non sempre si riesce a fare all’interno delle istituzioni, in cui le dinamiche sono complesse e sfumate, è necessario avere alle spalle il supporto di una struttura organizzativa articolata, capace di sostenere una battaglia culturale continua e di ricreare sistematicamente faglie e dicotomie all’interno del discorso politico fuori dal palazzo. Per un movimento populista rinunciare a una linea politica propria, a favore dell’agenda politica dell’avversario, è pericoloso, in quanto va a inceppare il meccanismo che costruisce il “popolo” sistematicamente, giorno per giorno, rendendo labili i confini di un’entità creata sempre al negativo e favorendo rapidi riflussi.

È un fatto che sia per Podemos che per France Insoumise, con l’entrata nelle istituzioni, sono iniziate fasi più statiche dello scontro politico, fasi per nulla epiche, che fanno crollare l’entusiasmo accumulato nella base e non permettono, a strutture molto leggere pensate appositamente per la vittoria elettorale, di avere peso e voce nel mantenimento a livelli adeguati del discorso egemonico.

Per questo, a un movimento populista serve un’organizzazione solida che sopperisca con produzione a simili momenti di risacca. A tal proposito, possiamo individuare una prima fase di crescita, come quella nella quale ci troviamo, in cui la priorità dovrà essere rivolta al raggiungimento di una massa critica, alla sua formazione di base e alla selezione di persone competenti e pronte ad essere riconosciute e associate a Senso Comune. Il raggiungimento di qualsiasi obiettivo politico passa quindi attraverso l’espansione territoriale e la formazione, che dovranno essere attività sistematiche. In questa fase tutto dipende dalla capacità attrattiva del progetto/discorso di Senso Comune, dalla capacità organizzativa, dalla bravura nel coinvolgere altre persone, e molto meno da ciò che succede esternamente, contesto che è poco influenzabile. Solo dopo (e non prima) aver deciso la partecipazione di Senso Comune alla competizione elettorale, gli effetti esterni saranno determinanti sia sulla crescita degli elettori che sulla crescita del movimento, influenzandone profondamente le dinamiche interne.

Lo slancio elettorale che può derivare da un buon lavoro di comunicazione e dall’azione coordinata di tutti, però, può non essere sufficiente per operare successivamente in modo concreto sui territori. Servono infatti squadre di appoggio agli eletti e capacità di elaborazione e consulenza a livello centrale su tematiche locali e questioni amministrative. Altri partiti non hanno questi problemi in quanto sono sufficientemente inseriti in un sistema di potere che ha i suoi equilibri e le sue “carote” da elargire.
E’ a questo punto che però è necessario scegliere se ripercorrere i passi di Podemos e France Insoumise o tentare un approccio originale.

Una volta raggiunta la massa critica, quindi, la questione che si pone è: dobbiamo puntare tutto sul fine elettorale spicciolo o dobbiamo arrivare a un appuntamento elettorale formati e strutturati in modo da reggere poi l’impegno gravoso di amministrare? Macchina da guerra elettorale o macchina ibrida? Campioni nella guerra di movimento o di posizione?  Non sono scelte totalmente binarie, ma a seconda di dove si porrà il baricentro i risultati saranno differenti.

Organizzazione: nuovi strumenti per vecchi problemi

E’ certo che un partito politico che oggi voglia scagliarsi contro le oligarchie dovrà affrontare tematiche su cui molti nel secolo scorso si sono cimentati. E dovrà cercare di articolarli e risolverli utilizzando gli strumenti del nostro tempo, non sottovalutandone le implicazioni.

  • Rapporto tra dirigenti e diretti
    Una fondamentale questione da affrontare è quella del rapporto tra dirigenti e diretti. La teoria ha prodotto moltissimi contributi su questo legame che però non deve essere mai visto come inevitabile, come qualcosa di non superabile. Gramsci, per esempio, sosteneva che se non si riesce ad annullare la divisione dirigenti/diretti all’interno del partito non si riuscirà a farlo nemmeno nella società. Per far tendere questa divisione a zero è necessario che i dirigenti lavorino per annullarla in modo sistematico. In quello che Gramsci definisce il partito filtro avviene che i “quadri” vogliono far diventare quadri la massa e la massa aspira a diventare quadro. Il rapporto tra dirigenti e diretti, dunque, deve essere gestito anche nel partito “digitale”, ovvero quello a cui tocca il compito di operare all’interno del capitalismo digitale con tutte le sue “psicotrappole” e le sue opportunità. E’ necessario sfruttare ogni mezzo tecnologico per affievolire la distanza tra chi dirige e chi viene diretto vedendo il partito come strumento propedeutico aperto a tutti, un luogo reale e virtuale in cui formarsi ed interiorizzare le elaborazioni prodotte internamente. La vita interna al partito deve essere una formazione continua strutturata con metodo e non lasciata all’iniziativa personale.
  • Democrazia interna e metodo democratico
    L’art.49 della Costituzione considera il metodo democratico un requisito necessario che un partito deve garantire ai propri iscritti nel concorrere alla vita politica nazionale. E’ quindi fondamentale che ogni forma organizzativa preveda un processo democratico interno capace di garantire la partecipazione di tutti alla vita del partito. Molti dei movimenti che si sono creati in questi ultimi anni hanno risolto la questione della rappresentanza e del momento decisionale attraverso le piattaforme digitali. Ogni iscritto può votare le linee programmatiche, i documenti e le candidature con un click. Tanto semplice quanto rischioso. Si tratta di un gesto individuale fatto in solitudine o di un gesto consapevole seguito a una discussione reale avuta con altri iscritti? Le due cose sono molto diverse. Attraverso la tecnologia si garantisce facilmente l’accesso al voto diretto di tutti, senza delega, ma si introduce anche una dinamica individuale che non incentiva la socialità, intesa come capacità di dibattere e condividere prassi e contenuti. Rendere tutto virtuale annulla le distanze, ma, allo stesso tempo, crea lontananze, poiché sono i dispositivi a essere connessi e non le persone.
  • In conclusione: alcune linee guida
    L’organizzazione dovrà essere snella, senza troppi passaggi. Dovrà esserci un centro strutturato, che svolga supporto, elaborazione (attraverso il blog/rivista, il comitato scientifico, i gruppi tematici) e un collegamento diretto con i gruppi territoriali in un organo di direzione politica centrale. A sostegno dovranno diffondersi in tutta Italia i gruppi territoriali. Essi potranno essere anche considerati gruppi di appoggio, cedendo alla piattaforma digitale tutta la fase decisionale e democratica, ma dovranno garantire passaggi reali di confronto, approfondimento e discussione sui temi votati. Il gruppo territoriale dovrà essere normato, ovvero dovrà avere una struttura minima in modo tale da operare anche come entità che si autogestisce nello svolgere le attività politiche sul territorio e nelle istituzioni locali. Coordinamenti leggeri, inoltre, potranno nascere a scopo elettorale e di supporto agli eletti su scala provinciale e regionale. Infine, l’immagine del movimento dovrà essere gestita dalle persone mediaticamente più efficaci e riconoscibili, delegate dall’assemblea a esserne i portavoce.

In ogni caso, date le riflessioni iniziali, la formazione della classe dirigente rimane una priorità immediata e una scuola di formazione politica deve essere un cardine dell’impianto di Senso Comune. Solo nel momento in cui avremo una base di attivisti preparati ci si potrà presentare alle elezioni ed entrare, a testa alta e mente lucida, nelle amministrazioni locali e, a seguire, anche in quelle nazionali. Le macchine da guerra non si nutrono né di spontaneismo, né di fretta. Impariamo dagli avversari, cioè dai neoliberisti che hanno occupato università, istituzioni, partiti: il loro risultato è frutto di un lavoro sul lungo periodo che ha dato, purtroppo, solidi risultati.  Dovremo sfruttare ogni mezzo tecnologico per strutturare una formazione permanente low cost; non saranno magari le Frattocchie, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

Daje, se po fa.

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