Pamela Anderson: Io e i gilet gialli

L’attrice e modella canadese Pamela Anderson ha pubblicato questo contributo il 4 dicembre sul blog della sua fondazione. Traduzione di Stefano Poggi.

Sono contenta che i media abbiano notato il mio breve commento su Twitter riguardo la situazione in Francia – la mia patria adottiva – che nelle ultime settimane è stata attraversata da una serie di proteste di massa. Qualche follower mi ha accusato di “sostenere” i disordini e la violenza senza comprendere veramente il problema. Mi sembra una reazione decisamente prevenuta. Perché? Vediamo: perché si sta protestando?

Invece di rimanere ipnotizzata davanti alle immagini di distruzione, mi sono voluta chiedere “da dove vengono queste proteste”? I gilet gialli (da gilets jaunes, le pettorine stradali) sono un movimento popolare di massa contro l’attuale classe dirigente. È una rivolta che cova in Francia ormai da molti anni. Una rivolta della gente comune contro un sistema politico che – come in molti altri paesi occidentali – è colluso con le élite e che disprezza i suoi stessi cittadini.

La protesta è iniziata quando il presidente Macron ha annunciato l’aumento della tassazione sull’inquinamento da carbonio. Il prossimo aumento avverrà in gennaio. Esso dovrebbe permettere di raccogliere più denaro per il bilancio statale, motivando al tempo stesso la gente a non usare le macchine a diesel. L’idea di Macron è quella di non avere più automobili a diesel nel 2040.

Ma lo stato francese ha incoraggiato per molti anni la gente a comprare macchine a diesel. Per esempio, nel 2016 il 62% delle automobili francesi era a diesel, così come il 95% dei furgoni e dei piccoli camion. Non c’è quindi da sorprendersi se così tanta gente veda questa decisione come un tradimento totale. [Il governo ha nel frattempo annullato l’aumento della tassazione, senza che questo abbia bloccato la moblitazione, n.d.t.]

Comprare una macchina nuova non è probabilmente una gran cosa per il presidente Macron e i suoi ministri. È invece decisamente più difficile per molte persone già finanziariamente allo strenuo. Molte persone povere non saranno più in grado di andare al lavoro, soprattutto dove non c’è alcun trasporto pubblico affidabile a disposizione. Molti anziani non saranno in grado di andare dal dottore o a fare la spesa.

Molti media vedono i gilets gialli come criminali che creano distruzione. Secondo me, le forze della distruzione stanno dall’altra parte della barricata. E la violenza? Io sono una convinta pacifista. Disdegno la violenza. Ma so anche che quando le proteste finiscono in violenza è spesso perché lo stato ha fallito e le ha quindi provocate. Ha fallito perché non è riuscito ad ascoltare le persone. Questa è la posizione di molte organizzazioni internazionali per i diritti dell’uomo, compresa Amnesty International.

I critici delle “proteste violente” pretendono fra le altre cose che l’attuale società capitalista sia non-violenta. La violenza è invece parte della società moderna e si manifesta in molte forme. L’antropologo Philippe Bourgois parla di quattro tipi di violenza. La violenza politica è condotta in nome del potere o dell’ideologia dello stato. La violenza strutturale riguarda l’ordine politico ed economico di una società in cui le condizioni di disuguaglianza e sfruttamento sono istituzionalizzate – per esempio lo sfruttamento del “lavoro a basso costo” e delle risorse naturali nel Terzo Mondo.

La violenza simbolica avviene quando gli oppressi e i senza potere internalizzano la loro umiliazione e disuguaglianza. Infine, la violenza quotidiana è la violenza della vita “ordinaria”, come la criminalità o la violenza domestica. Questo tipo di violenza è spesso strettamente legata alla violenza strutturale (per esempio, la criminalità è spesso le legata alla povertà) o a quella simbolica (la violenza domestica può essere connessa con la diseguaglianza di genere). Quindi, cos’è la violenza di queste persone che hanno bruciato auto di lusso rispetto alla violenza strutturale delle élite francesi e globali?

Quando alcuni manifestanti distruggono macchine o bruciano negozi, stanno simbolicamente attaccando la proprietà privata che sta alla base del capitalismo. Quando attaccano la polizia, stanno simbolicamente rifiutando e sfidando le forze repressive dello stato – forze che proteggono prima di tutto il capitale.

Fare la morale sulle automobili e le vetrine delle banche distrutte è fuori luogo. Tali episodi devono essere visti nel contesto dell’attuale status quo. Uno status quo in cui si mantiene tanto il potere dei potenti quanto l’impotenza degli senza potere. Uno status quo da cui ben pochi traggono profitto, mentre molti ci perdono.

E il cambiamento climatico? Qualcuno potrebbe pensare che i gilets gialli stiano combattendo contro delle buone politiche che mirano a ridurre le emissioni di carbonio. Ma non dobbiamo dimenticare che il 10% più ricco della terra è responsabile di circa il 50% delle emissioni legate allo stile di vita. Inoltre, la lotta contro il cambiamento climatico non è spesso un business lucrativo ed è quindi meramente usata per mascherare progetti che non sarebbero altrimenti sostenibili a causa del loro costo. Questi progetti sono spesso scelti in modo non proprio trasparente.

Io non credo che i gilets gialli supportino politiche dannose che causano il cambiamento climatico. Sono piuttosto contro un sistema politico e una politica che ha fatto molto di più per i ricchi che per i poveri. E adesso? La vera questione è se queste proteste possano o meno trasformarsi in qualcosa di costruttivo. Cosa, insomma, succederà il giorno dopo e se, infine, i progressisti in Francia e in tutto il mondo saranno capaci di trovare delle soluzioni per costruire società giuste e ugualitarie.

I gilets gialli chiedono un nuovo ordine bastato sulla giustizia sociale, in cui sia garantito il diritto di vivere con dignità, salari adeguati e un sistema fiscale giusto. L’unica soluzione è costruire un sistema di questo tipo. Un sistema che rispetti la vita sociale: per la ridistribuzione delle ricchezze a beneficio del popolo e della nazione. Perché – fino ad adesso – il popolo è stato lasciato nel bisogno e fuori dalla redistribuzione delle ricchezze.

Ne riparlerò! Tenete d’occhio questo blog.

Con amore,

Pamela