Ad Aquisgrana Merkel e Macron si spartiscono l’Europa (o quel che ne resta)

Angela Merkel ed Emmanuel Macron si sono dunque riuniti ad Aquisgrana, per ribadire, a 56 anni esatti di distanza dal vertice De Gaulle/Adenauer all’Eliseo, il concetto della necessità di una cabina di regia franco-tedesca per assicurare un futuro all’Europa. Ormai da più di mezzo secolo, dunque, il copione si ripete: la Germania, forte vuoi della propria debolezza (quando era zona di frontiera, ventre molle della guerra fredda), vuoi della propria potenza (con la riunificazione prima e l’allargamento ad est poi dell’Unione), detta l’agenda; la Francia rincorre, e si illude di imbrigliare le strategie tedesche nella trama europeista, con risultati quantomeno altalenanti. Con la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) oggetto di intesa fu il quadro all’interno del quale ricollocare la rinascita dell’industria pesante tedesca; più inquietante la successiva Comunità Europea di Difesa (CED): gli Stati Uniti spingevano per il riarmo tedesco in funzione antisovietica, i francesi, allarmati, tentarono per lo meno, tramite la consueta operazione europeista, di aver voce in capitolo per meglio assorbire il trauma, a poco più di 10 anni dall’ingresso della Wehrmacht a Parigi. Fu poi lo stesso parlamento francese a bocciare sonoramente la CED, dal cui fallimento nacque una meno ambiziosa Unione Europea Occidentale (UEO). Lo stesso schema politico si è poi ripetuto, a bene vedere, con Maastricht: se proprio si doveva acconsentire alla riunificazione unilaterale tedesca imposta da Kohl (e dalla sopravvenuta inadeguatezza della leadership sovietica, che fino ad allora aveva fatto da comodo alibi per le paure francesi), che ciò avvenisse per lo meno all’interno di una trama europeista ancor più fitta. L’operazione riuscì, ma a distanza di un quarto di secolo il cadavere del paziente comincia a perseguitare i sogni del dottore. Complice, si diceva, l’allargamento ad est, che ha aumentato il ruolo baricentrico di Berlino sul continente dal punto di vista geopolitico, e favorito lo spread economico col resto dei sistemi produttivi europei per via di un vasto retroterra fornitore di semilavorati per la maggior gloria dell’industria tedesca. In questo quadro, la Brexit, da un lato, ha sancito il disinteresse di una parte almeno dell’élite britannica per le baruffe continentali. Dall’altro l’atteggiamento del nostro governo, altalenante tra una totale, ventennale subordinazione al disegno egemonico tedesco al limite del disprezzo manifesto per l’interesse nazionale, e le recenti sparate senza che un piano alternativo si intraveda neppure all’orizzonte, fa intravedere che neppure l’Italia sarà della partita. Sullo sfondo, la fine della guerra fredda, che già a partire dalla fine degli anni Settanta aveva spostato a sud-est il proprio baricentro, e infine la presidenza Trump che con i suoi modi spicci ha costretto gli europei a fare i conti con l’esaurimento di ogni rendita di posizione da far valere di fronte all’antica potenza egemone.

Finito il patronato a stelle e strisce, e tramontata la minaccia sovietica che implicitamente rafforzava l’intera architettura continentale, è come se l’Europa avesse perso la bussola e navigasse dunque alla deriva. Salvo puntuali e periodiche promesse di rilancio da parte del pluridecennale asse franco-tedesco. Solo che, mai come ad Aquisgrana, anziché due leadership salde e due sistemi-Paese in salute, si sono incontrate due debolezze, e l’incontro è parso servire più a scavare trincee che a costruire ponti verso l’esterno. Il disegno francese di costringere la Germania all’interno dell’ordito europeista presenta ora il conto al suo stesso promotore, travolto in patria dalla rivolta sociale, l’impopolarità crescente e l’impossibilità, all’interno dei parametri di Maastricht, di prestar fede a tutte le promesse fatte in ogni settore. Mentre gli indicatori economici ci dicono che pure Berlino inizia a pagare lo scotto del proprio successo mercantilista: edificato il boom sulla rovina dei mercati concorrenziali e dunque impoveriti i potenziali acquirenti delle proprie merci, ora che il rallentamento economico lambisce anche la Cina sinistri scricchiolii iniziano a farsi sentire nella fucina produttiva assisa in mezzo al continente. 

Ad Aquisgrana, dunque, Merkel e Macron “rilanciano l’Europa”, di fronte ai “populismi ed ai nazionalismi”. Ma quale Europa rilanciano? E contro quali nazionalismi si schierano? Non certo contro i propri, che anzi (a prescindere dalla credibilità o dalla strumentalità degli attacchi provenienti da ambienti interni al governo italiano), in Africa e in Siria la nazione francese fa la guerra, ed in Europa la Merkel non pare certo incline a mettere a freno gli appetiti dei grandi gruppi industriali e finanziari nazionali. E quale Europa “rilanciano”? Non certo “un’altra Europa”, ma la solita Europa, quella costruita nell’ultimo quarto di secolo attorno proprio a questi interessi. Un disegno di integrazione continentale profondamente ingiusto, e oltretutto controproducente. Ingiusto, perché ha prodotto divaricazione sociale e gerarchizzazione tra aree produttive funzionali ad una nuova divisione continentale del lavoro e all’impoverimento dei lavoratori (anche all’interno della Germania, nel cuore stesso della “locomotiva”). Controproducente, perché da nord (Brexit) a sud (governo italiano a trazione leghista), la reazione consiste in una ripresa del nazionalismo escludente.

In questo panorama, ritagliarsi il ruolo ancillare di “consigliere buono” come sembrano suggerire le élite nostrane, tornare cioè a insinuarsi in via subordinata nell’asse franco-tedesco, avrebbe poco senso. Meglio sarebbe dedicarsi a costruire un nuovo progetto di paese, socialmente inclusivo e aperto alla cooperazione internazionale, verso il continente e verso il Mediterraneo. Le opportunità di rilancio della nostra economia non sono certo legate a cosa si decide ad Aquisgrana.