Argentina: dopo le elezioni la sfida del governo peronista

All’inizio si diceva che la candidatura di Alberto Fernández alla presidenza dell’Argentina, un moderato, con un profilo di uomo dialogante, rappresentasse il ritorno del “nestorismo”. Analogamente a Néstor Kirchner [il Presidente peronista eletto dopo la crisi del 2001 n.d.r ], ha ipotizzato, nel mezzo di una crisi che sembrava ingestibile, e “con più disoccupati che votanti”, che il presidente eletto dovesse costruire il suo potere durante l’amministrazione. Fernández comprende questa logica, dal momento che era stato il capo di stato maggiore per Kirchner. Probabilmente Cristina Fernández aveva questo in mente quando lo aveva designato come candidato. Per il momento, nel mezzo di un’estrema decomposizione del tessuto sociale e di un crescente conflitto sociale nella regione, stanno arrivando tempi complessi per l’Argentina. Sia il partito al potere che l’opposizione devono essere all’altezza delle circostanze.

Nella campagna post-STEP, il presidente Macri è stato visto in un atteggiamento molto più energico, cercando la rimonta in un’elezione che sembrava impossibile. Mentre il presidente eletto era prudente, con poca iniziativa. Senza fare grandi promesse, forse consapevole di non poterle mantenere in un contesto economico estremamente complesso. L’1,5% di cittadini che che non aveva votato nelle primarie obbligatorie, aggiunto alla maggior parte del voto per Gómez Centurión ed Espert, insieme a una parte dei voti ottenuti da Lavagna [candidati di destra alternativi a Macri n.d.r.], sono andati praticamente tutti a ingrossare le cifre del partito al potere uscente. Questo non è stato sufficiente a Macri per una rimonta, ma lo ha lasciato in una situazione di relativa forza di fronte alla fase successiva. Alberto Fernández dovrebbe cercare ispirazione nelle massime non scritte del suo mentore politico, Néstor Kirchner, per il governo che dovrà dirigere dal 10 dicembre.

Nel pugilato, quando uno degli avversari è pronto a cedere, e la vittoria è assegnata ai punti, lascia la porta aperta per la rivincita. Il duro nucleo anti-peronista rappresentato da Mauricio Macri si ritira dal potere mantenedo capacità di mobilitazione e istituzionalizzazione e con le potenzialità intatte di ottenere la rivincita nel medio termine. Sebbene il 48%, con una differenza di 8 punti percentuali sullo sconfitto, sia una differenza considerevole, il potere simbolico che mantiene questa frazione, quando si sfiora il tetto del 40%, è grande. A maggior ragione se si tiene conto del fatto che questa percentuale è stata raggiunta nel mezzo di una brutale crisi economica, con tutti gli indicatori negativi e con un debito che rappresenta il 90% del PIL del paese. D’altra parte, è interessante notare che per la prima volta nella storia democratica dell’Argentina un presidente che si presenta per la rielezione immediata la perde. Né l’accettazione della sconfitta, e la richiesta di una transizione ordinata, rappresentano un fattore minore.

La schiacciante vittoria di Axel Kicillof nella provincia di Buenos Aires lo consolida come un uomo di peso nei prossimi anni. Con un’elezione simile a quella del 2015 nel resto delle province, il suo ampio trionfo è stato quello che ha permesso a Fernández di ottenere i voti necessari per evitare il ballottaggio. La figura del futuro governatore di Buenos Aires ricorda ai leader di sinistra europei il loro discorso, tuttavia pochi sembrano aver compreso il peronismo e lo stesso Kicilloff. Presentandosi con un’immagine fresca e informale, è saputo arrivare a sintetizzare le nuove esigenze delle generazioni  dei millennials come pochi politici argentini. La sua scommessa sarà, in primo luogo, di riattivare l’economia di Buenos Aires, scommettendo sulle piccole e medie imprese, sul mercato interno e sull’istruzione. Deve anche essere in grado di gestire l’equilibrio tra i sindaci e le forze interne del Fronte, dove Sergio Massa [peronista moderato] svolge un ruolo fondamentale.