Il populismo e il grande complotto rossobruno

Ormai dall’inizio dell’estate è in corso un’offensiva ideologica per demonizzare quello che è generalmente definito “populismo di sinistra”. Accusata di mescolare le frontiere ideologiche con l’estrema destra, se non addirittura di condurre ad una deriva autoritaria o analoga al cesarismo, l’ipotesi populista sarebbe un pericolo mortale per la democrazia [1]. Peggio ancora, per coloro che si identificano con la sinistra, il populismo significherebbe abbandonare la “società” in favore del “sociale”. Dando la priorità alla questione sociale e gerarchizzando le “lotte” si verrebbe a creare la necessità di rivolgersi all’elettorato popolare del Front National mettendo nell’armadio il femminismo, i diritti LGBT, l’ecologia, la lotta contro il razzismo, ecc. Questo dibattito ci porta in realtà completamente fuori strada.

La Francia è immersa nel vecchio dibattito tra la sinistra giacobino-marxista e la seconda sinistra [2] .

La Francia non ha ancora digerito l’innovazione intellettuale della scuola populista, della quale si parlerà più avanti. Innanzitutto è necessario affrontare il contesto ideologico attuale. La sinistra giacobino-marxista viene regolarmente opposta alla seconda sinistra, figlia della critica del Maggio ’68 e della nascita di nuovi movimenti sociali come il femminismo e i diritti LGBT, per citarne solo alcuni. 

La prima accusa la seconda di essere stata integrata nel neoliberalismo, che assume come proprie una parte delle nuove richieste di uguaglianza e di democrazia. Questo processo è poi culminato con la nota di Terra Nova [3] del 2011 che ha reso un conglomerato di minoranze il centro della maggioranza elettorale della sinistra detta “liberale-libertaria” e individualista.

La seconda critica la prima per la sua visione ormai antiquata di Stato e organizzazione, per il suo patriottismo, ma anche per il suo riconoscimento tardivo delle rivendicazioni di uguaglianza delle minoranze. In breve, si utilizza il termine “rossobruno” per identificare l’unione di posizioni sociali progressiste con idee più o meno reazionarie sul piano dei valori. 

Questo dibattito era già presente prima delle elezioni presidenziali del 2017, ma ha assunto una nuova forma con l’emergere del populismo come tema del dibattito intellettuale. Per rendere di più l’idea, ecco una serie di esempi pratici di questo dibattito: Jean Pierre Chevènement [4] contro Clémentin Autain [5]; Cristophe Gvilly [6] contro Éric Fassin [7], etc.

Tuttavia assistiamo ad un paradosso intellettuale particolarmente divertente. Infatti, in occasione della messa in atto di una strategia che si potrebbe definire populista da parte della France Insoumise, una grande parte della tradizione della sinistra giacobina e marxista si è radunata attorno ad una strategia largamente influenzata da… la seconda sinistra. Questo paradosso cresce se si pensa che la seconda sinistra si è fortemente discostata da tale strategia e ha mantenuto le distanze sul piano teorico e pratico malgrado il fatto che alcuni dei suoi componenti, come Ensemble [8], abbiano partecipato alla campagna della France Insoumise.

Le origini teoriche del populismo di Chantal Mouffe e di Ernesto Laclau.

I lavori di Chantal Mouffe e di Ernesto Laclau rientrano nella tradizione postmoderna che ha fortemente criticato il marxismo ortodosso e la sua incapacità di incorporare le richieste dei nuovi movimenti sociali: femminismo, antirazzismo, diritti LGBT, ecc. Ponendo l’appartenenza di classe come fondamento di un soggetto rivoluzionario privilegiato, l’essenzialismo marxista, legato alla tradizione intellettuale della seconda internazionale e dello stalinismo, è stato incapace di pensare l’articolazione tra le differenti lotte “sociali” e “della società”. In linea con François Furet e la critica anti-totalitaria, Mouffe e Laclau criticano la sinistra giacobina e leninista che postula una volontà unificata di un soggetto rivoluzionario preesistente a qualsiasi operazione politica e discorsiva. Queste linee teoriche vengono trattate approfonditamente in Egemonia e strategia socialista pubblicato nel 1985. In quest’opera gli autori si sforzano di decostruire i presupposti essenzialisti in favore di una visione contingente e discorsiva della politica: un soggetto politico si costruisce tramite l’articolazione di domande sociali eterogenee. Non preesiste all’azione politica.

Come ha fatto la sinistra giacobino-marxista ad allinearsi ad una strategia così lontana dai propri presupposti teorici razionalisti? Noi abbiamo la nostra idea a riguardo. Ernesto Laclau e Chantal Mouffe hanno insistito sulla potenza dei “significanti vuoti” [9] e dei “significanti fluttuanti” [10] – come i significanti patriottici – e sul ruolo chiave del leader come modalità di unificazione estetica e simbolica per agglomerare e articolare delle domande molto differenti e potenzialmente in tensione tra di loro: femminismo, ecologia, giustizia sociale, sovranità, democrazia, antirazzismo, ecc. 

La contrapposizione alto-basso, l’utilizzo del termine “popolo”, la questione della democrazia e della riconquista della sovranità, portate avanti da un leader carismatico, sono dei punti in comune con la tradizione giacobina tramandata fin dalla Rivoluzione francese. Questo allineamento è, dunque, in qualche modo opportunista e conduce a una forma di sincretismo che non è necessariamente coerente. Allo stesso tempo, molti di coloro che sostengono una strategia detta “populista” non si sono finora appropriati dei suoi presupposti teorici.

Ne La ragione populista, pubblicata nel 2005 Ernesto Laclau propone un’analisi del populismo che rimanda a delle logiche presenti in fenomeni come il giacobinismo francese. Egli analizza il peronismo, che è la costruzione politica in seno alla quale la logica populista raggiunge il suo apice. Questo fenomeno argentino ha numerosi punti in comune con il giacobinismo. Questo tipo di momento politico fa prevalere la logica dell’“equivalenza” [11] rispetto alla logica della “differenza” [12]. In altre parole, esistono dei momenti politici in cui le numerose istanze sociali eterogenee acquisiscono una unità all’interno di una certa relazione. Questa unità non è mai piena e completa. Le istanze possono, difatti, entrare in tensione e la catena equivalenziale può rompersi. Per esempio, durante la Rivoluzione francese, le tensioni tra le istanze della borghesia e quelle dei sanculotti sono state uno degli elementi della potenziale destrutturazione del soggetto rivoluzionario. Allo stesso modo, il peronismo è stato tormentato dalla tensione tra capitale e lavoro, tra la sua dimensione rivoluzionaria e la sua dimensione conservatrice. L’unità non è dunque un qualcosa di dato, ma è sempre precaria, poiché le istanze sono allo stesso tempo parzialmente compatibili e parzialmente incompatibili. Ed è in questo contesto in cui interviene il lavoro di unificazione politica ed estetica che consente ex post la compatibilità e l’articolazione tra le istanze stesse.

La diffidenza della seconda sinistra.

Dall’altro lato, ci si può domandare il perché ciò che può essere vagamente identificato come seconda sinistra o sinistra movimentista, sia riluttante ad un’opzione teorica che ha fortemente ripreso uno dei suoi leitmotiv: integrare e pensare i nuovi movimenti sociali all’interno di una prospettiva contro-egemonica. Una serie di punti nodali ha, finora, bloccato l’appropriazione della teoria populista da parte di questa tradizione. In primo luogo, c’è il rapporto con la patria come elemento da risignificare in maniera aperta ed inclusiva. La tradizione della seconda sinistra è particolarmente diffidente nei confronti del patriottismo, che viene percepito come intrinsecamente esclusivo e capace di portare ad un ripiegamento verso posizioni anti-immigrazione. Inoltre, un ruolo centrale è quello del leader, che è la chiave di volta dell’unificazione simbolica ed identificativa di un soggetto politico.

Infine, c’è la dimensione della riconquista della sovranità intrinseca a qualsiasi strategia populista. Infatti, la questione democratica è l’istanza più forte che si esprime nei momenti populisti. Questa riconquista della democrazia, quando opera negli Stati-nazione europei, si traduce spesso in posizioni euroscettiche estranee alle posizioni della seconda sinistra. In Francia ciò è particolarmente riscontrabile dal momento che è sotto gli occhi di tutti il ruolo svolto dalla seconda sinistra nella sostituzione dell’utopia socialista con l’utopia europea.

Di conseguenza, sebbene molti presupposti teorici del populismo siano vicini a quelli della seconda sinistra, la manifestazione concreta del momento populista va controcorrente rispetto al suo immaginario. Il risultato è una diffidenza sulla capacità di una strategia populista qualificata come “di sinistra” di articolare le istanze delle minoranze. Questo dubbio attraversa un arco politico che va da una parte dell’ENPA [13] a Benoit Hamon [14], passando per Ensemble. Questa diffidenza è inoltre rafforzata dall’appropriazione da parte della prima sinistra [15] di una parte dell’opzione teorica populista. In altre parole “tutto ciò che l’avversario tocca diventa sospetto”.

Bisogna dirlo con fermezza. Tutti coloro che interpretano il vecchio gioco della prima e della seconda sinistra, del marxismo e del postmodernismo, stanno combattendo una battaglia di retroguardia. Nessuna di queste due opzioni teoriche è oggi in grado di costruire una volontà collettiva abbastanza forte da tradursi in una maggioranza popolare e in una vittoria elettorale.

La sfida, al contrario, è quella di definire delle nuove identità politiche prive dell’inquinamento teorico e delle eredità legate alle vecchie posizioni insite nel campo politico da trent’anni. 

In realtà, è possibile rendere compatibile la restaurazione della verticalità e del ruolo protettore dello Stato sviluppando gli spazi d’orizzontalità; restituire un carattere centrale alla questione sociale – che non riguarda soltanto gli “operai bianchi”! – e allo stesso tempo difendere i diritti LGBT, il femminismo e l’antirazzismo nello stesso movimento; assumere la domanda di sovranità e di protezione e allo stesso momento fare dell’ecologia un elemento fondamentale del progetto di paese che si vuole proporre.

Le condizioni di questa compatibilità.

Come spiegato in precedenza, questa compatibilità non è data ex ante. Non è sufficiente fare appello alla “convergenza delle lotte” perché esse poi convergano effettivamente. Non è sufficiente dire che i diritti LGBT e il femminismo vadano insieme alla questione sociale perché ciò si realizzi veramente. Queste istanze sono tutte dei terreni di lotta egemonica. La questione LGBT può, infatti, essere risignificata anche in maniera reazionaria. Gli esempi non mancano: Geert Wilders nei Paesi Bassi non esita ad appropriarsi della difesa dei diritti LGBT spiegando allo stesso tempo che i musulmani costituiscono una minaccia esistenziale contro gli stessi; l’AfD pone in prima linea l’omosessualità di Alice Weidel, leader del partito, per opporsi alla minaccia dell’”invasione migratoria”, ecc. In altre parole, anche le istanze più intrinsecamente progressiste nella nostra immaginazione possono essere oggetto di un’operazione egemonica d’incorporazione parziale da parte dell’avversario, in maniera tale da donargli un contenuto reazionario ex post. Questo è dunque il caso di qualsiasi tipo di istanza: la questione sociale, la democrazia, il femminismo, l’ecologia, la sicurezza, l’antirazzismo, ecc. Ognuna può essere oggetto di una appropriazione e risignificazione di tipo reazionario. Un progetto controegemonico rispetto all’ordine neoliberale deve dunque proporre non un insieme di lotte settoriali e frammentarie, ma una modalità concreta di articolazione tra le stesse. Perché la compatibilità non è che il risultato di un lavoro estetico, politico e discorsivo [16] di articolazione di queste diverse istanze.

Dunque, come si articola la sovranità con la questione sociale, l’ecologia, i diritti LGBT e il femminismo? Come si riesce a far sì che delle istanze diverse diventino, sotto un certo legame contrapposto all’ordine neoliberale, equivalenti? L’apparato teorico costruttivista della scuola populista ci viene in aiuto, anche se non esiste mai una risposta definitiva a questo problema che si pone sempre differenziato in funzione della contingenza e dello stato della lotta egemonica.

La trappola è spesso quella di porre la domanda nel modo seguente: dovremmo gerarchizzare le “lotte” o condurle tutte contemporaneamente? Questo dilemma, sul piano puramente strategico, non ha alcun senso. Gerarchizzare significa dare più o meno legittimità a queste lotte. La tentazione di voler imporre un tema particolare come “gerarchicamente prioritario” è ricorrente, ma costituisce un errore se si desidera costruire un soggetto maggioritario e plurale. In opposizione a questa logica che corre il rischio di nascondere o relegare certe istanze, si è sviluppato un discorso secondo il quale bisogna condurre tutte le lotte allo stesso tempo, senza porre la questione della loro articolazione.

L’articolazione esige qualcosa di differente rispetto ad una semplice somma o ad una gerarchizzazione delle istanze. L’articolazione è un esercizio che consiste nel cogliere ciò che, in ciascuna istanza, possa essere collegato alle altre istanze, in maniera tale da ridurre al massimo le frizioni. Dato il carattere eterogeneo delle istanze, le loro differenze qualitative possono condurre a delle tensioni tra di esse.

La domanda è dunque: come trattare ciascuna istanza e collegarla alle altre in modo che le differenze qualitative si appiattiscano e permettano la loro equivalenza? Come evitare che l’eterogeneità prenda il sopravvento e faccia esplodere la catena equivalenziale atomizzando le singole istanze? Ciò implica una qualche forma di strutturazione del discorso e delle istanze. Non si può tradurre politicamente l’integralità di ciascuna istanza sociale, qualunque essa sia, altrimenti le istanze non sarebbero eterogenee e differenti. Conciliare questa eterogeneità è la difficile arte della politica e della creazione di una volontà collettiva. L’articolazione si oppone quindi sia alla gerarchizzazione che alla somma. Aggiungendo a ciò il fatto che una volontà collettiva, quando è costituita, diventa più della somma delle parti che la compongono. Il soggetto populista, quindi, si autonomizza parzialmente dalle sue parti.

La costruzione di una volontà collettiva maggioritaria.

Esistono almeno tre elementi che permettono di collegare le istanze tra di loro. Innanzi tutto, la questione democratica, che è trasversale all’insieme delle istanze e che permette dunque di fare un lavoro di acquisizione parziale di ciascuna di esse. Proporre un progetto di paese, patriottico, popolare, pluralista ed inclusivo è fondamentale per far convergere verso lo stesso orizzonte trascendente e positivo l’insieme di queste aspirazioni. A seguire, c’è la designazione dell’avversario comune e del suo mondo: l’oligarchia, le élite, il vecchio mondo, ecc. L’avversario comune gioca il famoso ruolo dell’“esterno costituente”, che permette, con la sua alterità, di unificare un corpo eterogeneo. Ma soprattutto, il legame che è in grado di universalizzare queste differenti istanze, di farle passare da uno stato di aspirazione particolare ad uno di stato di aspirazione universale, è la presenza di un leader che le cristallizzi sia sul piano politico che sul piano estetico.

Questi elementi non possono costituire una ricetta, bensì un’ipotesi. In ogni caso, è una strategia che consiste nel radicalizzare la democrazia per contrastare l’egemonia di un paese che ha sofferto per troppo tempo a causa di un ordine ingiusto che ci sta facendo precipitare tutti nell’anomia. Questa strategia ci sembra molto più seducente rispetto all’eterna contrapposizione tra i cosiddetti “sinistri” e i “rossobruni”, che morirà con la vecchia sinistra.

Aderire a questa prospettiva implica maggiormente porsi delle domande che darsi delle risposte sul cammino da seguire. Queste ultime sono sempre contingenti, contestuali e limitate. Questo lavoro di riflessione strategica e intellettuale ci sembra essere un prerequisito minimo per qualsiasi tentativo di conquista del potere.

[1] È esattamente il contrario poiché la logica populista si esprime una volta che le domande democratiche sono frustrate dalle istituzioni di un sistema che tende a diventare oligarchico. Ernesto Laclau considera il populismo come “l’attività politica per eccellenza”. (N.d.A.)

[2] La seconda sinistra (in francese “deuxième gauche) è una cultura politica nata al congresso socialista di Nantes del 1977 sulla spinta di Michel Rocard in aperto contrasto con l’eredità “giacobina” del marxismo. Essa è caratterizzata dall’assenza di rivendicazioni ideologiche unilaterali e da modelli d’azione che oltrepassano il campo politico per approdare anche a quello associativo e sindacale. È difficile trovare un corrispettivo della “seconda sinistra” in Italia, ma probabilmente qualcosa di simile inizia a delinearsi con la linea del Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni dopo la rivolta ungherese e la repressione sovietica. Più in generale, dal punto di vista teorico, la “deuxième gauche” può essere considerata una corrente del postmarxismo, in particolare quella che fa riferimento al movimentismo. (N.d.T.)

[3] Associazione francese nata nel 2011 come laboratorio di idee o think tank del centrosinistra e del progressismo. (N.d.T.)

[4] Fondatore del Movimento dei Cittadini ed ex Ministro di Mitterrand e di Jospin (N.d.T.)

[5] Candidata e poi deputata della France Insoumise. (N.d.T.) 

[6] Geografo sostenitore della centralità delle nazioni. (N.d.T.)

[7] Sociologo sostenitore dell’“antirazzismo politico”. (N.d.T.)

[8] Movimento per una sinistra ecologista nato nel 2013. (N.d.T.)

[9] Operatore simbolico che permette la costruzione di un’identità popolare una volta che viene stabilita una frontiera politica antagonista. Questo è per eccellenza – secondo Ernesto Laclau – il caso del leader. (N.d.A.)

[10] Significante in cui la significazione è in sospeso. (N.d.A.)

[11] Logica che si esprime una volta che il campo sociale è diviso in due parti. (N.d.A.)

[12]  Logica che non necessita di frontiere politiche antagonistiche, e che permette la gestione delle domande frustrate tramite una logica di amministrazione del particolare. (N.d.A.)

[13] Nouveau Parti Anticapitaliste, partito extraparlamentare francese. (N.d.T.)

[14] Ex Ministro dell’Istruzione nel governo Valls, ex membro e candidato del Partito Socialista alle elezioni presidenziali del 2017, fondatore del “Movimento 1 luglio”. (N.d.T.)

[15] Altro modo per definire la sinistra giacobino-marxista. (N.d.T.)

[16] Il discorsivo non rinvia alla semplice retorica! È piuttosto l’insieme delle pratiche che producono un effetto simbolico, esso concerne dunque dei campi ben più estesi della retorica, anche se il termine può portare a creare malintesi. (N.d.A.)

Da Le Vent se Lève, 29. 11. 2018. Traduzione a cura di Paolo Cornetti e Elena Schiatti