Senso Comune - Manifesto per un populismo democratico e una politica del senso comune

Il populismo nell’interregno della crisi globale

Cosa accomuna Cristina Fernandez de Kirchner, succeduta al marito Néstor alla presidenza dell’Argentina sull’onda di una rivolta plebea e attaccata in patria prima di tutto e soprattutto per il suo essere donna, ed il miliardario misogino Donald Trump? Cosa condivide il premier ungherese razzista Victor Orban con il defunto Hugo Chavez, intenzionato a edificare il socialismo del XXI secolo e vittima in vita e in morte di bestiali attacchi razzisti da parte dell’oligarchia venezuelana? Cos’ha a che vedere il vecchio MP della sinistra pacifista laburista Jeremy Corbyn con la leader del post-fascismo francese Marine Le Pen? Assolutamente niente, eppure questo assurdo gioco delle coppie potrebbe occupare l’intera pagina. Una intera pagina se solo si seguisse il frame dettato da giornali e televisioni e si diluisse ogni differenza nell’indistinta notte del populismo, che fa apparire nere tutte le vacche.

In questa confusione indotta dai mass media vi è però un (involontario) elemento di chiarificazione: se fenomeni così disparati sono racchiusi sotto un’unica etichetta, quella appunto di “populismo”, non sarà perché il populismo non rappresenta una particolare ideologia o prassi politica, ma piuttosto una logica metapolitica, destinata ad emergere in particolari momenti storici?

Più che partiti populisti e partiti istituzionali, esisterebbero momenti populisti e momenti istituzionali. Le “finestre populiste” si aprirebbero quando le istituzioni egemoniche – dal punto di vista economico, politico e morale – caratteristiche di una determinata epoca, crollano. Si apre allora un interregno nel quale al populismo è riservato il compito di progettare una nuova articolazione politica del sociale: in poche parole, nuove istituzioni.

Questo pendolo tra momento populista e momento istituzionale si era già verificato al culmine della crisi del ciclo egemonico dominato dalla Gran Bretagna, nel periodo tra le due guerre mondiali. Non a caso gli ideologi del liberalismo finiscono spesso per evidenziare i presunti tratti comuni delle tre ipotesi populiste allora sulla scena, tra di loro in realtà alternative: quella bolscevica, quella fascista, e quella del New Deal (i cui progetti di piena occupazione sono considerati da molti economisti ed opinionisti mainstream come l’anticamera del totalitarismo).

E, dalla parte opposta della barricata, Karl Polanyi ha identificato in bolscevismo, riformismo roosveltiano e fascismo, altrettanti “contro-movimenti” di difesa della società dall’imperversare estremo delle logiche di mercato. Se negli anni ’30 a crollare erano state le istituzioni dell’imperialismo liberoscambista inglese e del gold standard, oggi la crisi sta spazzando via le istituzioni della governance neo-liberale. Una “costituzionalizzazione senza Stato”, poggiante su di un senso comune da “fine della storia” e fatta camminare sulle gambe di organismi multi-livello – enti finanziari sovranazionali, Stati-nazione de-costituzionalizzati, Ong – ognuno incaricato di “risolvere problemi” da un punto di vista tecnico, interrompendo la dialettica tra conflitto sociale e democrazia elettorale.

Sistemi bipartitici, grandi coalizioni e governi tecnici si sono avvicendati, alle varie latitudini, ubbidendo ad un’ideologia comune. Il “centrismo radicale”, di cui parla Anthony Giddens, ha consistito nel gestire e metabolizzare tutte le spinte, comprese quelle provenienti anche dalle ali estreme, purché fossero compatibili con – e per certi versi funzionali al – pieno dispiegarsi del profitto. Si pensi a come sono state messe a valore negli ultimi vent’anni, ancorché contraddittoriamente, alcune delle istanze classiche dell’ambientalismo politico.

In questo contesto, la sinistra ha oscillato tra un posizionamento radicale ma interno al recinto della governance, che le ha permesso di riportare importanti successi nell’ambito dei diritti civili, e la difesa di interessi sociali delle fasce subalterne in chiave tuttavia residuale, in assenza cioè dell’individuazione di un nuovo blocco sociale attraverso il quale dar corpo alle rivendicazioni. Oggi le classi medie, intese come categoria tutta politica, cioè come quei blocchi sociali che attraverso il loro consenso fanno sì che le istituzioni poggino su basi egemoniche e non meramente coercitive, sono state frantumate dalla crisi. I movimenti populisti si fanno portatori di progetti di ricomposizione fortemente alternativi l’uno all’altro.

Emergono allo stesso tempo leadership forti, proprio in risposta all’estrema frammentazione del corpo sociale: l’esperienza latinoamericana ci insegna che ad avvantaggiarsene dovrebbero essere le forze democratiche capaci di individuare nella costruzione della leadership un primo passo sulla via dell’unità popolare, mentre le forze dell’establishment possono contare sulle proprie corporation, mezzi di comunicazione, chiese, partiti patrimonialisti per articolare i propri disegni egemonici.

Intraprendere la via populista significa dunque scendere sul terreno di battaglia imposto dalla crisi, per configurare un nuovo blocco sociale popolare e disegnare le istituzioni di domani in senso democratico e inclusivo. Arroccarsi nelle istituzioni esistenti continuando a riproporre le ricette del passato significa consegnare le chiavi del processo costituente in atto alle Le Pen, agli Orban, ai Trump.

Pubblicato su il manifesto del 25/1/2017

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