I trattati di libero commercio: la crisi eterna

Dieci anni (tale è il lasso di tempo trascorso, tanto che si prenda come riferimento il 9 agosto 2007 – crollo dei mutui subprime, o il 15 settembre del 2008, quando la bancarotta di Lehman Brothers mostrò in modo inconfutabile la gravità della situazione) dall’inizio della crisi economica mondiale impongono un bilancio di cosa è veramente cambiato in questo tempo. Al di là delle ricostruzioni di carattere storico-accademico l’interrogativo più ricorrente è quanto le dinamiche sottostanti siano ancora attive e se ci possano riportare ad una nuova crisi. Per porsi il problema occorre iniziare a considerare i fenomeni più rilevanti, alcuni dei quali  paiono veramente di portata storica. Fra essi possiamo elencare:

– la affermazione della austerità come ortodossia economica globale: secondo uno studio ILO abbiamo avuto tagli sostanziosi alle pensioni (in 105 paesi), alla sanità (in 56 paesi), ai salari (in 130 paesi); privatizzazioni diffuse (in 55 paesi), con previsioni di impatto di contrazione del PIL entro il 2016-20 per 132 paesi;

– un inedito protagonismo delle banche centrali, che a livello globale hanno triplicato i loro bilanci (valutati sui 22-24 trilioni di dollari);

– la scomparsa dei BRICS. Le potenze emergenti hanno avuto andamenti differenti, alcuni mantenendo dei tassi di crescita più ridotti ma rilevanti, altri entrando in recessione, il che fa pensare che sia arduo considerarli ancora una soggettività politica con strategie unitarie;

– grave crisi dei regimi progressisti latinoamericani (emblematici Brasile e Argentina);

-proteste antisistema in moltissimi paesi (non solo indignados spagnoli e Occupy Wall Street in Usa, ma nei paesi arabi, in Russia, Turchia, Brasile, ecc.), da considerarsi complessivamente poco riuscite;

– Crescita della diseguaglianza economica (si vedano i rapporti OXFAM);

– Aumento dei debiti pubblici da una media del 72% al 106% sul PIL dei paesi.

Per iniziare a mettere in campo una riflessione che ricerchi il “filo rosso” di tutti questi fenomeni, cercheremo di vedere le dinamiche globali alla luce della prospettiva del commercio estero e le dinamiche di negoziazione di accordi di libero mercato (FTAs). Partiamo dalla constatazione che l’importanza dei flussi commerciali internazionali è considerevolmente aumentata nelle ultime decadi. Prendendo come indicatore la quota di import+export sul PIL della sommatoria mondiale di tutti i paesi, vediamo come tale valore sia cresciuto.

Tabella1

Si vede con chiarezza come ad una crescita assai rilevante negli anni Novanta e Duemila corrisponda una caduta nettissima con la crisi attuale, tanto più considerato che questi sono valori relativi ad un Pil che è cresciuto dai 22,5 trilioni (1 tr= 1000 miliardi di dollari) del 1990 ai 63,4 trilioni del 2008 (quindi la % di commercio internazionale è in senso assoluto in crescita intensissima), e simmetricamente la caduta post-2008 è relativa ad un pil in contrazione paurosa (da 63,4 a 60,1 trilioni).

Come hanno reagito gli Stati a questo clima? Col protezionismo. Nonostante se ne parli tanto con la presidenza Trump – tanto da dar quasi a intendere che tale politica sarebbe quasi una estensione del populismo reazionario – gli Usa di Obama sono stati fra i massimi fautori di tali pratiche.

A livello globale possiamo citare un importante pensatoio britannico che facendo la sommatoria delle misure commerciali anno per anno ha visto avanzare drammaticamente il numero di quelle protezionistiche rispetto alle analoghe di marca liberista.

Tabella2

L’analisi portata avanti tanto da ATTAC che dal CADTM tende a vedere i processi di finanziarizzazione come elementi sostitutivi per trovare sbocchi per la produzione (cioè domanda di consumo) senza innalzare il livello dei salari (stagnanti o addirittura declinanti). Se si considera il quadro sopra illustrato, si vede che per affrontare una più intensa concorrenza internazionale si è passati attraverso una declinazione coerente ma innovativa con il panorama degli accordi di libero mercato.

Questi, com’è noto, sono trattati che impegnano gli Stati che li contraggono a varie forme di liberismo economico, quali la eliminazione di dazi doganali, l’apertura di settori interni alla concorrenza internazionale, l’abbassamento delle norme che potrebbero recare danno ai profitti  – anche in protezione di lavoro, sicurezza e salute umane. Anche grazie alla mobilitazioni internazionali la forma più conosciuta di essi, la potente Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) è divenuta marginale e screditata. A ciò sono seguiti numerosi accordi bilaterali – tanto da parte degli USA che dell’UE.

La forma presa nella fase della crisi è quella di accordi ampi – ma non comprendenti tutti i paesi del mondo – in cui impera la stessa logica. Si possono citare TTIP, CETA, TPP, RCEP, TiSA.

Il loro tratto caratterizzante è di comportare una vera e propria integrazione non solo economica ma anche normativo-istituzionale, in misura superiore rispetto al passato. Anche UNCTAD nota in riferimento al recente scenario che “Tali accordi bilaterali e regionali non sono più semplici ‘accordi commerciali’: sono trattati multilivello di integrazione economica, spesso denominati quali accordi di partenariato economico.”

Tale aspetto si declina con una enfasi forte sulla omogeneizzazione regolatoria, cioè sul tentativo di dotare l’insieme dei paesi interessati delle medesime norme riguardanti lo stesso settore.

Se prendiamo per esempio la regolamentazione sul settore finanziario quale emerge da un paio di documenti che riassumono le proposte della UE da inserire nel TTIP, si vede che si ipotizzava da parte di ciascuno dei membri (cioè UE e USA) per ogni misura legislativa che inerisse al settore:

– una previa consultazione comune per ogni misura che potesse avere una incisività sulla controparte, per verificare la conformità ai principi generali regolatori;

– tali principi impediscono di vincolare l’altro membro, se non per salvaguardare la stabilità finanziaria (misura macroprudenziali) e avendo come tetto massimo della misura gli standard internazionali (come Basilea III); ed in ogni caso “non più onerosa del necessario”.

– un impegno al mutuo riconoscimento del regime regolatorio (in pratica la banca potrebbe scegliere se aderire al sistema di controllo UE o USA, rendendo di fatto la norma quello meno vincolante) che in caso di disputa può essere ritirato come ritorsione;

– la consultazione tecnica doveva avvenire in un organo di nuovo conio, “Joint EU/USA Regolatory forum”, totalmente esterno all’assemblea legislativa.

È evidente come tanto l’allontanamento dell’iter dei luoghi istituzionali di dibattito democratico quanto la sottomissione della norma alle “forche caudine” di standard assai limitativi (il cui vaglio di conformità agirebbe preventivamente, secondo alcune proposte ancor prima che le Camere la possano visionare il ddl) si traducono in una compressione della normale dialettica democratica, tanto da configurarsi come impossibilità di imporre determinati comportamenti al settore, se non nel solo obiettivo di sostenere la stabilità finanziaria – in una forma peraltro assai contigua alle necessità della concorrenza e del mercato.

Proiettando tale logica sui maggiori settori della vita pubblica (dall’agroalimentare ai brevetti, dal lavoro alla sanità) si vede come la potestà regolatoria dei parlamenti sovrani subisca una drammatica compressione, passando dal subire un condizionamento forte da parte della logica di mercato e dalle aziende più forti ad attribuire a questi ultimi una vera forza coercitiva di governo, forzando anche formalmente l’assetto costituzionale degli Stati.  La omologazione legislativa ne diviene blindatura inossidabile, garantita da sedi decisionali sovranazionali soggiacenti alle forze dominanti. Si deve anche tenere presente che la costruzione di blocchi geoeconomici in forte competizione reciproca non solo commerciale ma a tutto campo è pessima premessa per la pace mondiale. È  urgente focalizzare la posta in gioco da parte dei movimenti critici, che è proprio la stessa sussistenza della democrazia formale e sostanziale.

Da “Granello di Sabbia”, settembre-ottobre 2018