La condanna dell’Ungheria interroga tutta l’Europa

Nell’articolo “Lo tsunami del sovranismo che ci divide” uscito sul Manifesto del 14 settembre, Luciana Castellina ha svolto un serio ed attento commento sull’affaire Ungheria, ed in merito all’avvio del procedimento che dovrebbe portare alla sospensione del diritto di voto della stessa in seno al Consiglio dell’UE. Ritiene l’autrice di accogliere con favore la sanzione inferta allo Stato sovranista, tacciato a ragione di non condividere i valori propri dell’UE.

Per quanto Luciana Castellina sia una compagna con una storia importante e degna di ammirazione, non mi sento di condividere il suo ragionamento, in quanto dubito non già della legittimità, ma della giustizia di quello che è stato fatto o si ha intenzione di fare all’Ungheria. Da una prospettiva di sinistra, come quella di chi scrive, mi sento di dire che Orban non piace a nessuno. Il suo atteggiamento parafascista non può che far paura per la tenuta dei principi democratici e non può che intristire per l’identificazione del migrante come il nemico della cultura ungherese. Cionondimeno, da parte dell’UE la risposta all’assenza di democrazia è stata la seguente: espellere dal processo decisionale europeo dei rappresentanti – per quanto criticabili – del popolo ungherese. In reazione alla violazione dei principi democratici, si predica e si pratica dunque una corrispettiva violazione degli stessi principi, invocati questa volta per parte europea.

Si risponde cioè al populismo non democratico con il silenziamento totale, trasformando l’accusato in un mero destinatario di tutte le successive decisioni assunte nel consesso europeo. Sarebbe sicuramente discutibile paragonare Orban ad Ifigenia e Juncker ad Agamennone, eppure il risultato non pare troppo distante: ogni decisione presa a Bruxelles si riverbererà su un’inerte Ungheria, impossibilitata a far valere le sue ragioni e trasformata appunto come Ifigenia in vittima delle decisioni altrui.

Il gesto dal punto di vista simbolico è molto forte. Tuttavia, analizzando il procedimento messo in atto dal Parlamento e le ipotesi in cui può essere applicato, vorrei azzardare un’ipotesi giuridica che dovrebbe far dubitare della correttezza sostanziale dell’atto e che dovrebbe metterci in guardia tutti. Dal punto di vista strettamente giuridico, la causa della sospensione dei diritti dello Stato Membro è indicata dall’art. 7 del TUE grossomodo come “violazione dei valori fondativi dell’UE” di cui all’art.2 TUE. Tra questi principi si elencano l’uguaglianza, la democrazia e lo Stato di Diritto.  Proprio quest’ultima formula “Stato di diritto” mi porta a chiedermi se non si sia inteso assicurare una protezione costituzionale non solo agli elementi costitutivi della vita civile, ma anche di quella economica, ed in particolare del libero mercato. 

Del resto, le opinioni che hanno sostenuto che il libero mercato fosse costituzionalizzato con il trattato di Maastricht non sono mancate. Se tra i principi per cui si può attivare questa procedura rientri pure il mercato, su cui certamente la costituzione materiale dell’UE poggia, allora ci si deve di conseguenza porre prepotentemente una domanda: sarebbe possibile applicare la stessa misura anche ad uno Stato che intervenga socialmente sull’economia, e lo faccia in spregio dell’ottica strettamente liberista (e di mercato) glorificata da Bruxelles? Non potrebbe anche questa essere interpretata come violazione dei valori fondanti dell’Unione Europea liberista e liberale? In concreto, non sarà mica che domani, per non condividere una scelta del commissario Moscovici in tema politica economica, per non adeguare la stretta sul bilancio imposta da Bruxelles riceveremo lo stesso trattamento dell’Ungheria? Benché il fiscal compact preveda dei trattamenti sanzionatori speciali per la violazione delle regole sul pareggio bilancio (multe fino all’1% del PIL!!!), l’eventualità di una sospensione del diritto di voto per i paesi meno virtuosi non mi sembra lontana dall’ottica europea, tutta incentrata sul rigore ed il risparmio (degli altri) e negli ultimi anni focalizzata a vessare quei fannulloni dei popoli mediterranei. Ed anzi, in questo senso, l’avvio di questo procedimento nei confronti dell’Ungheria costituisce un pericoloso precedente.

Ma anche a prescindere da questa lettura ipotetica, porgo a tutti i lettori una domanda: riterremmo giusto che la stessa misura si applicasse nei nostri confronti per l’ennesima stravaganza fascistoide di Salvini?  Credo che pochi italiani accoglierebbero con favore la sospensione del proprio diritto di voto nelle sedi europee, a prescindere dalla legittimità della misura. Anzi, credo che la maggior parte dei nostri concittadini vedrebbe questa eventualità (a ragione) come l’ennesima umiliazione dei freddi burocrati di Bruxelles a danno dell’Italia, come oggi si sta perpetrando l’ultima umiliazione nei confronti del popolo ungherese. Ha ragione Castellina a dire che “la condanna all’Ungheria ci ammonisce”: i prossimi potremmo essere noi.

In secondo luogo, non mi sento di condividere il ragionamento scettico di Castellina in merito al destino degli Stati nazionali, il quale difetta a mio parere di una premessa fondamentale: gli stati nazionali non hanno mai cessato di esistere. Anzi, essi sono stati solamente intralciati anche nella possibilità di garantire un futuro degno ai propri cittadini proprio da quegli organismi sovranazionali che adesso la sinistra mainstream declama a salvatori della civiltà occidentale e come fonte unica della pace tra i popoli.

Sono perplesso e non sono attratto da parole – che ritengo scontate – come “gli Stati sono morti” o “l’UE è il nostro futuro”, quando proprio da questi organismi i cittadini hanno solo ricevuto raccomandazioni al risparmio, moniti sui conti e (velati) suggerimenti ad abituarsi alla miseria (parafraso in quest’ultima frase Tommaso Padoa-Schioppa). Gli Stati, infatti, non solo non hanno mai cessato di funzionare, ma solo attraverso gli Stati è garantito il funzionamento del tanto declamato mercato, e persino il funzionamento della cara UE. Ricordo a me stesso come in sede di ratifica del Trattato di Lisbona sia stata la stessa Corte Costituzionale Tedesca a ricordare a tutti i cittadini tedeschi e non che “Gli Stati permangono signori dei trattati”. Ma del resto, se avesse voluto essere più preciso, il BundesVerfassungGericht (la Corte tedesca) avrebbe potuto dire che che l’asse franco-tedesco è sovrano e signore assoluto dei trattati.

Se cerchiamo un esempio di quelle che sembrano elucubrazioni, basta volgere gli occhi alla Grecia, affondata consapevolmente dalla Troika (Commissione europea, BCE e FMI) per conto dei creditori: banche tedesche e francesi. La Grecia, lo ricordiamo, è stata affondata con il fine ultimo di garantire il pagamento fino all’ultimo centesimo del debito che le banche di Francia e Germania avevano accumulato, speculando sulle spalle dei cittadini greci, che nel frattempo venivano etichettati come le cicale d’Europa. E ci costa lo sforzo della verità dire che gli stessi due Paesi per riottenere il “maltolto” hanno attivato ogni singola fibra dell’Unione, usando la stessa come uno scudo – e una maschera – del proprio interesse nazionale.

Già, perché la brutta parola “interesse nazionale” può non piacere, ma rappresenta il minimo comune multiplo di tutta dinamica europea da Maastricht in poi. L’esperienza greca si inserisce insieme a tutta una cornice di indizi e ci vuole urlare a gran voce che non solo gli Stati non sono morti, ma che i loro interessi sono vivi e pulsano sotto le mentite spoglie dell’Unione. Ritenere il contrario significa prendersi in giro. 

Per questo anziché lasciarlo fare al commissario europeo di turno, questa volta voglio essere io a lanciare un monito, e cioè che ritenere che l’UE possa cambiare è una pia illusione. Chi crede che l’UE possa cambiare si è illuso del fatto che il conflitto, inevitabile nella società democratica così come nell’ambito internazionale, possa essere soppresso e trasfuso nel pensiero unico. Chi crede che l’UE possa cambiare si è illuso del fatto che da un giorno all’altro le élites che hanno finora perseguito i propri interessi esclusivi possano destarsi e diventare magnamini e attenti al bisogno di quello che sommessamente continuano a definire “il popolino”.

Allora, la risposta che possiamo dare non è più l’UE, o +Europa, per citare qualcuno. Né la risposta di cui oggi il Popolo ha bisogno può essere il lassismo pratico, e la passiva accettazione della volontà straniera malcelata sotto il refrain “ce lo chiede l’Europa”. La risposta ultima, invece dovrà prendere le mosse dalla constatazione che il conflitto (inteso in senso puramente marxista) sta all’interno del contesto sociale così come risiede in ambito internazionale, ed è esso solo il luogo naturale e democratico di mediazione tra i vari interessi, nazionali o individuali che siano.

Adesso ed a partire da questi momenti drammatici per la vita dell’Europa e dei paesi che la compongono, la risposta di cui necessitiamo è una sovranità democratica e di sinistra, permeata dei valori della nostra tradizione costituzionale e che prenda coscienza della divergenza di interessi sul teatro internazionale. Dobbiamo ricominciare a parlare di “Patria”, termine che evoca memorie funeste, come ci rincalza Luciana Castellina? O dobbiamo dare retta a chi dice che patria è un concetto fascista? Ditelo al compagno Ernesto Che Guevara che il suo ‘Patria o muerte’ è un grido fascista. Intanto, mentre risolviamo questo dubbio, proporrei di liberaci per una buona volta dei nostri preconcetti e rimboccarci le maniche per ricostruire un paese distrutto, e non solo per colpa dei cittadini italiani.