Si può e si deve dar lavoro ai disoccupati

Questo articolo fu pubblicato su l’Unità il 19 aprile del 1946. Vi si ritrovano già i temi che poi caratterizzeranno la proposta di Piano del lavoro – lanciata da Di Vittorio nell’ottobre del 1949 a Genova durante il II Congresso della CGIL – di forte impronta keynesiana e orientata a un vigoroso intervento statale nell’economia, sia sotto l’aspetto della pianificazione che come datore di lavoro di ultima istanza.

Lo scritto, connotato naturalmente dalle oggettive questioni che si trovava ad affrontare il Paese in quel frangente storico, muove dalla constatazione della presenza di un’ingente massa di disoccupati e dei problemi che questa pone all’Italia, individuando alcuni nodi che restano di grande attualità, quali: la consapevolezza del “costo sociale” della disoccupazione; la questione della sotto-occupazione; la necessità di andare oltre gli interventi di mera sussistenza e di sostegno al reddito per fornire alla persona la piena dignità attraverso un impiego; la funzione sociale ed economica del lavoro; una serie di settori prioritari in cui intervenire fra i quali le infrastrutture – anche stradali – e il territorio con i suoi problemi di dissesto idrogeologico; una concezione ante litteram di job guarantee; le critiche sulla fattibilità e le risorse. Non a caso Di Vittorio enuclea sul finire – all’opposto di quanto siamo abituati a sentire da alcuni decenni – una concezione del debito pubblico funzionale agli obbiettivi di politica sociale ed economica che dovrebbero sovrintendere al buon governo del Paese. (s.b.)

Noi abbiamo circa due milioni di disoccupati. E probabilmente sono altrettanti i lavoratori che effettuano un orario ridotto e dei turni: che sono, cioè, dei disoccupati parziali. Se pensiamo che gli stipendi dei lavoratori ad occupazione piena e continuata sono nettamente insufficienti a soddisfare i bisogni più elementari delle loro famiglie, si può comprendere più facilmente quanto siano spaventose ed assolutamente intollerabili le condizioni in cui versano i disoccupati totali e parziali. Della tragicità e dei periodi sociali e morali di questa situazione, il Governo e le classi abbienti non dimostrano di aver piena coscienza.

È proprio vero che lo Stato non possa fare nulla di più di quanto fa per dar lavoro ai nostri disoccupati? È proprio vero che dobbiamo rassegnarci a condannare all’ozio forzato, alla fame, e a tutte le forme di degenerazione che la fame può provocare, una massa così imponente di nostri concittadini? Noi non lo crediamo. Noi crediamo che lo Stato possa e debba fare molto, ma molto di più, per dare utile lavoro a tutti i disoccupati od alla maggior parte di essi. Non si creda che noi vogliamo sottovalutare gli sforzi che il Governo ha compiuto in questa direzione; né disconoscere che il problema della disoccupazione costituisce una delle maggiori preoccupazioni del Governo. Ma si procede a rilento, con messi quasi ordinari. Noi ci troviamo invece in una situazione quanto mai eccezionale, la quale richiede dei rimedi assolutamente straordinari, che vadano molto al di là della ordinaria amministrazione.

Chi può credere che milioni di disoccupati, fra i quali si contano numerosissimi reduci – cioè quelli dei nostri fratelli che hanno già troppo sofferto – si rassegnino stupidamente a morir di fame? I disoccupati ed i loro familiari vivono malissimo. Ma anche sottoalimentati, essi vivono tuttavia: e vorranno naturalmente continuare a vivere. In che modo? Essi cercano e cercheranno sempre ogni espediente, pur di vivere. Ridotti agli estremi, alcuni diventano agenti, anche se di decima mano, del mercato nero: altri, i più deboli e remissivi, si umilieranno fino all’elemosina. Altri invece, degenereranno fino al furto, alla prostituzione, al brigantaggio. Tutto faranno, meno che morire d’inedia. Per un verso o per un altro, dunque, la società nazionale finisce lo stesso per mantenere i disoccupati; ma li mantiene in condizioni disperate, che li spinge fatalmente sulla china della demoralizzazione e della degenerazione. Questo fenomeno ha già assunto proporzioni allarmanti; ma se dovesse ulteriormente aggravarsi, tutta la nostra società nazionale minaccerebbe di essere travolta nel caos.

Perché, dunque, non dovremmo essere capaci di uno sforzo di organizzazione che ci permetta di mantenere in condizioni economiche e morali ben migliori i milioni di disoccupati, procurando del lavoro socialmente utile? Di lavori utili ne abbiamo moltissimi in Italia. Abbiamo ancora della macerie da sgomberare; della case da ricostruire o restaurare; dei ponti e delle strade da rifare; dei ponti da riattare o ampliare; delle bonifiche e relative trasformazioni fondiarie da compiere; dei banchi montani da costruire, per irrigare la maggior parte possibile del nostro suolo; dei fiumi e dei torrenti da arginare; delle montagne e delle colline da rimboschire, ecc. E questo, per limitarci a lavori che non richiedono materie prime da importare, né quantità eccessive di combustibile. Ma, compatibilmente con le possibilità d’importazione delle materie prime e dei combustibili, si potrebbe por mano alla ricostruzione della nostra marina mercantile, come allo sviluppo delle nostre ferrovie ed alla produzione del materiale ferroviario di cui difettiamo.

Si dirà che tutti questi piani grandiosi non sono nuovi e che sono invece alquanto chimerici. Ed io vedo già il ministro Corbino (apostolo della politica della lesina) sorridere di compassione e pronto a dimostrare che egli non ha in cassa, e non potrà mai avere, il numero considerevole di miliardi che occorrerebbero per mettere in pratica simili piani. Il che è esatto, se si rimane nei quadri del suo bilancio. Ma abbiamo detto che bisogna far ricorso a mezzi estremamente eccezionali. Quali? Uno di questi mezzi potrebbe essere un grande prestito nazionale volontario (ma, se occorresse, anche forzoso), che dovrebbe mettere a disposizione dello Stato un congruo numero di miliardi di lire. Insomma, una somma sufficiente per effettuare alcuni dei grandi lavori cui abbiamo accennato. Si tratta di lavori utili, la cui esecuzione aumenterebbe la ricchezza nazionale e le possibilità di sviluppo di tutta la nostra economia. È evidente che l’utilità di questi lavori si avrebbe in gran parte a lunga scadenza e che la società nazional s’indebiterebbe ulteriormente per il suo avvenire. Ma p quanto di meglio si possa far oggi per dare un colpo decisivo alla disoccupazione che ci soffoca.

Ci si obbietterà ancora che un prestito nazionale, anche se forzoso, non darà mai la somma ingente di cui abbiamo bisogno. Errore! Se si ha il coraggio di mettere tutti gli italiani di fronte alla triste realtà della nostra situazione attuale, si vedrà che nessun elemento delle classi abbienti dovrebbe ragionevolmente rifiutarsi di sottoscrivere il massimo possibile per un prestito che sarebbe ad un tempo di ricostruzione, di pacificazione sociale e di preservazione della salute fisica e morale del nostro popolo. Alcuni episodi di brigantaggio e di ferocia verificatisi negli ultimi tempi, debbono imporre la riflessione. Guai alla nostra sventurata Italia, se simili episodi dovessero tendere a generalizzarsi!

Non abbiamo la pretesa di aver fatto una scoperta: né di aver trovato il toccasana dei nostri mali. Può darsi che si possano escogitare altri mezzi, e più idonei, per realizzare urgentemente una politica di lavori pubblici su larga scala. Ciò che importa è di trovare ad ogni costo i mezzi eccezionali che si impongono per assicurare lavoro utile e pane onesto ai nostri disoccupati. Ci si dirà ancora che il Governo attuale non è più in grado di prendere grandi iniziative e che bisognerà attendere la Costituente per l’applicazione di una politica conseguente per alleviare la miseria delle grandi masse popolari. Questo è vero. Ma è anche vero che la gente ha bisogno di mangiare anche di qui alla Costituente: o meglio, fino al momento in cui la Costituente sarà in grado di funzionare e legiferare. Bisogna avere il coraggio di prendere le grandi decisioni che s’impongono. Lo esige la salvezza del nostro popolo.