La Troika caraibica

Pochi in Europa hanno prestato attenzione alle vicende di Porto Rico, piccolo paese dei Caraibi le cui vicende vedono un parallelismo con i paesi spremuti dalle politiche di austerità. Ancora a luglio 2019 non vi è stata grande attenzione da parte dei media, anche se una delle più imponenti mobilitazioni popolari della storia del paese ha portato ad una raffica di dimissioni in una crisi istituzionale piuttosto difficile. Le proteste sono scoppiate in seguito alla diffusione di 900 pagine di chat scambiate fra il governatore Rossellò e i suoi collaboratori. Insulti, dileggio, sessismo, omofobia. Ma anche truffe e corruzione. Un cerino calato in una vera polveriera, che ha suscitato una reazione popolare così intensa da coinvolgere star internazionali come il cantante Ricky Martin e la supermodella portoricana Joan Smalls. 

Porto Rico è un arcipelago piccolo, ad est della Repubblica Dominicana con circa 3,6 milioni di abitanti. È un territorio controllato dagli USA i cui abitanti sono cittadini statunitensi ma senza diritti politici, infatti non possono votare per il Congresso che fa le leggi cui sono vincolati, ma solo le autorità amministrative per questioni locali. Il paese, che dovrebbe diventare uno Stato vero e proprio degli USA, era diventato una sorta di paradiso per l’investimento finanziario: chi comprava titoli di stato portoricani non veniva tassato nei profitti conseguiti. In tal modo è iniziato un forte indebitamento, favorito dal fatto che tutti facevano la corsa per prestare soldi all’arcipelago e goderne gli interessi. 

Finché fra il 2014 ed il 2015 la recessione economica ha portato il consueto meccanismo di contrarre debiti per pagare i creditori e generare un “effetto slavina” sulla somma complessiva a far temere il default o una “ristrutturazione”: non pagare il debito o ridurlo. Una cosa che i creditori non potevano permettere. Anche perché fra di essi vi sono diversi hedge funds, la punta d’acciaio del profitto speculativo mondiale. Vere ammiraglie del capitalismo finanziario decise ad esercitare tutta la pressione politica per evitare perdite. A costo di farle pagare ai cittadini e ai lavoratori. 

Per mettere a posto la faccenda Obama firmò nel 2016 una legge (“Puerto Rico Oversight, Management and Economic Stability Act” o “PROMESA”) che consegnava ogni potere in materia di bilancio e debito ad una commissione di sette membri. La versione locale della Troika europea, che infatti ha iniziato una drastica “cura” di privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica. Non ci si stupirà troppo se nella miseria generale i funzionari e intrallazzatori nuotano in un piccolo oceano di corruzione (da poco due ex funzionari portoricani erano stati arrestati per corruzione dalla FBI). Che in parte emergono anche dalle chat del governatore oramai dimissionario. Le proteste scattano non solo in un contesto di impoverimento generale, ma di sfacciata cleptocrazia che come emerge nelle 900 pagine ha anche sottratto fondi agli aiuti stanziati per il terribile uragano Maria che nel 2017 ha colpito l’isola. 

Vedendo i nomi che compaiono nell’organo che impone in modo dittatoriale il neoliberismo si capisce come al solito le imposizioni sul piano politico siano strettamente funzionali all’interesse economico della oligarchia finanziaria. Il presidente dell’organo di “supervisione finanziaria e gestione” lavora per un fondo assicurativo diventato parte del potente colosso finanziario HUB International Limited, gigante del settore posseduto dal fondo speculativo nordamericano Hellman & Friedman LLC, forte di 25 miliardi di dollari di attività. Fra i componenti compaiono un analista del pensatoio conservatore American Enterprise Institute, selvaggiamente foraggiato dal DonorTrust, il punto terminale di un network di soggetti finanziati da imprese USA (detto familiarmente “il bancomat della destra”); un ex dirigente di BayBoston, azienda di servizi finanziari; l’ex presidente della Associazione Banchieri di Porto Rico; un avvocato specializzato in ristrutturazioni finanziari, prestiti commerciali. Gente giusta al posto giusto. Come sempre.

Da “il manifesto”, 3. 8. 2019