La sinistra crolla sotto il peso dell’austerità

Torna la destra in Grecia. Un esito previsto ampiamente dai sondaggi, incluso il margine di dieci punti che separa Tsipras dai vincitori. Si tratta di un crollo. Sebbene Syriza abbia tenuto sopra il 30% – anche in forza di un sistema fortemente bipolare, che non presenta significativi concorrenti dopo l’inabissamento del PASOK – la possibilità di una alternativa di governo nell’ambito dell’eurosistema crolla definitivamente. 

Syriza sopravvive ed avrà un ruolo significativo, ma come fantasma di se stessa, ridotta al ruolo di ala progressista del bipolarismo locale, con poche chance di tornare a minacciare il sistema. Al di là del dato politico, conviene approfondire il panorama economico e finanziario per avere un contesto di comprensione dell’esito elettorale. 

Lo squilibrio fra paesi più ricchi e più poveri della UE ha favorito un flusso di capitali dalle banche del centro a quelle della periferia, creando così creditori e debitori; quando lo scoppiare della crisi fra 2009-10 ha reso la restituzione difficile, le istituzioni della UE e la Troika hanno obbligato gli stati debitori a salvare le proprie banche, ingigantendo il loro debito pubblico. L’indebitamento delle banche periferiche verso le banche del centro è stato trasformato in indebitamento degli stati periferici verso le istituzioni sovranazionali. Questo è accaduto con la riforma della governance economica Ue fra il 2011 e il 2013 . 

Bisognava poi costringere gli Stati ad un programma che garantisse il pagamento: questo è stato fatto in diversi paesi, ma in Grecia con particolare pesantezza e brutalità. L’insieme delle misure di restrizione della spesa pubblica e di incremento della competitività della economia greca è stato riassunto in documenti dettagliati e vincolanti: i famosi Memorandum. 

Nel 2015 Syriza arriva sulla scena vittoriosa, dopo aver raccolto per anni la collera e il disagio delle classi lavoratrici con la promessa di farla finita con le politiche di decurtazioni salariali, licenziamento di pubblici dipendenti, privatizzazioni di massa, aumento delle tasse (specie per i ceti lavoratori), diminuzioni della spesa pubblica, in specie pensioni, educazione e sanità. Già nel programma del 2014 Syriza ammorbidiva molto le promesse del 2012, ma prometteva benefici di vario genere: elettricità gratis per i poveri e ricostruzione del welfare, con la fine di una esosa tassazione per lavoro e famiglie. La quantificazione fatta dal partito (11,3 mld di euro) indicava chiaramente un aut-aut: o pagare il debito o compiere le promesse. La Commissione di Audit sul debito greco, guidata dal portavoce del CADTM Erik Toussaint, avrebbe dato al governo le basi giuridiche per non pagarne una rilevante parte, in quanto illegittimo ed odioso. In seguito, invece, l’accettazione del terzo Memorandum nell’estate del 2015 ha portato il governo Tsipras in continuità con le destre e il PASOK: su 15 pacchetti di austerità il governo di centro sinistra (ottobre 2009-novembre 2011) ne ha approvati cinque; la coalizione di grandi intese (novembre 2011- maggio 2012) uno; la destra di Samaras (giugno 2012-gennaio 2015) tre; Syriza ben sei. Come alternativa di sistema non è una delusione, ma un crollo. 

Le conseguenze sul piano sociale sono state catastrofiche, ne fa fede – fra le tante fonti – un rapporto del Consiglio d’Europa (istituzione che non ha nulla a che vedere con la UE) del novembre 2018. Una galleria di orrori: senzatetto quadruplicati, aumento suicidi e tossicodipendenze, persone che devono pagarsi da sé le cure mediche dal 34,5% al 58,7% fra 2010-2015. Senza che sul piano economico si siano raggiunti gli obiettivi: il collasso del Pil (passato da 249 mld di euro nel 2008 a 184 mld nel 2017; un calo di -26%; nel 2019 si dovrebbe arrivare a 195 mld); debito pubblico esploso oltre il 180% sul Pil rispetto al 126% del 2009. 

A fine 2014 Emiliano Brancaccio aveva dichiarato in un incontro pubblico che “se Syriza, un partito della sinistra europea, si trova al governo e non ha un piano B è la fine storica della sinistra”. Il piano B non c’era e la sinistra è completamente a terra.

Da “il manifesto”, 13. 7. 2019