La cuauhtemiña di AMLO: un populista sulla sedia dell’aquila

Le elezioni presidenziali in Messico hanno un netto vincitore: Andrés Manuel López Obrador, meglio noto come AMLO, leader e fondatore del partito Morena (“Movimento di Rigenerazione Nazionale”), ha ottenuto crica la metà dei voti validi, doppiando la percentuale dei candidati dei due partiti tradizionali messicani, il PRI (centro-destra) ed il PAN (destra neoliberale, in alleanza con il PRD – centrosinistra). Si tratta del più netto trionfo di un candidato presidenziale messicano dal 1994, cioè da quando il paese viene normalmente considerato una democrazia a tutti gli effetti.

AMLO ha vinto grazie ad una campagna incentrata sulla lotta alla povertà (in un Paese con 53 milioni di poveri, il 45% della popolazione, in continuo aumento a seguito dell’ennesima crisi economica dovuta alle ricette neoliberali) e sulla lotta alla corruzione, un problema a dir poco endemico. AMLO ha pure avanzato una proposta di amnistia per i crimini legati al narcotraffico, dopo la plateale sconfitta delle politiche di “mano dura” dei precedenti governi nazionali e regionali, che hanno esacerbato la violenza ed al tempo stesso hanno alimentato il business della droga.

MORENA non ha nulla della “sinistra tradizionale”. Ma non è neppure paragonabile ad un partito semplicemente “anti-casta” come il nostro M5S. E’ un movimento composito, con centinaia di migliaia di iscritti, con forti radici fra la società civile messicana ma capace anche di attrarre pezzi di ceto politico priista e panista che hanno capito l’assoluta irriformabilità delle macchine clientelari di provenienza. La squadra di governo di AMLO è composta da 8 uomini ed 8 donne, tutte e tutti altamente esperti e competenti e spesso provenienti dalle file del partito. AMLO dunque, attraverso MORENA, ha saputo radicarsi sul territorio e, al tempo stesso, creare ed attrarre classe dirigente. Ha saputo, soprattutto, dire basta alla sinistra sbiadita rappresentata dal PRD, e creare un nuovo spazio politico capace di attrarre i vasti strati medi e popolari, consentendo loro di recuperare la speranza nelle capacità dello Stato messicano di adempiere a sacrosante promesse di integrazione sociale e dignità.

Garanzie agli investitori, pareggio di bilancio, politica fiscale non espansiva (in un paese dove il rapporto fra tasse e PIL è al 17%, la metà della media OCSE, di cui il Messico fa parte): le proposte socioeconomiche di AMLO non paiono aver nulla di rivoluzionario. Ciò nonostante, si promettono interventi sociali per garantire l’accesso universale ai servizi più essenziali, soprattutto nell’ambito abitativo, aumenti pensionistici, e maggiori investimenti pubblici per rilanciare l’occupazione, dopo un sexenio di tagli alla spesa pubblica e riforme del mercato del lavoro che hanno fatto esplodere la precarietà, ridotto di oltre un milione il numero di lavoratori regolari a medio-alto reddito, e fatto sì che il 53% dei lavoratori regolari non riesca a garantirsi l’acquisto del paniere di sopravvivenza. AMLO e  il MORENA puntano moltissimo sulla lotta alla corruzione per finanziare gli interventi promessi: basterà? È certo che non è facile rilanciare l’idea di uno “Stato investitore” in un paese come il Messico, dove il confine fra mafie e pubblica amministrazione è quantomeno poroso. È altrettanto certo che dipingere AMLO come un novello “Chávez”, come molta stampa mainstream ha fatto in America Latina ed Europa, è fuori dalla realtà e soprattutto non tiene conto delle ragioni che hanno spinto i messicani a sostenere con tal vigore un cambio politico sicuramente molto forte. Persino molti fra i maggiori sindacati messicani, per decenni rimasti al fianco del PRI, si sono avvicinati al neopresidente.

AMLO ha sfidato la partitocrazia messicana per la terza volta. Già nel 2006, quando ancora militava nel PRD, era stato derubato della vittoria da Calderón (PAN), a seguito di evidenti brogli. Nel 2012 perse più nettamente contro Peña Nieto (PRI). Calderón e Peña Nieto rappresentavano perfettamente quella destra neoliberale, antipopolare, securitaria e corrotta al tempo stesso, che ha dominato per decenni un grande Paese frammentato e diseguale come il Messico.

La vittoria di AMLO è senz’alcun dubbio di portata storica. Dopo quasi 80 anni, dai tempi di Lázaro Cárdenas, il Messico sarà nuovamente governato dalla sinistra. Basti pensare alla forza degli avversari sconfitti da AMLO. Il PRI ha dominato la scena politica messicana dal 1929 sino al 2000, un settantennio complesso, fatto di grandi riforme progressiste (durante la citata presidenza Cárdenas) e speranze disattese, di riforme agrarie mancate, clientelismo, corruzione, “riforme strutturali”, crisi economiche cicliche e brogli elettorali clamorosi, come quelli che nel 1988 impedirono la vittoria del figlio di Lázaro, Cuauhtémoc Cárdenas, il quale scelse di abbandonare il corrotto PRI e di fondare il PRD, divenuto poi il terzo partito messicano e progressivamente appiattitosi su posizioni centriste. Il dominio del PAN, durato 12 anni (2000-2012), si caratterizzò per politiche ultraneoliberali (durante il mandato di Vicente Fox, dirigente della Coca-Cola) e per corruzione, brogli e violenze (durante il mandato di Calderón).

Fra i sei governatorati ottenuti dal MORENA ieri, spicca la vittoria nello stato di Morelos dell’ex stella del calcio messicano, Cuauhtémoc Blanco, noto per la sua famosa “cuauhtemiña”, una mossa per dribblare due avversari arpionando la palla fra le caviglie e saltando in mezzo ai rivali. Ieri la “cuauhtemiña” l’ha fatta AMLO, il quale ha attratto milioni di messicani disillusi, li ha liberati dal dominio dei due partiti tradizionali e li ha portati a tu per tu con il portiere. Spetta a lui ed al suo governo, ora, portare a compimento il proprio dovere e mettere a segno la rete più importante, attesa dal Messico intero: lavoro e dignità.