L’Unione Europea e l’utopia neoliberale di Von Hayek

Non ci potrebbe essere errore più grande che pensare all’Unione Europea come il frutto del manifesto di Ventotene. Anzi, non v’è chi non veda che l’attualità europea non è mai stata così lontana dal sogno inciso sulle pagine del manifesto di Rossi e Spinelli. Cito per esempio solo alcuni principi fondamentali di quel documento, e chiedo sinceramente al lettore se questa di oggi sia l’Europa ‘impregnata di un forte senso di solidarietà sociale’ o ancora l’Europa della ‘messa in comune dei mezzi di produzione’ sognata da Rossi e Spinelli. La risposta mi sembra evidentemente orientata in senso negativo.

A preconizzare l’attuale assetto dell’Unione Europea, infatti, non è stato il manifesto di Ventotene ma un’opera molto meno citata e molto più determinante. Si tratta di un articolo accademico del 1939 a firma di Frederick Von Hayek dal titolo The Economic Conditions of Interstate Federalism. Nel testo, il padre della scuola di Chicago teorizza un ente sovrastatale di nuova concezione, fedele ai dogmi neoliberali e totalmente indifferente rispetto agli interessi dei singoli cittadini.

Questo ente federale, secondo l’autore, dovrebbe sbarazzarsi degli impedimenti alla libertà di circolazione degli uomini, delle merci e dei capitali tra gli stati, in favore dell’adozione di leggi comuni, di un sistema monetario comune e di un comune controllo delle comunicazioni. L’obiettivo principale sarebbe quello di assicurare la pace, e di prevenire la guerra tra le parti della federazione.  Infatti, allo stato attuale – osservava l’autore nel 1939 – le frontiere economiche creano interessi collettivi su base nazionale, che tendono a confliggere tra loro. Tuttavia, se le merci, gli uomini ed i capitali si potessero muovere liberamente tra i vari paesi, sarebbe materialmente impossibile per un singolo Stato modificare i prezzi dei singoli prodotti, così come sarebbe impossibile controllare la remunerazione del capitale o del lavoro. Questa apertura limiterebbe quindi consistentemente le possibilità di intervento dei governi, tanto che – esemplifica Hayek – perfino una legislazione restrittiva sul lavoro minorile o sull’orario di lavoro incontrerebbe delle difficoltà ad essere affrontata dal singolo Stato. Ciò avverrebbe poiché la possibilità di pianificare o dirigere l’attività economica presuppone l’esistenza di comuni ideali e valori che portino alla creazione di un accordo in tal senso tra i vari interessi. Va da sé, quindi, che la possibilità di raggiungere tale accordo sarà tanto più limitata quanto più saranno disomogenee le aspirazioni e le tradizioni – culturali ed economiche – degli abitanti dell’area. Conclude l’autore, che questa situazione di forzato immobilismo statale placherebbe qualsiasi interferenza all’agire della ‘forza impersonale del mercato’.

Queste parole possono turbare per la somiglianza con il modello a cui l’UE si è ispirata. Allo scenario del federalismo interstatale hayekiano, tuttavia, c’è chi contrappone però un progetto diverso, basato sulla convinzione che esista già un interesse dell’Unione in generale e che si concretizza nella banalissima formula ‘tutto il potere al Parlamento Europeo’.  Dietro questa lettura – fatta propria ad esempio dai civatiani e dagli europeisti italiani in genere – si cela l’opinione secondo cui i parlamentari europei, in quanto rappresentanti dei propri cittadini, perseguano un interesse diverso da quello del paese di appartenenza.

Questa convinzione è errata in teoria, oltre che sconfessata dalla pratica politica. In teoria, infatti, qualche studioso ha osservato come probabilmente anche con un Parlamento Europeo dotato di poteri pieni ed effettivi, ogni parlamentare continuerebbe a perseguire una forma di interesse nazionale, tramite la creazione di una coalizione che unirebbe ‘i poveri’ (cioè i paesi con il più basso reddito pro capite dell’UE) contro ‘i ricchi’ (gli altri paesi). Insomma, si determinerebbe uno spaccamento su base non della posizione politica, ma dell’interesse nazionale.  C’è da ritenere che non ci sia bisogno di dare al parlamento europeo poteri effettivi per constatare che questa spaccatura si sia già manifestata almeno in una circostanza nella vita politica europea. 

Mi riferisco, nello specifico, al voto sulla risoluzione Sargentini, con cui il Parlamento Europeo è stato chiamato a decidere sulle sanzioni da infliggere all’Ungheria per la violazione dei principi fondamentali dell’Unione. Il voto del 12 settembre 2018, infatti, rappresenta l’ipotesi perfetta da prendere in esame, e cioè quella in cui il Parlamento Europeo punta in una direzione chiaramente contraria rispetto all’interesse di uno dei governi degli stati membri, rappresentati in assemblea. L’oggetto dell’analisi concerne specificatamente il comportamento dei parlamentari ungheresi. Se l’interesse nazionale fosse morto, dovremmo aspettarci che essi – attesa la violazione dei principi fondanti dell’unione da parte del proprio paese – abbiano votato a sfavore del governo ungherese, in misura analoga rispetto ai parlamentari di tutti gli altri stati membri. Per approvare l’ordine del giorno sulle sanzioni, infatti, il Parlamento Europeo ha dovuto deliberare con una maggioranza favorevole dei 2/3. Si rimane stupiti allora nell’osservare come a fronte di 21 parlamentari ungheresi solo 4 abbiano votato contro il proprio paese e a favore delle sanzioni. Ciò significa che i 4/5 dei parlamentari ungheresi hanno votato seguendo il proprio interesse nazionale e che solo il restante quinto ha assecondato la tendenza dei parlamentari ‘stranieri’, assecondando quindi l’interesse dell’unione.

Volendo trarre un insegnamento da questi fatti potremmo dire che anche nelle aule del Parlamento Europeo l’interesse nazionale è il principale elemento che orienta il voto dei singoli parlamentari, quando si discute di interessi fondamentali per ciascun paese. A contrario, potremmo concludere che il criterio puramente ‘politico’ rimane sicuramente uno strumento importantissimo, quando il Parlamento Europeo è chiamato a dirimere questioni che non riguardano nessuno.  Una magra consolazione. Da ultimo, vorrei suggerire ad ogni lettore di riportare quanto letto or ora ad un qualsiasi civatiano od altro europeista italiano, con l’avvertimento di non sorprendersi difronte ad una forma di scetticismo dell’interlocutore, perché si sa che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.