Arriva lo sciopero nella Silicon Valley

Il primo Novembre scorso, alle undici circa, migliaia di lavoratori sono scesi in piazza e hanno portato avanti una marcia di protesta contro le politiche aziendali. No, non ci sono tute blu da metalmeccanico, nemmeno giubbotti catarifrangenti da rider, si tratta di una categoria di lavoratori che ha il privilegio di potersi vestire come meglio crede perché le aziende del settore, sulla carta, considerano la diversità culturale ed estetica un valore (vabbè ci saranno stati più Hipster che in qualsiasi altro posto ma non è questo il punto).  Hanno manifestato contemporaneamente a San Fancisco, Sidney, Tokyo, Singapore, Dublino, Londra perché la compagnia opera nel mercato globale ed ha sedi in tutto il mondo. Si chiama Alphabet e il suo brand principale è Google.

Se due anni fa mi avessero detto che il primo sciopero internazionale a cui avrei assistito invece di partire dagli operai cinesi o dai cittadini dei paesi arabi, per non parlare del sottoproletariato precarizzato occidentale, sarebbe scaturito dall’indignazione dei nerd e dei product manager organizzati uniti e interconnessi avrei pensato all’inesistente coscienza politica di mio fratello e mi sarei fatto una grande risata, ma la storia è bella anche perchè riesce sempre a sorprenderci e così proprio come l’URSS è caduta a Mosca il modello liberale, privatistico e individualista di contrattazione del lavoro inizia ad essere mal digerito proprio nell’Eldorado di qualsiasi laureato in marketing.

Al di la della cronaca dello sciopero (chiamiamo le cose col loro nome) che è anche difficile da ricostruire perché non si è realizzata con i classici step, quello che colpisce e che va analizzato sono una serie di aspetti che in Italia sono stati ignorati anche perché apparentemente atipici e scollegati fra loro, quindi è meglio procedere schematicamente.

La notizia in Italia

La prima curiosità riguarda le modalità di diffusione di questa vicenda sulle principali testate italiane. Sia Il Fatto Quotidiano che il Corriere della Sera, che ANSA, che il Sole24Ore riportano la notizia adducendo come unico motivo le presunte frequenti molestie sessuali che le dipendenti di sesso femminile denunciano in Google come in tutti i principali player del settore. Alcuni di questi network, se non tutti, ricollegano la battaglia dei lavoratori del settore alla campagna #metoo svuotandola automaticamente di qualsiasi significato inerente al mondo del lavoro. Eppure tutti loro citano come fonte principale, oltre ai comunicati dell’azienda, il New York Times che in ogni articolo in merito non si dimentica di accennare a varie tematiche che hanno portato alla manifestazione, come la richiesta di non ricorrere più ad un arbitrato privato per risolvere le controversie sul lavoro o la pretesa da parte dei dipendenti di poter determinare alcune politiche di budget (tipo la buonuscita dei dirigenti) nonché politiche aziendali (il coinvolgimento delle aziende nelle attività del Pentagono). Sono tutti argomenti di cui questa vicenda è piena anche si si vuole restare nell’ambito della cronaca dell’episodio principale. 

Nel 2014 Andy Rubin, il creatore di Android, si congeda dall’azienda e riceve un encomio pubblico da Larry Page e una buonuscita di novanta milioni di dollari. I dipendenti sanno bene che l’allontanamento, più che a questioni lavorative, è dovuto ad una accusa di molestie sessuali ed iniziano a protestare non digerendo che Google faccia di tutto per insabbiare la vicenda. Si parla di sexual harrassement ,ma anche di razzismo, pressioni che sfiorano gli atti di bullismo, nessuno accetta la gigantesca ingiustizia che un crimine passi impunito, nessuno lo riesce a sopportare sopratutto nel mondo dorato della silicon valley, da qui alla presa di coscienza su importanti tematiche legate alla regolamentazione del lavoro il passo sarebbe breve, quasi scontato, se non fosse istantaneamente seppellito sotto l’hashtag #metoo. Perché? Vuoi vedere che parlare di regolamentazione dei rapporti di lavoro e responsabilizzazione d’azienda in piena febbre neoliberale equivale quasi a svegliare il can che dorme? Anche uno allergico ai retroscena, di questo passo, rischia di diventare complottista.

Questione etica e giuridica

Dal momento che l’episodio di Andy Rubin è stato quello che più di tutti ha fatto scoppiare lo scandalo è bene soffermarsi su alcuni degli aspetti che sono passati in secondo piano sulla nostra stampa. In particolare i dipendenti di Google non hanno digerito che la cosa venisse insabbiata e che il colpevole non solo la facesse franca, ma guadagnasse anche un discreto gruzzoletto. A leggere alcune delle dichiarazioni dei manifestanti emerge la volontà di determinare come e quando i novanta milioni di buonuscita sarebbero potuti essere investiti meglio e sopratutto il senso di ingiustizia e di delusione per il fatto che l’azienda abbia praticamente contribuito a coprire un crimine. In uno stato di diritto degno di tale nome i dirigenti aziendali informati dei fatti dovrebbero essere sul banco degli imputati insieme al carnefice, colpevoli quanto e forse anche più di lui per il semplice fatto che “la legge è uguale per tutti”, come è scritto in tutte le aule di tribunale occidentali. Ma i contratti che hanno firmato i rampanti impiegati di Alphabet li vincolano a questa sottospecie di giustizia arbitrale in cui qualsiasi misfatto può essere sanato con una serie di rispettive compensazioni. Come se non bastasse molti dipendenti di Microsoft, Facebook, Amazon e tanti altri iniziano a non mandar giù la collaborazione con l’intelligence di vari paesi e il coinvolgimento nelle operazioni di guerra, almeno in quest’epoca si tratta di un approccio pionieristico, ed’è singolare che provenga dall’ambiente di lavoro meno politicizzato in assoluto, ma se si diffondesse a macchia d’olio renderebbe sicuramente il mondo un posto migliore.

Lo sciopero

Come si vede dai tanti video in rete i dipendenti di Google sono semplicemente usciti dagli uffici, non c’era polizia nei paraggi, probabilmente non era stato organizzato alcun corteo, non c’erano cordoni e magari, dopo la manifestazione, sono anche tornati a lavoro. Non stupirebbe sapere che la partecipazione è semplicemente aumentata col passaparola, basta guardare le occorrenze Instagram di #googlewalkout, il vero hashtag della protesta. Si tratta di una rappresentazione scenica del conflitto a cui non siamo abituati: composta, condivisa, decorosa, niente picchetti e camion con l’intenazionale. Una rappresentazione che potrebbe essere quella giusta per unire la nuova working class, fondata non su totem identitari ma  sull’appartenenza a determinate condizioni esistenziali: una forte discrepanza fra il livello di istruzione e le condizioni salariali, la drammatica scarsità di tempo libero, l’instabilità delle condizioni contrattuali. Vedere sfilare gli impiegati di Google ci ricorda il vero motivo per cui si porta avanti una azione politica: migliorare le proprie condizioni e il mondo, di qualunque mondo e condizioni si tratti. Ci ricorda che non esistono livelli di presunto benessere (che poi, guarda caso, è sempre dichiarato da altri soggetti) oltre i quali non è lecito impegnarsi per spostare più in su l’asticella, e sopratutto ci insegna che il più potente catalizzatore di empatia e solidarietà sono le condizioni e non le identità.

Prendere coscienza di Sé

Crescere, si sa, porta anche a delle consapevolezze dolorose, ed evidentemente trentasette anni non sono ventidue anche se vivi a San Francisco, la pazienza tende inevitabilmente a diminuire, così come la leggerezza con cui si affrontano gli avvenimenti e magari un cambio di lavoro o di città non è più foriero di tutte le entusiastiche aspettative che avevi dieci anni prima. Così si impara che la flessibilità tanto sbandierata dal credo liberal finisce per essere sempre e solo quella del più debole, uno a caso, proprio te…

Una delle richieste emerse dalle interviste del New York Times è quella di poter ottenere un’altra sede di risoluzione delle controversie lavorative che non sia una arbitrato aziendale, in buona sostanza una procedura privata stragiudiziale in cui le parti vengono ad un accordo. Si tratta del modo più efficace per rendere l’azienda quel porto franco giuridico in cui qualsiasi contenzioso viene risolto dentro le mura come se si trattasse di un qualsiasi contratto commerciale; un non luogo del diritto dove capita che al molestatore, per tornare al caso di Rubin, venga riconosciuta una sostanziale immunità penale e una ricompensa ben più alta di quella che spetta alla vittima, non fa una piega del resto, il manager per l’azienda è stato molto più produttivo della sua impiegata. Ecco, prendere coscienza di se significa capire che chi subisce un trattamento del genere, qualunque sia il costo del suo silenzio, sta subendo un enorme processo di downgrading umano. Da qui si può iniziare a combattere per pretendere che lo stato e il diritto tornino ad essere protagonisti della vita lavorativa rendendo le aziende responsabili delle conseguenze dei propri  comportamenti.

Due considerazioni 

Superando il registro discorsivo tenuto fin qui ci sono due considerazioni che non dovrebbero attendere oltre.

La prima riguarda la riuscita di una manifestazione così atipica, e allo stesso tempo così ad alto impatto, in un’epoca in cui i “lavoratori normali” (per chiarezza: i lavoratori ancorati ad un sistema di produzione del valore poco organico alle trasformazioni sociali dovute alle cosiddette nuove tecnologie) spesso rischiano di essere licenziati anche per un post su Facebook. Cosa ha dato ai partecipanti la sicurezza di sé necessaria per esporsi in prima linea? Una delle possibili risposte potrebbe venire dalle caratteristiche del proprio lavoro: il settore delle ITC (e qualunque altro settore in cui possa rientrare Google) è caratterizzato dalla sua nascita dalla piena occupazione, figuriamoci poi le prospettive di chi esce da un colosso come Alphabet in una delle grandi capitali del mondo. Assumendo questa ipotesi come verosimile è possibile concludere che la piena occupazione pone all’ordine neoliberale delle domande fondamentali e lo obbliga a posizionarsi davanti allo specchio per rispondere. Accettare il dissenso o cercare di reprimerlo? Migliorare costantemente le condizioni di lavoro o rivolgersi al mercato (migliorando comunque la situazione occupazionale complessiva e perdendo “valore umano” rispetto ai competitor)? Adeguare gli obiettivi di produzione alle aspirazioni della massa di lavoratori/consumatori o cercare di influenzarle? In questa prospettiva le politiche di austerità e  in generale di precarizzazione della vita più che giovare alla crescita economica complessiva aiutano i profitti e le élite eliminando il catalizzatore principale di qualsiasi anelito evolutivo sia collettivo che individuale. Chi è costretto a correre da solo ogni giorno e non vede alternative plausibili alla propria condizione sarà di sicuro meno propenso a socializzare un malessere, allo stesso modo sarà eccessivamente prudente nell’assumersi un rischio, vale a dire compiere il primo passo per cambiare la propria condizione personale. In conclusione sembra ridondante affermare che qualsiasi politica che non abbia la piena occupazione, e più in generale la sicurezza collettiva, come obiettivo finisce inevitabilmente per rafforzare i centri di potere attuali indebolendo ogni potenziale meccanismo di ascensore sociale.

La seconda considerazione è tutta incentrata sull’idea di società che traspare dal comportamento dei colossi dell’informatica coinvolti in questa vicenda. Assumendo che gli azionisti di maggioranza (e quindi i proprietari, e quindi i responsabili) di queste aziende siano, in qualche misura o pienamente, consapevoli della frequenza di comportamenti deplorevoli da parte del proprio management nei confronti dei subalterni, perché non hanno mai messo in atto nessuna iniziativa per migliorare questa condotta o, in estrema ratio, per inibirla sanzionandola? Viene in mente il vecchio concetto di homo sacer riportato in auge da Agamben qualche anno fa. Il filosofo riprendeva la condizione di sacertà propria del diritto romano: la condizione di colui che ha perso il favore degli degli dei e quindi il diritto alla protezione che la civitas garantiva a tutti i componenti, una sfera di incolumità e cittadinanza individuale inferiore a quella di qualsiasi altro normale cittadino. Con un generoso slancio intellettuale ci sforziamo di riprendere dal diritto romano un’altra condizione individuale che attingeva a piene mani ad una significazione di tipo religioso: la sacrosantità. Si tratta di una forma di inviolabilità da parte di chiunque per determinate figure pubbliche, venne pretesa a suon di rivolte per i Tribuni della Plebe, che dovevano essere giudicati esclusivamente dalle proprie assemblee di provenienza. Ecco, tirando una linea che va dalla sacertà, dei romani come dei dipendenti bistrattati, alla sacrosantità,  dei tribuni ma anche dei manager, emerge una concezione di comunità pronta a sacrificare il principio cardine dello stato di diritto, “la legge è uguale per tutti” in nome di qualcosa di più importante che per gli antichi romani era la pace sociale (pax deorum) ma per i capitalisti di oggi cos’è? 

Giuseppe Di Vittorio diceva sempre che la Costituzione non si deve fermare all’ingresso della fabbrica ma deve entrare nei luoghi di lavoro, per questo aveva tentato di scriverne una che prevedesse ampi margini di agibilità politica all’interno di essi. A me pare che la richiesta che queste persone hanno espresso con la loro moderatezza venga esattamente dalla stessa esigenza. Non a caso lo slogan più bello visto alle manifestazioni, nonché la migliore risposta alle semplificazioni della stampa nostrana, è senza  dubbio quello che recita “worker’s rights are woman’s rights” e in un attimo qualsiasi tentativo di rinchiudere quello che è stato #googlewalksout in #metoo svanisce: bisogna tornare a parlare di diritti dei lavoratori, sappiamo farlo, possiamo farlo, dobbiamo solo crederci. Dobbiamo capire come si passa da #googlewalkout a #googleonestepmore e riconoscerci tutto sommato molto più uguali di quanto sembri.