La France Insoumise: dal partito al movimento

Uno dei fatti più notevoli degli ultimi anni è l’evoluzione accelerata dei partiti verso l’adozione di forme movimentiste. Come conseguenza della critica alla rappresentanza e dell’ingresso in una società più fluida, le iniziative politiche hanno finito per integrare nuove forme d’impegno politico, non necessariamente più democratiche. I casi più degni di nota in Francia sono En Marche! e La France Insoumise, in parte erede del Parti de gauche. Analisi di una mutazione a partire dal caso del movimento fondato da Jean-Luc Mélenchon.

In La ragione populista (2005), Ernesto Laclau già spiegava come gli effetti del capitalismo globalizzato abbiano prodotto forme di dislocazione interna ai campi politici e pure ciò che si può chiamare liquefazione dei rapporti sociali; è il carattere sempre più fragile delle norme e dei parametri di riferimento. Predisse, a tal riguardo, l’emergere accelerato delle forme movimentiste a spese delle forme-partito tradizionali. I movimenti restano, in senso generico, dei partiti, ma rompono con le forme istituzionalizzate ereditarie della generalizzazione del suffragio universale avvenuto nel XIX e XX secolo. Inoltre, quando essi emergono nella sinistra tradizionale, operano una frattura rispetto alla forma del partito di massa [1], modello dei movimenti operai. In Francia, il PCF è stato a lungo ideal-tipo [2] del partito di massa, organizzato in maniera piramidale e con più livelli in teoria ubbidienti al principio del centralismo democratico: la sezione, la federazione, il consiglio nazionale e la direzione nazionale. Per certi aspetti il PS, in continuità con la SFIO [la socialdemocrazia francese prima della sua rifondazione da parte di Mitterand, n.d.r] , ha mantenuto queste forme, mentre si organizzava attraverso correnti. Oltre a questo modello c’erano piccoli partiti trotzkisti fondati sul principio dell’avanguardia illuminata. Questi partiti erano elitari, selettivi e facevano affidamento sul ruolo guida di una piccola minoranza nei processi rivoluzionari. Il Parti de gauche, fondato nel 2009 da Jean-Luc Mélenchon da una scissione del PS, è da questo punto di vista più vicino alla tradizione trotzkista e al modello del partito di quadri [3]. Ci sono diverse cause nell’emergere di movimenti e nel crollo delle strutture tradizionali. Tutto ciò ha inizio con l’avvento dei movimenti anti-globalizzazione degli anni ’90, come ATTAC che ha portato ai comitati del No al referendum del 2005 sul Trattato costituzionale europeo. Poi, dagli anni 2000, abbiamo assistito al rapidissimo sviluppo dell’uso politico di internet e dei social network. L’italiano M5S è uno dei pionieri in questo campo, poiché è nato come prolungamento di un blog associato a una piattaforma chiamata Meetup (lanciata nel 2005) su cui gli attivisti potevano iscriversi, votare e auto-organizzarsi. Nel 2014, quasi dieci anni dopo, Podemos, ispirato dalla campagna di Barack Obama del 2008 che aveva scavalcato l’apparato democratico con MyBO e Partybuilder, lancia la sua piattaforma e il sito partecipativo, pur mantenendo una forma partitica di stampo più tradizionale. In generale, queste piattaforme sono nate dal desiderio di democrazia diretta e di disintermediazione resa possibile dalle tecnologie digitali; finita, insomma, la lunga accumulazione di capitale politico interno per poter “avvicinare” i circoli dirigenti e i leader. D’ora in poi, i social network permettono, o pretendono di consentire, una relazione diretta con la leadership. In cambio, quest’ultima può osservare direttamente lo stato morale delle truppe che si esprimono su internet; un fatto che rende la leadership meno dipendente dalle risalite della base. I social network e i loro algoritmi favoriscono questo doppio movimento di orizzontalità e verticalità a scapito di strutture piramidali stratificate.

L’emergere di nuovi attori è stato reso possibile dalla crisi della rappresentanza e dalla crescente insoddisfazione rispetto all’offerta politica esistente. Dagli anni ’80 e dalla progressiva instaurazione dell’egemonia neoliberale, si è sviluppato un fenomeno d’alternanza privo d’alternativa reale, in cui le differenze politiche tra sinistra e destra si sono gradualmente attenuate lasciando infine il posto al circolo della ragione. Alla ragione politica si è sostituita, insomma, la ragione tecnocratica. Il carattere sempre più limitato delle alternative, unito agli effetti atomizzanti della globalizzazione, ha indebolito il senso della distinzione destra-sinistra e ha generato un accumulo di richieste frustrate nella società. Questo accumulo ha raggiunto una soglia critica e ha aperto una finestra di opportunità affinché gli outsiders sfruttassero e articolassero queste richieste. Questi ultimi, quando mettono in piedi strutture elettorali, possiedono inizialmente scarse risorse finanziarie e umane. Ed è perciò che prediligono forme in cui il potere è più concentrato e in cui la struttura è più flessibile. In altre parole, è più facile creare un movimento che un partito, possedendo quest’ultimo strutture complesse, sviluppate e ramificazioni in tutto il territorio. Il lancio della France Insoumise trae origine dalla combinazione di questi due elementi: una concentrazione decisionale molto spinta per far campagna elettorale; una piattaforma internet destinata a captare la domanda d’orizzontalità e a consentire la spontaneità dal basso. L’adesione è scomparsa, a vantaggio del sostegno alla candidatura di Jean-Luc Mélenchon. Il clic è sufficiente per partecipare e non richiede più le procedure formali del passato. Il livello di controllo sui militanti era inizialmente molto basso a causa dell’estensione estremamente rapida del movimento nel contesto delle elezioni presidenziali; estensione che è, per definizione, quasi incontrollabile. Questo è anche ciò che è successo durante la campagna di Bernie Sanders nel 2016, in cui gli organizers hanno promosso un modello caotico basato su energia ed autonomia dei volontari sui quali il controllo è stato parecchio lasco. La concentrazione decisionale necessaria alla campagna ha portato all’assenza di un processo di legittimazione democratica, al di fuori delle consultazioni fatte sulla piattaforma. Jean-Luc Mélenchon ha legittimato questo modello criticando l’autoreferenzialità propria della democrazia interna che conduce i militanti a concentrarsi sulla vita interna del partito e a guardarsi l’ombelico. Per superare questo handicap, la France Insoumise sembra aver privilegiato una democrazia dell’azione in cui il basso livello di controllo sulla base consente a tutti di sentirsi liberi di condurre le proprie azioni. Da questo punto di vista, il movimento abbraccia le dinamiche postmoderne che favoriscono forme individualistiche d’impegno politico e un rifiuto sempre più forte dei quadri collettivi. Questo è particolarmente vero per i giovani che sono stati uno dei motori più potenti della campagna 2017.

DOPO L’ELEZIONE: LA MATURAZIONE

Il periodo elettorale post-presidenziali e legislative ha portato a un graduale arretramento del movimento, come indicato dal numero decrescente di votanti sulla piattaforma del sito. Questo arretramento è, al tempo stesso, prodotto della solita depoliticizzazione che segue le presidenziali e del modello organizzativo della France Insoumise. In effetti, quando la posta in gioco politica scompare, l’azione immediata ha meno senso ed è meno valorizzata rispetto al periodo elettorale. La gamma limitata del repertorio d’azione della France Insoumise (nonostante le nuove forme apparse dopo le elezioni: voto dei cittadini, collette, “roulotte campestri” o processi partecipativi come gli “atelier delle leggi”) provoca una presa di distanza logica da parte di coloro i quali apprezzano altre forme d’impegno. Questo non è necessariamente un problema, perché possiamo considerare il fatto che non sia necessario un movimento di massa e che basti così mobilitare truppe numerose soltanto in momenti cruciali; ma questo arretramento ha provocato altre trasformazioni di carattere organizzativo. Il centro di gravità del movimento si è infatti capovolto dopo le elezioni legislative. Il gruppo parlamentare svolge attualmente il ruolo di guida politica del movimento, senza che il fatto sia stato formalmente convalidato. Il gruppo raduna alcune risorse, soprattutto i quadri, per metterle al servizio dell’azione parlamentare e degli imperativi legati all’attualità nazionale. Entrando nelle istituzioni, la France Insoumise è stata parzialmente privata del suo carattere extra-istituzionale. In termini concreti, la vita del movimento è sempre più organizzata attorno al gruppo parlamentare in cui vengono elaborate la linea politica e i compromessi interni. Questi compromessi dipendono dalle posizioni dei diversi deputati e dai loro rispettivi interessi, ed è chiaro che il gruppo della France Insoumise è eterogeneo. L’emergere di una struttura intermedia tra leader e base ha trasformato il processo elaborativo della linea politica a vantaggio dei dirigenti e dei funzionari eletti, a discapito di elementi esterni al gruppo parlamentare. I compromessi interni al gruppo non sono sempre quelli che corrispondono alla pluralità del movimento, specialmente quando le aree di provenienza dei rappresentanti eletti sono geograficamente concentrate.

Al tempo stesso, l’équipe direttiva ha assunto un ruolo prima di tutto tecnico, al punto che è stato chiamata “équipe operativa”. Ha sede nella rue Dunkerque, vicino alla Gare du Nord, ed è guidata da Manuel Bompard e in misura minore da Bastien Lachaud. L’équipe traduce in particolare gli orientamenti forniti dal gruppo parlamentare e da Jean-Luc Mélenchon nelle campagne e nelle attività dei gruppi d’azione. Ma la tecnica ha sempre un carattere più o meno politico, e non è neutra poiché l’operazione di traduzione degli orientamenti forniti è di per sé stessa un’operazione politica. È di tale natura che si può considerare la France Insoumise in parte bicefala; il suo modello di direzione non è stabilizzato e varia in base agli imperativi della congiuntura, a seconda che il movimento o il gruppo sia più o meno esposto rispetto all’attualità.

Il modello della France Insoumise, dunque, è basato su una forma d’indeterminatezza della struttura decisionale che poggia, in ultima istanza e quando la situazione lo richiede, sul leader. Tuttavia, rispetto alla quotidianità, le molteplici decisioni prese coinvolgono una varietà di attori senza che la loro gerarchia e la loro area di competenza siano delimitate con chiarezza, tranne quando Jean-Luc Mélenchon impone uno o più di loro su un particolare soggetto. Per analizzare e comprendere il modello della France Insoumise, vale la pena interessarsi alle persone che ricoprono il ruolo di nodo di rete.

UN GRUPPO PARLAMENTARE BASATO SU UNA NUOVA GENERAZIONE DI QUADRI

Clémence Guetté, che abbiamo già avuto occasione d’interrogare, fa parte di questa giovane generazione di dirigenti passati attraverso il Parti de Gauche, ma che era insoddisfatta dell’architettura-partito. All’età di 27 anni è attualmente segretaria generale del gruppo de La France Insoumise all’Assemblea nazionale, e in quanto tale svolge un ruolo importante sia per l’elaborazione dei compromessi interni che per il coordinamento con l’équipe operativa. Dopo aver conseguito una laurea in Lettere presso la facoltà di Poitiers e un master in sociologia politica presso Sciences Po Paris, si è formata in politiche ambientali attraverso Agro ParisTech.

Durante la campagna è stata reclutata dal movimento per lavorare a tempo pieno sul programma delle presidenziali, poi sulle legislative. Dice: «Il mio ruolo di segretario generale non era necessariamente previsto, in quanto non era certo che avessimo un gruppo. Sono stata scelta perché c’era bisogno di qualcuno che avesse familiarità con la dottrina e che garantisse la sua declinazione nell’attività parlamentare». In altri termini, è tramite lei che viene assicurato il mantenimento della coerenza programmatica; coerenza che può entrare in conflitto con l’eterogeneità del gruppo parlamentare. Se per Clémence «ognuno porta la sua sfumatura ed esperienza», è comunque «importante avere in mente gli equilibri da costruire». Avvezza alla sociologia dei partiti politici, lei «assicura il collegamento» tra i deputati e «assiste Jean-Luc Mélenchon nel suo ruolo di presidente di gruppo». Vasto programma, insomma, per un movimento che giunge sulla scena politica nel 2017 senza padroneggiare le routine istituzionali, a differenza degli altri partiti politici presenti all’Assemblea Nazionale.

Arrivata senza conoscere il funzionamento dell’Assemblea, Clémence riconosce volentieri il peso dell’istituzione: «È reale, nelle pratiche, nell’abbigliamento, nei corpi. Ci viene mostrato tutti i giorni. Dobbiamo prestare attenzione alla tecnocratizzazione, dobbiamo tenere presente che siamo qui per uno scopo specifico. Cerchiamo di dimostrare che possiamo fare bene pur mettendo in discussione le norme che consideriamo assurde». I deputati della France Insoumise hanno effettivamente presentato molti emendamenti, e spetta a lei la responsabilità di rileggerli; fatto inusuale rispetto alle pratiche dell’Assemblea. «Il lavoro di fondo occupa la maggior parte della mia attività, in particolare la correzione delle bozze di tutti gli appunti prodotti dai collaboratori parlamentari, di tutti gli emendamenti, al fine di rendere tutto questo coerente con il programma». Ammette che «sarebbe impossibile con un gruppo più ampio.»

Quest’importante investimento sul lavoro parlamentare potrebbe sembrare quasi sorprendente dato che il sistema istituzionale francese è basato sul maggioritario e che non vi è praticamente alcuna modifica dell’opposizione che passi all’Assemblea nazionale, la cui utilità sta più che altro nel fornire una tribuna alle opposizioni. Tutto ciò richiede un investimento cospicuo in risorse umane e in quello che riguarda l’attenzione prestata dai quadri politici. Ma per il giovane segretario generale, l’obiettivo è altrove: «In un anno siamo riusciti a mostrare alla gente e ai servizi dell’Assemblea che eravamo estremamente seri nel lavoro. I nostri parlamentari non indossano cravatte ma lavorano sui progetti di legge».

UN MOVIMENTO AUTONOMO DAL GRUPPO

È anche attraverso la segretaria generale che passano molte informazioni in modo tale che si mantenga il legame col movimento. Dall’altro lato della messaggistica Telegram – usata in modo plebescitario dai quadri della France Insoumise – sta Coline Maigre, responsabile del rapporto del movimento con i gruppi di sostegno. Secondo lei: «Il movimento è autonomo, ha una vita propria. Mette le proprie capacità organizzative al servizio del gruppo e i deputati mettono i loro scranni al servizio del movimento.» A 26 anni, si è adoperata nella militanza in tempi molto più recenti rispetto a Clémence. Originaria di Auxerre, è laureata in legge a Lione. Confessa di non essere stata mai, prima di allora, coinvolta in politica: «I miei genitori non sono mai stati attivisti, anche se come tutti discutevano di politica a casa». Il suo impegno più tardivo per la France Insoumise è legato alla nascita della forma-movimento: «Nel 2012 mi sono interessata a Jean-Luc Mélenchon, ma non volevo entrare nel Parti de Gauche. Non mi fidavo dei partiti. Sono davvero la modernità della France Insoumise, la forma movimento-piattaforma, l’attività sui social network, la porosità insita nella struttura ad avermi convinta nell’impegno. Puoi militare nella base, sui social network, condividere video, fai come vuoi». Si è data da fare prima di tutto «durante la campagna elettorale, soprattutto per le legislative, nell’organizzazione di eventi della regione parigina», prima di ereditare la posizione di Mathilde Panot, chiamata al suo mandato come deputata. È poi Manuel Bompard a suggerirle di prendere il posto del deputato di Ivry-sur-Seine.

Le sue giornate? «Inviamo email ai referenti di ciascun gruppo, ascoltiamo i gruppi di supporto, ci occupiamo della newsletter. Facciamo in modo che le campagne decise nel movimento siano condotte su tutto il territorio. Organizziamo le manifestazioni». Con lei ci sono altre due persone per il supporto quotidiano, il che sembra poco rispetto al numero d’iscritti sulla piattaforma. Questa squadra è supportata da circa quindici volontari presenti in tutto il territorio che assicurano il rapporto con la base attraverso una riunione mensile e il contatto Telegram. Non più, dunque, centinaia di dirigenti locali incaricati di articolare i territorio; non più la struttura pletorica a livello nazionale per assicurare il funzionamento dell’organizzazione. Eppure tanto questa concentrazione decisionale quanto l’ampia portata del suo compito possono renderne difficile il conseguimento, come quando i quadri del movimento furono trasferiti all’Assemblea nazionale. Coline racconta: «Dopo le legislative, non erano rimaste molte persone per assicurare il funzionamento del quartier generale. Molti membri della precedente équipe operativa erano andati a lavorare all’Assemblea». Questo rapporto diretto fra struttura nazionale e gruppi di sostegno è rivendicato dal movimento: «Tutto ciò ci evita burocratizzazione e capitanati locali. Promuove l’autonomia dei gruppi d’azione che agiscono come desiderano nell’ambito del programma l’Avenir en commun». Ebbene, alcuni attivisti non percepiscono ciò esattamente così. In effetti, la France Insoumise ha anche attirato numerosi attivisti intimamente segnati da strutture partitiche che presuppongono livelli organizzativi differenti. Quindi, dopo la campagna presidenziale, ci sono stati tentativi di creare strutture a livello dipartimentale. Secondo Coline: «Per alcuni attivisti è complicato passare da un partito a un movimento. Questo è spesso il frutto d’incomprensione e ci sono talvolta vecchi riflessi che cercano di riprodurre forme passate. Ma spiegando bene l’interesse della forma-movimento, le persone ci si sono adattate. Alcuni non capivano che altri Insoumis non volessero piccoli leader: un fatto che può causare conflitti, risolvibili però attraverso la creazione d’un nuovo gruppo d’azione». Queste pigrizie culturali riguardano anche le modalità di legittimazione dell’élite dirigente. Se nei vecchi partiti, infatti, la legittimazione passava attraverso procedure ritenute essere democratiche – ma sempre viziate dall’apparato dirigente al punto tale da essere spesso nient’altro che illusioni – la France Insoumise fa proprio il suo carattere antidemocratico e trancia così la questione: «se applicassimo al movimento la “democrazia” come praticata dai vecchi partiti, inizieremmo a votare sulle virgole», spiega Coline. Per quanto riguarda l’edizione 2018 di «Amfis d’été», Jean-Luc Mélenchon ha dichiarato: «La France Insoumise non è democratica, è collettiva». Questa presunta verticalità si coniuga a un’importante autonomia di base e un modello di democrazia dell’azione. È da notare che questo modello si basa su una nuova generazione di dirigenti più sensibili alle nuove forme di coinvolgimento e al rifiuto d’investirsi in modo troppo costrittivo dentro un’organizzazione.

VERSO LA DISORGANIZZAZIONE E IL LEADER ILLUMINATO?

Per molti versi il sistema organizzativo della France Insoumise sembra basato su una forma di caos e di squilibrio permanente in cui si cerca invano il principio articolatore che permetta di assicurare la distribuzione strategica del movimento. Questa disorganizzazione organizzata rimane in parte di natura funzionale. Per alcuni osservatori ciò nasconde il presunto autoritarismo di Jean-Luc Mélenchon che è l’unico principio che assicura la leadership.

Ma questa ipotesi resiste in definitiva assai poco all’analisi. In questo panorama che assomiglia più ad un arcipelago di piccole unità ognuna detentrice di un potere limitato e specifico, l’eterogeneità prevale. Jean-Luc Mélenchon infatti adotta, in realtà, sempre posizioni di compromesso interno che possono essere liberamente interpretate da tutti gli attori, siano essi deputati, varie figure del movimento o attivisti. Elabora continuamente compromessi a minimo comune denominatore e svolge più che altro il ruolo d’autorità morale che quello di organizzatore della quotidianità. Questo modello genera, in realtà, della conflittualità incoraggiando la polarizzazione interna tra diverse fazioni che cercano di far pendere il leader da una parte o dall’altra, in modo che costruisca compromessi più favorevoli a loro o che scelga una linea piuttosto di un’altra; fatto che non è costume della leadership propria della cultura mitterrandiana in cui l’ambiguità riveste ruolo fondativo. Tuttavia, l’aumento della conflittualità interna rende sempre più difficile formulare compromessi, e così i conflitti tendono essenzialmente a peggiorare e a spingere i loro attori sempre un po’ più in là, finché politicamente non è necessario tagliare una testa. Questa esigenza si verifica in maniera più pressante tanto più la compartimentazione del leader all’interno della regione di Parigi, nell’azione parlamentare (nonostante la sua presenza nella circoscrizione di Marsiglia), rende ardua la percezione delle questioni che si esprimono al di là della piccola cerchia e che potrebbero venir districate in un maniera meno conflittuale. In termini concreti, ciò comporta l’esclusione o l’emarginazione di figure che nel conflitto hanno superato la soglia critica.

Viceversa, quando la linea è più assertiva e inattuale rispetto al dibattito quotidiano – quando un orizzonte è chiaramente impostato come nel caso del sostegno ai gilet gialli – sembra che il livello conflittuale diminuisca d’entità. Questo è un noto paradosso della teoria populista: la democrazia non si basa sull’associazione ma sulla divisione. Dove c’è politica c’è conflitto. Le forme di democrazia non formali presenti nella France Insoumise, specialmente nel tentativo di pesare, di risultare determinanti, hanno senso solo in rapporto agli avversari interni. Pertanto tali forme generano un conflitto permanente ma senza le istituzioni appropriate per incanalare gli antagonismi. Il movimento si trova quindi di fronte all’obbligo di andare sempre avanti per ridurre il livello di conflitto interno ed evitare le fasi di fluttuazione favorevoli ad un aumento della conflittualità.

Questa mappatura del movimento, pur non esaustiva, lascia intravedere una difficile transizione e l’assenza di stabilizzazione di un modello organizzativo chiaro. Questo stato gassoso include largamente le principali caratteristiche del momento populista e della postmodernità politica: una deistituzionalizzazione, un’atomizzazione e una crescente eterogeneità nella continua ricerca di un principio d’articolazione. Questa instabilità è un riflesso dei nostri sistemi politici, ma suggerisce un certo numero di sfide inerenti alla prospettiva di una presa del potere. In effetti questo modello sembra particolarmente adatto alle fasi della campagna elettorale che si basano sulla velocità decisionale e sulle capacità propulsive, ma ha maggiori difficoltà ad adattarsi alle fasi di reflusso della partecipazione politica che portano a una smobilitazione interna e a squilibri politici. Pertanto, è difficile per queste organizzazioni affrontare compiti cruciali come la produzione e la formazione dei dirigenti o la persuasione di attori abituati a forme istituzionali stabili, quali gli alti funzionari pubblici e i responsabili. La friabilità dell’ancoraggio sociale e territoriale dei militanti rende il movimento ancora più sensibile alle importanti fluttuazioni della mobilitazione del suo elettorato; un elemento che lo espone a fragilità durante le elezioni di medio termine. Il modello della France Insoumise è pertanto fondamentalmente rivolto alle elezioni presidenziali.

[1] Il concetto di partito di massa rinvia alla tipologia di Maurice Duverger. Designa, come suggerisce il nome, partiti che hanno molti membri e la cui ulteriore estensione è obiettivo in sé stesso, perché favorisce la diffusione di idee e proposte di partito così come la capacità di incidere sul territorio.

[2] Il termine tipo-ideale rimanda al concetto di Max Weber. Serve a designare un modello astratto a cui la realtà corrisponde solo parzialmente.

[3] Sempre secondo la tipologia di Maurice Duverger, il partito dei quadri si riferisce a partiti che fanno affidamento su un numero minore di membri, la cui origine sociale è più elitaria. Non cercano l’adesione di un gran numero di simpatizzanti. Questo concetto è stato inizialmente utilizzato per qualificare partiti di notabili.

Da www.lvsl.fr, 12. 3. 2109. Traduzione a cura di Francesco Gala

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