Crisi turca, crisi globale

Turchia, Brasile, Argentina: la finanza festeggia il decennale della Grande Recessione con un nuovo ciclo di instabilità tra i Paesi emergenti, ricordandoci che la crisi globale è finita, ma le sue cause persistono. Le lunghe ed importanti riforme degli ultimi anni hanno modificato sostanzialmente il sistema bancario ombra accumulatosi nei decenni precedenti la crisi, ma non hanno in alcun modo risolto il problema di fondo: la profittabilità bancaria.

Quello che era chiaro a Schumpeter nel primo dopoguerra, ed a Minsky nel secondo, e’ stato svelato al mondo dall’ultima crisi: il sistema bancario privato, sul quale il non-sistema monetario globale si e’ venuto a costruire a partire dal Nixon shock, non e’ in grado di coniugare profitti e stabilita’. La necessita’ economica, ed il potere degli azionisti, impone necessariamente il sacrificio della stabilita’ sociale sull’altare dei profitti privati. Che questo prenda la forma della speculazione azionaria degli anni Venti, dei junk bonds degli anni Ottanta o le banche ombra del nuovo millennio poco importa: finche’ non saremo disposti ad affrontare il problema alla radice non potremo fare altro che assistere impotenti all’espansione del catalogo dell’innovazione finanziaria, ed alle conseguenti crisi.

In questo senso, la crisi Turca provoca solo un senso di déjà vu: una crisi di debito privato, causata dalla liberalizzazione dei flussi finanziari internazionali e da un settore bancario globale in disperata ricerca di profitti, reso ancora piu’ incauto dalla sicurezza della socializzazione delle perdite. Certamente la speciale situazione politica, e la provvisoria indisponibilita’ di Erdogan nel sottomettersi alle tenere attenzioni del FMI, rendono il caso particolarmente interessante. Ma questo non deve distrarci dal problema principale, quello di un settore bancario internazionale costretto a perseguire l’instabilita’, anche solo per sopravvivenza. Che fare?

Le risposte istituzionali sono visibilmente inefficaci, delle cure palliative. La Banca Centrale Europea spinge per un maggiore accentramento dei sistemi bancari continentali (ma non erano gia’ troppo grossi per fallire?), per il bail-in (ma come possono i depositanti monitorare delle organizzazioni che riescono ad eludere i controlli delle banche centrali?), per l’ulteriore separazione di banche e Tesorerie (ma quali titoli “sicuri” privati potrebbero sostituire il debito pubblico nei bilanci bancari?). Tutto questo nel nome di una prospettiva regolatrice macroprudenziale, disposta ad accettare la diffusione di pratiche pericolose al fine di posporre il crollo sistemico per un altro giorno: e quel giorno?

La soluzione esiste da sempre, ed e’ sempre la stessa: la socializzazione del sistema bancario, attraverso lo Stato in esclusiva o col supporto della societa’ civile. Non solo la finanza e’ una infrastruttura fondamentale, un servizio necessario allo sviluppo economico, il cui buon funzionamento deve essere garantito dallo Stato, ma si tratta di un settore che da lungo tempo non riesce ad essere profittevole senza essere nocivo. Dopo decenni di liberismo, i popoli europei sembrano essere disposti ad accettare nuovamente l’intervento dello Stato nella gestione di un’economia che lasciata a se’ stessa non sembra in grado di soddisfare le istanze di sicurezza, giustizia e rispetto ambientale del presente. Le stesse banche private stanno cercando di diversificare le proprie attivita’, diventando assicuratrici e consulenti di gestione del rischio. Conosciamo le risposte, vediamo la necessita’, sentiamo l’opportunita’: e’ arrivato il momento di agire.