La crisi del ciclo progressista. Panorama sull’America Latina nell’epoca di Trump

Alla fine del primo decennio del XXI secolo governi progressisti erano insediati nella pratica totalità degli Stati latinoamericani. Dall’Argentina kirchnerista al Brasile di Lula, dall’Ecuador di Rafael Correa alla Bolivia di Evo Morales, dall’Uruguay del Frente Amplio al Nicaragua neosandinista, dal Paraguay dell’ex Vescovo Fernando Lugo al Salvador guidato dal FMLN, la Patria Grande era unificata sotto le bandiere delle sinistre. La leadership riconosciuta dell’intero processo spettava al presidente venezuelano Hugo Chavez. La rivoluzione bolivariana assumeva caratteri via via più radicali, quella cubana godeva di rinnovate credibilità e legittimità internazionali. Venivano ripresi e implementati processi di integrazione regionale come il MERCOSUR e la CELAC, ed erano le forze popolari alla guida di questi processi, mentre le destre per lo più vi si opponevano. Altri ne nascevano su basi totalmente inedite, come l’ALBA. Perfino all’interno dell’OSA – l’organizzazione panamericana estesa ai Paesi al nord del Rio Grande – la posizione degli Stati Uniti rimaneva spesso isolata. Un progetto di zona di libero scambio estesa a tutto il continente su basi neo-liberiste e promossa da Washington – l’ALCA – era stato sdegnosamente respinto dai presidenti di Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela a Mar del Plata nel 2004. Governi che si erano insediati con programmi timidamente liberali – è il caso di quello hondureño di Manuel Zelaya – finivano per entrare nell’orbita di influenza progressista.

Negli ultimi anni stiamo però assistendo ad un netto rovesciamento dei rapporti di forza nel Subcontinente. Il peronismo argentino ha ceduto il potere ad una coalizione di destra guidata da Mauricio Macri. Di destra anche il governo peruviano. I governi di Paraguay, Honduras e soprattutto Brasile sono stati rovesciati da manovre parlamentari al limite della costituzionalità – si parla apertamente di Golpe. In Brasile poi è di questi giorni la notizia della vittoria elettorale del candidato di estrema destra Bolsonaro. La rivoluzione bolivariana in Venezuela continua ad esprimere la presidenza della Repubblica, ma il parlamento è stato a lungo controllato da una destra agguerritissima, dopodiché il Paese è precipitato in una situazione da guerra civile, con difficoltà economiche gravissime. In Bolivia le posizioni del MAS sembrano salde, ma Morales ha perduto il referendum sulla possibilità di una sua rielezione. Il Frente Amplio uruguaiano e la Alianza Pais ecuadoriana hanno compiuto una svolta moderata, ed anzi all’elezione di Lenin Moreno è seguita una persecuzione giudiziaria nei confronti della precedente amministrazione correista. I processi di integrazione regionale o si sono arrestati o sono divenuti il terreno di battaglia scelto dalle destre per mettere in crisi i governi progressisti (tentativo dell’Argentina macrista di estromettere il Venezuela dal MERCOSUR).

Si può dunque parlare di una fin del ciclo progressista, e sembra possibile azzardare un bilancio di quella esperienza, analizzando le cause contingenti e di lungo periodo, nazionali e internazionali, che lo hanno reso possibile, così come i suoi punti di debolezza.

Non si può comprendere quanto avvenuto in America Latina nell’ultimo ventennio senza inserire le dinamiche socio-politiche subcontinentali nel contesto più vasto e di più lungo periodo, che è quello – seguendo la lezione di Giovanni Arrighi – della crisi dell’egemonia statunitense. Il modello di Arrighi prevede che ogni ciclo espansivo del capitalismo giunga a saturazione per una doppia pressione che si scatena sui profitti: pressione orizzontale dovuta alla concorrenza tra imprese, pressione verticale dovuta alla spinta delle rivendicazioni delle classi subalterne. Si produce dapprima una “crisi-spia” del sistema egemonico di accumulazione, cui il capitale tende a sfuggire tramite il ricorso alla finanziarizzazione. Il boom finanziario dà luogo ad una euforia dei mercati mondiali che rende possibile un momentaneo superamento della crisi (le belles époques). Ma allo scoppio della bolla finanziaria la crisi esplode con violenza ancor maggiore, con la conseguenza della ripresa del conflitto sociale, questa volta allargato dai subalterni alle classi medie, cioè a quei gruppi sociali che avevano costituito il collante del precedente regime di accumulazione, che avevano fatto sì che esso si instaurasse in termini di egemonia e non di puro dominio. 

David Harvey fa proprio il modello di Arrighi e lo approfondisce studiando le modalità usate dal capitale per uscire dalle crisi. Secondo Harvey il processo di accumulazione, giunto ad un punto di saturazione, ha bisogno di essere re-innescato da capo. Ha bisogno cioè che vengano ricreate le condizioni che hanno reso possibile l’accumulazione originaria. Ma proprio per la ciclicità con cui queste condizioni vengono ricercate, esse perdono la propria condizione di “originarietà”, per divenire una modalità fissa di riproduzione del capitale cui Harvey dà il nome di “accumulazione per espropriazione”. Per quello che qui ci interessa bisogna sottolineare che il ricorso all’indebitamento – pubblico e/o privato – ne costituisce una delle assi principali. 

Fin dai primi anni Ottanta, il macigno del debito gravante sugli Stati periferici ha costituito infatti il più importante vettore della controrivoluzione neoliberista, le cui leve sono state maneggiate da istituzioni come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale. Con l’embargo petrolifero imposto dai Paesi arabi nel ’73, ed i prezzi del greggio alle stelle, le finanze degli Stati del Golfo persico erano state invase da una massa enorme di liquidità. I “petrodollari” così accumulati iniziarono ad affluire nelle casse delle grandi banche statunitensi. Tutto questo avveniva in un periodo di raffreddamento degli investimenti industriali in tutto l’Occidente, dovuto alle conquiste ottenute dalle lotte del movimento operaio ed agli alti prezzi dell’energia. Allo stesso tempo, i governi dei Paesi da poco usciti dai processi di decolonizzazione avevano un disperato bisogno di liquidità, per rimettere in moto la produzione dopo anni di guerre devastatrici e di rapina delle risorse. I grandi gruppi bancari trovarono quindi nei nuovi Stati una vasta platea di “clienti” per la massa monetaria che avevano accumulato. Anche perché, come sostenne Walter Wriston, allora alla testa di Citibank, “i governi non possono trasferirsi o scomparire”. Di lì a poco, lo shock monetarista imposto dal governatore della FED Paul Volcker, con un improvviso e massiccio aumento dei tassi di interesse, portò all’insolvibilità dei paesi del Terzo Mondo che avevano contratto i prestiti in dollari con le grandi banche. Fu a quel punto che si stipulò l’alleanza di ferro tra il tesoro USA, la BM e il FMI: furono promossi prestiti, a patto che i Paesi indebitati varassero pacchetti di “riforme” in senso neo-liberista. Gli stati latinoamericani sono stati tra i più colpiti dalla morsa debito/rivalutazione. Come osservato da Harvey, “la restaurazione del potere dell’élite economica, negli Stati Uniti ed in altri paesi a capitalismo avanzato si è basata soprattutto sui surplus prelevati dal resto ed mondo attraverso i flussi internazionali e le pratiche di aggiustamento strutturale”.

A costo di incorrere in qualche inevitabile schematismo, si deve notare come le macro-dinamiche politiche dell’America Latina si inseriscono perfettamente nel quadro socio-economico proposto dal modello Arrighi/Harvey. All’epoca della crisi-spia della metà degli anni Settanta l’instabilità politica della regione raggiunge il suo massimo picco: imperversano guerriglia rurale (regione andina) e urbana (Cono Sur) e si avviano progetti inediti di governi di sinistra (Cile). La risposta dei gruppi dirigenti tradizionali è di una violenza inusitata. Le dittature sorte dalla repressione gettano le basi per la “accumulazione per espropriazione” e la finanziarizzazione dell’economia. La belle époque degli anni Novanta permette un’allentamento della tensione sociale e un ripristino pressoché generalizzato dei regimi liberali. Lo scoppio della crisi nei primi anni del secolo fa crollare il cemento di consenso attorno a questi regimi, e dall’unione di rivendicazioni tradizionali e sfarinamento del consenso delle classi medie prende corpo il ciclo progressista (o, come lo si chiamerà d’ora in avanti, populista).

Le leadership progressiste e populiste dell’America Latina hanno avuto storicamente una formazione politica comune, riferimenti culturali comuni e comuni orizzonti di azione. Mai come durante il periodo di auge del ciclo populista del primo decennio del ventunesimo secolo questa comunità di prassi politica e di orizzonti strategici si è verificata. E’ dunque possibile, al costo di incorrere in qualche schematismo, una tassonomia unitaria del ciclo populista. 

  1. La prima caratteristica comune, diciamo la cornice all’interno del quale il quadro ha preso forma, è stata la pronta presa d’atto della crisi dell’egemonia statunitense e la messa in campo di progetti autonomi di sviluppo nazionale e di integrazione regionale. Gli Stati Uniti, a torto o a ragione, sono stati visti come i principali responsabili dell’imposizione di un modello – il Washington Consensus – che ha portato prima all’imposizione di regimi sanguinari in gran parte della regione, poi all’implementazione di politiche produttrici di gravi crisi economiche, sociali e perfino umanitarie. Al tempo stesso, l’andamento della war on terror “distraeva” l’attenzione dell’ingombrante vicino da quanto stava accadendo nello storico “giardino di casa”, nel momento in cui l’emergere delle responsabilità nello sviluppo del Plan Condor e l’esito disastroso della stessa war on terror privavano Washington della legittimità morale a intervenire direttamente negli affari interni ai paesi dell’America Latina. Sono stati inoltre questi gli anni del boom economico cinese: la Cina, con la sua fame di materie prime è stata il principale finanziatore del ciclo progressista, favorita in questa partnership anche dalla storica vicinanza ideologica tra il gigante asiatico ed il “non allineamento”, un fenomeno nel quale le leadership populiste trovano le proprie radici geopolitiche.
  2. Dal punto di vista interno, la prima e più visibile dinamica comune alle varie componenti del ciclo populista è consistita in un progetto complessivo di rifondazione su basi nuove dello Stato-nazione post-coloniale. Le privatizzazioni delle risorse comuni e delle agenzie di welfare avevano costituito la base dell’accumulazione per espropriazione durante il ciclo precedente. In un periodo di forte ascesa dei prezzi degli idrocarburi e di altre risorse naturali, i processi di nazionalizzazione che hanno investito il settore hanno consentito agli Stati di accumulare risorse finanziarie poi investite in ambiti come l’educazione, la sanità, i programmi “fame zero” e le infrastrutture. Allo stesso tempo, settori di popolazione storicamente esclusi dalla vita sociale e culturale della nazione, come gli indigeni, sono stati immessi attivamente nella politica nazionale, attraverso una attenta operazione di rivalorizzazione delle culture ancestrali e di riconoscimento di diritti storici negati sin dai tempi della colonizzazione spagnola, specialmente in Venezuela, Bolivia (dove la leadership del processo è emersa direttamente dal mondo indigeno, e per questo è stata oggetto di violenti attacchi razzisti) e Ecuador.
  3. Le politiche sopra descritte hanno facilitato – ed allo stesso tempo sono state rese possibili dalla – costruzione di nuovi blocchi storici attorno ai progetti populisti. Una delle cause del fallimento delle rivoluzioni degli anni ’70 del ‘900 era stata il sostanziale isolamento delle avanguardie, la loro incapacità di proiezione egemonica tra le classi medie (per quanto numericamente poco rilevanti nella regione) e il mondo indigeno. I progetti populisti di inizio millennio, ancorché in parte influenzati dall’esperienza storica del guevarismo e della sinistra marxista degli anni ’70, hanno saputo allargarsi ai ceti medi distrutti dalla crisi ed ai movimenti indigeni, superando i limiti storici della sinistra latinoamericana.
  4. Non bisogna infine sottovalutare il peso di un fattore soggettivo quale l’emersione di una leadership forte e credibile dei vari processi nazionali. Il ciclo populista ha avuto per protagonisti gruppi dirigenti nuovi, sorti direttamente dalle lotte sociali (Bolivia), la cui credibilità è stata fortemente aumentata dall’opposizione ai regimi precedenti (Argentina, Brasile, Venezuela) e con forti legami con gli starti di popolazione che si intendeva rappresentare. La sinistra latinoamericana si è dimostrata in grado, reinventando una solida tradizione di caudillismo popolare risalente a Simon Bolivar, di affrontare la questione della leadership senza demonizzarla. Ancora recentemente (Pagina12, 28. 10. 2016) Emir Sader ha potuto scrivere che  “los grandes procesos de transformación de nuestras sociedades están estrechamente asociados a los grandes liderazgos que los han conducido. No son procesos espontáneos, sino voluntarios, en los que la voluntad política colectiva de las sociedades se articula a partir de un proyecto y de un liderazgo que la conducen. La derecha no necesita de ese tipo de liderazgo. Sus objetivos son conservadores, restauradores, les basta desarrollar formas de acción que obstruyan la acción de los movimientos populares, que dividan al pueblo, lo neutralicen, dificulten el surgimiento de grandes liderazgos populares. El pueblo, a su vez, necesita, para unificarse, de grandes liderazgos, de la construcción de grandes proyectos de trasformación social, económica y política. La derecha tiene sus instrumentos de unificación y de acción –sus partidos, sus medios de comunicación, sus entidades corporativas, la policía, el poder judicial, entre otros–. El pueblo necesita crearlos. Los liderazgos populares, con sus discursos y los vínculos que establecen con el pueblo, son esenciales como centro de una construcción contrahegemónica”.

Nell’ultimo periodo le politiche progressiste stanno subendo una netta battuta di arresto. Vi hanno concorso e vi concorrono fattori internazionali – la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti ha esacerbato i caratteri dell’offensiva -, mentre emergono anche alcuni limiti dei protagonisti della fase precedente. Alcune delle ragioni della crisi vanno dunque riscontrate nel ribaltamento delle condizioni che ne avevano garantito il successo, altre risiedono all’interno dei suoi stessi punti di forza.

  1. La recessione mondiale, assieme a politiche ad hoc messe in piedi dagli Stati Uniti e dai suoi storici alleati all’interno dell’OPEC, ha prodotto un brusco crollo del prezzo delle materie prime, proprio in un periodo in cui è venuto scemando il secondo canale del finanziamento del ciclo progressista, la domanda estera cinese. Le condizioni economiche degli Stati latinoamericani sono indubbiamente peggiorate a partire dalla fine della “decada ganada”, anche se rimangono ben al di sopra dei bassissimi livelli raggiunti durante la “decada perdida” degli anni Novanta. Dal punto di vista geopolitico, gli Stati Uniti sono tornati ad occuparsi più assiduamente del “giardino di casa”, recuperando margini di manovra all’interno degli organismi di integrazione continentale e trovando nelle nuove destre importanti sponde nella riaffermazione dei propri interessi nella regione.
  2. Se una delle chiavi del successo del ciclo populista era stata l’egemonia sui ceti medi impoveriti dalla crisi, è invece venuto a mancare, nella seconda fase del processo, un progetto egemonico sulle “nuove classi medie” generate dallo sviluppo economico della “decada ganada”. “Scampato il pericolo” grazie alle politiche di sostegno messe in campo dai regimi populisti, le nuove classi medie hanno poi acquisito una libertà di movimento che le ha portate ad appoggiare le esigenze di cambiamento sbandierate dai gruppi dirigenti della nuova destra.
  3. Il logoramento (Rafael Correa, Dilma Roussef), gli ostacoli costituzionali (Cristina de Kirchner, Lula, prossimamente Evo Morales) quando non la tragica scomparsa (Hugo Chavez, Néstor Kirchner) delle leadership ha fatto sì che uno dei punti di forza del ciclo populista si sia rovesciato in una debolezza: i giganti della prima ondata non hanno trovato adeguati eredi.

Non è possibile fare una previsione sul futuro dei movimenti progressisti latinoamericani, ma qualcosa sul loro avvenire può forse essere detta. Si è fatto riferimento alle differenze tra le avanguardie rivoluzionarie degli anni ’70 del ‘900 e i movimenti populisti dell’inizio del XXI secolo. I limiti delle prime permisero alla reazione scatenata contro di esse di ripristinare, dopo la loro sconfitta, il potere delle oligarchie, ed anzi di allargarne gli orizzonti ed approfondirne l’intensità. Una simile tabula rasa sembra impossibile al giorno d’oggi. I blocchi storici alla base del ciclo populista sono senz’altro più strutturati, capaci di ben più ampia proiezione egemonica. La forza del ciclo populista è forse destinata ad emergere nel momento della sua sconfitta, se i movimenti sociali, le organizzazioni e i gruppi dirigenti sapranno coltivare il potenziale di resistenza e ripresa accumulato nell’ultimo ventennio.