Come la France Insoumise è tornata ad essere un partito di sinistra di protesta

Dopo una campagna presidenziale quasi perfetta nel 2017, le delusioni si sono moltiplicate per la France Insoumise. Anche se alcune di queste possono essere attribuite a fattori esterni, la realtà è che ci sono stati molti errori strategici che sono al centro del crollo che ha portato Mélenchon e il suo movimento dal 19,6% dei voti nelle elezioni presidenziali al 6,3% nelle elezioni europee. Si tratta di una visione della politica simile ad una guerra di movimento permanente e di eccessiva aggressività nel discorso, soprattutto in periodi che si prestavano ad una narrazione più consensuale. Analisi di Lenny Benbara.

Nel 2017 possiamo identificare due grandi questioni che la France insoumise avrebbe dovuto affrontare se avesse voluto espandere il suo elettorato verso l’elettorato volatile di Emmanuel Macron e verso le classi lavoratrici che sono tentate dal voto per Marine Le Pen. Da un lato, costruire la credibilità affinché una candidatura come quella di Jean-Luc Mélenchon non sia percepita come un “salto nel vuoto”. Perché nessuno vuole giocarsi il proprio futuro con una mossa di poker. In una configurazione in cui il neoliberismo genera ansie e incertezze profonde, la gente ha bisogno di certezza e non di avventurismo. Dall’altro, la produzione di un discorso di protezione patriottica contro le minacce della globalizzazione. Questo deve essere costruito secondo un modello inclusivo, e non secondo quello dell’esclusione, cioè sulla base di una concezione civica e politica della nazione piuttosto che su una concezione etnica e culturale. Questo patriottismo è quindi una leva fondamentale per rifare comunità e rompere il cerchio infernale dell’atomizzazione e dell’individualismo. Molto chiaramente, l’elettorato dell’estrema destra esprime una forte richiesta di protezione che può essere catturata per darle un significato diverso. Questo discorso deve designare come nemiche le élite che non hanno saputo prendersi le proprie responsabilità di fronte alle minacce sulla sostenibilità della società piuttosto che scegliere i più deboli come capri espiatori sulla scia di quanto fanno Le Pen o Salvini.

In altre parole, la sfida era quella di fornire una promessa di ordine di fronte al caos neoliberista, e non solo un discorso di protesta e di opposizione al sistema. Nessuno ha bisogno di essere convinto che Jean-Luc Mélenchon è un oppositore del sistema in vigore, lo sanno già tutti. Non è quindi su questo aspetto che c’era spazio per compiere progressi. Dal nostro punto di vista, questo lavoro per ampliare la credibilità era in corso nella France insoumise, ma è stato interrotto dopo l’inizio della nuova stagione politica nel settembre 2017.

Dove tutto comincia

Se ripartiamo dalle conseguenze delle elezioni presidenziali, è possibile individuare una serie di esitazioni sulla strategia da adottare. A fronte del bisogno di una risposta chiara, il movimento è tornato alla sua cultura originaria della sinistra radicale, che ha portato ad una serie di errori strategici. Tra questi, il principale era quello di voler lanciare una guerra di movimento quando era invece necessario condurre una guerra di posizione. In altre parole, la France insoumise ha attivato un discorso adatto ai periodi caldi in un momento in cui era fondamentale sviluppare una strategia specifica per i periodi freddi che si caratterizzano per un rapporto di forze meno fluido. L’eccessiva aggressività, in particolare, ha lasciato il gruppo politico disarmato e impercettibile quando si sono mobilitati i gilet gialli, una congiuntura che avrebbe richiesto sia un discorso duro che la capacità di presentarsi come un’opzione credibile. Ci verrà detto che la France insoumise non ha mancato di sostenere i gilet gialli e di opporsi al governo. La questione è che un discorso efficace non può essere monotono. Nessuno ascolta una forza il cui discorso non è più in grado di produrre variazioni nella sua partitura per mesi. Questo discorso si trasforma inevitabilmente in un rumore di fondo ignorato da tutti. Per illustrare questo argomento, torniamo indietro ai momenti chiave che hanno scandito le fasi successive alle elezioni presidenziali e che dimostrano che le cose sono state fatte fuori tempo.

In primo luogo, poco dopo le presidenziali, si sono tenute le elezioni parlamentari, che sono state la prima istanza del ritorno della retorica aggressiva, incarnata dall’attacco all’ex primo ministro Bernard Cazeneuve. Questo, l’unico ministro socialista relativamente popolare, era stato descritto come “l’assassino di Rémy Fraisse” (un attivista ecologista morto per colpa della polizia), mentre la France insoumise avrebbe avuto bisogno dei voti dell’elettorato socialista alle elezioni legislative di giugno. A questo dobbiamo aggiungere la linea politica adottata durante la campagna: l’ex candidato Jean-Luc Mélenchon ha invano invitato gli elettori a votare per il suo movimento per poter diventare primo ministro e creare una sesta Repubblica. Agli occhi del popolo, tutto si gioca durante le elezioni presidenziali, che sono il principale evento politico: questo momento di acutizzazione politica non torna a ripetersi un mese dopo quando invece è già in atto un processo di depoliticizzazione e di calo della partecipazione. Esisteva però un’alternativa semplice: chiedere un voto per la France Insoumise per dare forza al progetto di paese incarnato da questa forza politica. In breve, l’argomento era quello di porre le fondamenta di una società che prima o poi dovrà nascere. Questo è esattamente il tipo di discorso che avrebbe dovuto essere mobilitato la sera del primo turno, piuttosto che dare un’immagine di sconfitta e amarezza.

Nonostante una campagna non indovinata, la conquista di un gruppo parlamentare ha permesso al movimento di ritrovare uno slancio positivo.

La creazione di questo nuovo gruppo parlamentare ha portato alla copertura mediatica delle azioni dei nuovi deputati eletti. Uno dei loro primi atti, però, è stata la rimozione della cravatta, che è tipica di un atteggiamento che consiste nell’adulare la propria sociologia di riferimento così come il cuore della sua base: nel nostro caso, il segmento urbano e laureato dell’elettorato insoumis. Questa trasgressione nell’abbigliamento rinvia all’immaginario del disordine e della contestazione. Le classi lavoratrici, invece, cercano di essere adeguatamente rappresentate. È possibile considerare tutto ciò come una questione arcaica, ma è un fatto politico che va preso in considerazione.

La linea scelta a partire da settembre 2017 è la logica continuazione di questi primi simboli, poiché il gruppo parlamentare ribelle ha iniziato a denunciare i progetti di legge sul diritto del lavoro come “colpo di stato sociale”. Questa scelta semantica riflette una strategia di polarizzazione del tutto eccessiva in un momento in cui, ci piaccia o meno, i francesi aspettavano di vedere prima di fissare il loro giudizio sull’operato di Emmanuel Macron. È stato così adottato a pieno titolo il vocabolario della protesta, mentre il periodo era invece di raffreddamento politico e di attesa. In modo convergente con questa linea, la France insoumise chiedeva allora che la popolazione scendesse in piazza con pentole e tegami, una pratica tipica della Tunisia e dell’America Latina, e che un milione di persone si riversasse sugli Champs-Elysées. L’assurdità di questo appello denota la convinzione che sia possibile premere un pulsante per provocare una crisi di regime.

Tuttavia, questo discorso non era ancora univoco, come dimostra la prima apparizione di Jean-Luc Mélenchon all’Émission politique di fronte al primo ministro Édouard Philippe il 28 settembre 2017. Gli osservatori rimasero positivamente sorpresi dalla cordialità del discorso e dal rispetto tra i due uomini.

La strategia di protesta

Il destino della France insoumise è stato segnato il 30 novembre 2017 nello stesso programma politico. Ricorderemo così il durissimo scambio con Laurence Debray (la figlia di Regis Debray, vecchio amico del Che, tiene posizioni molto diverse a quelle di suo padre) sul Venezuela, in totale contraddizione con l’immagine al di sopra dei partiti che Jean-Luc Mélenchon avrebbe dovuto amare e conservare, e su cui sta lavorando ora, a distanza di due anni, attraverso il viaggio intrapreso in America Latina. La strategia annunciata in questo programma è stata una scelta molto chiara: dobbiamo opporci, opporci e opporci.

Questo perché all’epoca si verificarono i primi segni di agitazione tra studenti e ferrovieri. La scelta della protesta ha quindi comportato una partecipazione proattiva alla mobilitazione. Tuttavia, questa mobilitazione segnalava soltanto la debolezza dei sindacati ed era perdente in anticipo a causa della sua impopolarità e dell’incapacità di provocare uno straripamento sociologico o di rinnovare le sue forme. Come tutte le tradizionali mobilitazioni di sinistra, cioè quelle composte da funzionari pubblici, studenti e laureati in situazioni precarie, il suo fallimento era prevedibile, soprattutto alla luce del fatto che avveniva a meno di un anno dall’elezione del Presidente della Repubblica. Da questo punto di vista, il movimento invernale del 1995 contra le riforme liberiste del governo di Alain Juppé è un’eccezione e la società è cambiata molto da allora. Un atteggiamento più cauto sarebbe stato quello di sostenere la mobilitazione, ma di agire come un appoggio istituzionale e un megafono nell’Assemblea piuttosto che come sostituto dei sindacati. Di conseguenza, la sconfitta del movimento divenne quella della France insoumise, che si impadronì quindi della bandiera del campo della sconfitta.

Dopo questa mobilitazione, ha avuto luogo il processo di selezione della lista del movimento per le elezioni europee. Questa procedura, lodata per la sua originalità, ha portato ad un cambiamento della cultura all’interno di France insoumise. Se fino a quel momento era stata una forza estroversa, fu in quel momento che la France insoumise divenne introversa. Infatti, i quadri si sono concentrati su questioni interne e hanno cercato di mobilitare risorse per far avanzare le rispettive pedine e cercare di influenzare la linea politica. È a causa di questo interminabile processo che le differenze interne sono state esacerbate e i conflitti e le fuoriuscite hanno iniziato ad avere grossa eco sui media. Anche se non fosse stato un movimento democratico, come lo rivendica France insoumise, sarebbe stato più prudente risolvere la questione in pochi giorni e ipotizzare l’imposizione d’imperio di una lista senza inscenare alcun conflitto.

Naturalmente, le perquisizioni dell’anno passato all’appartamento di Mélenchon e alla sede della France insoumise hanno anche avuto molte conseguenze. Questa scandalosa operazione di polizia politica ha causato grave danno alla France insoumise, soprattutto perché le scene mostravano ai francesi un volto aggressivo, se non addirittura preoccupante, di questa forza. Questo è un fatto esogeno, tra gli altri, e bisogna ammettere che fa parte della spiegazione della disaffezione elettorale nei confronti del movimento.

Parallelamente a questo processo, è stata scelta una linea inintelligibile per le elezioni europee. Da un lato, il movimento sosteneva di farne un referendum anti-Macron quando ormai la France insoumise non era più la prima forza di opposizione da molti mesi: l’idea di un referendum poteva solo favorire l’estrema destra. D’altra parte, uno dei presupposti della campagna era che solo l’elettorato urbano e istruito sarebbe andato a votare alle elezioni europee. Di conseguenza, il movimento credeva che fosse necessario “andare a cercare i radical chic” e andare a caccia sul terreno del Partito socialista, del Partito comunista, di Génération.s e dei Verdi per guadagnare quote di mercato piuttosto che coltivare la sua propria originalità. Per chiunque abbia assistito ai dibattiti televisivi europei, è stato chiaramente difficile distinguere i discorsi di queste diverse forze politiche di sinistra.

Il ritorno alla postura della sinistra di protesta

Il risultato di tutto questo è il rientro della France insoumise nello spazio della sinistra radicale, magnificamente simboleggiato dalla formula della “federazione popolare” come nuovo orizzonte organizzativo, che suona più o meno come un Left Front 2.0, già crollato dopo delle elezioni di 2012. In realtà, il populismo è stato troppo inteso come un discorso di opposizione e di antagonismo aggressivo, mentre non è così, come dimostra con successo l’esperienza di Íñigo Errejón in Spagna, molto vicino alle idee del filosofo Ernesto Laclau. Quando parliamo di populismo, intendiamo la ricerca della trasversalità basata sull’opposizione ad un avversario comune. Tuttavia, non c’è motivo per cui l’opposizione a Macron debba trasformarsi in resistenza e ossessione per la protesta.

Nel periodo post-elezioni presidenziali, tuttavia, si sarebbero potuti compiere passi in avanti fondamentali per intraprendere una guerra di posizione e acquisire una cultura istituzionale essenziale per la conquista dello Stato e l’esercizio del potere. Una delle carenze dei movimenti politici, che sono molto efficaci per vincere le elezioni e muoversi nei periodi elettorali caldi, è proprio la mancanza di istituzionalizzazione. Pertanto, senza tornare alla forma del partito tradizionale, si sarebbe potuto pensare a forme organizzative parallele per i momenti freddi tali da consentire di potersi muovere in un’ottica di guerra di posizione.

Questa è una delle condizioni importanti per svolgere il lavoro di legittimazione che è imperativo per qualsiasi forza di cambiamento radicale. Questo lavoro non può essere ridotto al programma, ma comporta anche una serie di codici e una cultura di cui appropriarsi. Conquistare lo Stato significa attivare reti e attrarre i decisori con approcci specifici. Il libro di Marc Endeweld sulle reti di Macron pubblicato in 2019 illustra brillantemente l’esistenza di uno Stato profondo che non può essere rimosso dalle elezioni. Dobbiamo quindi essere pronti a giocare nei suoi interstizi e nelle sue contraddizioni. Tuttavia, si tratta di un compito a lungo termine che si deve preparare con largo anticipo, ad esempio con la creazione di un think tank, messo in piedi solo due anni dopo le elezioni presidenziali da parte della France insoumise.

In parallelo a questo sforzo istituzionale, Jean-Luc Mélenchon avrebbe dovuto fare un passo indietro molto prima per porsi come una risorsa politica super partes. Dopo il 2017 e il suo catastrofico secondo turno, Marine Le Pen è scomparsa per quasi due anni, ma questo non le ha impedito di tornare in scena in tempo. Da questo punto di vista, il volontarismo e la guerra di movimento della France insoumise si sono rivolte contro lo stesso movimento.

In realtà, se i gilet gialli sono apparsi, è perché in Francia non c’è più alcuna opposizione in grado di incanalare il malcontento. Se l’estrema destra si è leggermente ripresa, sembra fortunatamente condannata alla semplice gestione di una rendita elettorale. In realtà, la gente usa la via extra-istituzionale per far sentire la propria voce quando tutti i meccanismi di incanalamento della rabbia all’interno delle istituzioni sono stati sabotati. Da questo punto di vista, il governo inasprisce le tensioni quando effettua operazioni di polizia politica e di sabotaggio delle forze oppositrici.

Inoltre, i gilet gialli forniscono una seconda lezione strategica: non si iniziano guerre di movimento premendo un pulsante. Dobbiamo accettare di non poter scegliere il terreno su cui si svolge la battaglia politica. Per questo motivo è necessario adattarsi ai diversi tipi di periodi. Quando la società è altamente polarizzata, è importante attivare una dose maggiore di conflitto nel proprio discorso, giocando la carta della stabilità di fronte alle deficienze del potere. Quando la situazione politica si calma, anche temporaneamente, il livello di conflitto deve essere ridotto.

Altrimenti, il rischio è quello di risultare fuori tempo e lontani dal buon senso. Potremmo fare un parallelo con la questione dell’unione della sinistra. È paradossale constatare che, potendo raggiungere un accordo con altre forze di sinistra a proprio vantaggio dopo le elezioni presidenziali , è stato soltanto nel momento in cui era già in crisi elettorale che ha cominciato a considerare Macron come il campione della destra, ipotesi di per sé molto discutibile, e a cercare di diventare egemonico a sinistra, un obiettivo a quel punto ormai già fuori portata.

E ora che si fa?

A qualche mese delle elezioni comunali, la France insoumise si trova in una posizione molto indebolita. Il suo capitale politico è stato sperperato, motivo per cui è molto più complicato che in passato condurre una guerra di posizione. È probabile che sia così fino alle prossime elezioni presidenziali. Da questo punto di vista, sembra esserci già accordo sul fatto che un nuovo strumento e una nuova opzione trasversale, non definita sulla base dell’asse tra sinistra e destra, saranno necessari per affrontare le presidenziali del 2022. Tuttavia, sembra improbabile che il successo relativo della France insoumise del 2017 possa essere bissato senza una significativa inversione di rotta.

In questo senso, è possibile identificare una serie di condizioni per spingere un’opzione potenzialmente vincente. In primo luogo, deve costruire un’opposizione tra la maggioranza della società e la piccola minoranza privilegiata che ha preso il controllo dello Stato, dei media, dell’economia, ecc. È questo tipo di scissione che può costruire una maggioranza nella società e risuonare con lo stato morale del paese. Inoltre, l’imposizione di questo tipo di asse permette di cancellare quello che l’estrema destra sta cercando di promuovere per condizionare l’agenda e riordinare il campo politico, cioè quello tra cittadini nazionali e immigrati non assimilati.

In secondo luogo, questa opzione elettorale deve essere al di fuori dell’asse sinistra-destra in termini di retorica e identità se vuole espandersi verso gli elettori che mancano alla France insoumise: la frazione volatile degli elettori macronisti del 2017, gli astensionisti, le classi lavoratrici prigioniere dell’estrema destra e i giovani che sono stati uno dei punti di forza della France insoumise durante le ultime elezioni presidenziali. Qui entra in ballo il patriottismo progressista, in linea con l’eredità della Rivoluzione Francese. La trasversalità del riferimento alla patria permette di andare oltre l’immaginario limitato della sinistra tradizionale.

In terzo luogo, questa forza deve generare certezza e dimostrare la sua credibilità. Da questo punto di vista, il discorso di Mélenchon sulla convocazione di un’assemblea di redazione di una nuova costituzione all’indomani delle prossime presidenziale sembra controproducente. Non è possibile dire: “Dammi il potere in modo che il giorno dopo lo abbandonerò”. Gli elettori eleggono i rappresentanti per assumersi il potere e la responsabilità. Il riferimento della France insoumise all’America Latina ha qui uno dei suoi limiti. D’altro canto, il sistema di shadow cabinet laburista nel Reino Unito è un riferimento interessante.

In quarto luogo, questa opzione dovrebbe apparire nuova e innovativa, non nostalgica delle forme del passato. In particolare, la Francia è molto indietro in termini di uso politico dell’ambiente digitale. Mentre c’è molto spazio per l’innovazione, poche forze politiche sembrano aver intrapreso questa strada. Da questo punto di vista, la France insoumise rimane la formazione più avanzata rispetto ai suoi concorrenti, con la possibile eccezione di Emmanuel Macron in alcuni segmenti. Come dimostrano Italia e Stati Uniti, c’è molto da fare in questo campo. Infine, non c’è discorso vincente contro Emmanuel Macron senza seguire una linea di confine che combina da un lato un messaggio di ordine e protezione e dall’altro la novità, la hype e il dirompente. In un certo senso, è necessario dar vita una tessitura complessa tra aspirazioni progressive e difensive per preservare l’esistente.

La France insoumise è ancora in grado di trasformarsi in un partito di governo e di cambiamento radicale? Ci sono molte ragioni per dubitare di questo. Il suo vantaggio, per il momento, è che i suoi concorrenti sembrano ancora meno capaci di sfruttare la nuova situazione politica creata dal macronismo, che ha distrutto ogni forma di alternativa all’interno del blocco oligarchico. Il 2022 è ancora molto lontano e questo periodo quinquennale non manca di sorprese, come dimostrano la vicenda Benalla (del nome del consigliere di Macron nascosto in agente di polizia che aveva picchiato ai manifestanti durante il primo maggio di 2018) e il movimento dei gilet gialli. Il campo politico francese sembra essere più che mai caratterizzato da una radicale incertezza e dall’impossibilità di stabilire aspettative lineari. Non c’è dubbio che l’equilibrio di potenza cambierà ancora in modo significativo e si muoverà.