3 sospetti per la disfatta del Labour

Il risultato disastroso delle elezioni britanniche, con il Labour Party che perde 59 seggi, e i Conservatori con una maggioranza di più di 40 seggi, pone pesanti interrogativi a coloro che speravano che la proposta socialista di Corbyn facesse infine breccia. E che fornisse un modello alle forze di sinistra in altri paesi che cercano faticosamente di trovare una risposta alla crisi e all’avanzata della destra populista. Al contrario delle speranze dei giovani attivisti, le elezioni di questo dicembre 2019 sono purtroppo destinate a entrare nel lungo annale delle disfatte della sinistra dagli anni ’70 ai giorni nostri. Se si vuole correggere la rotta è fondamentale capire perché il partito laburista non è riuscito a conquistare il governo del paese.

Perché Corbyn ha perso, nonostante il forte sostegno di una nuova generazione di attivisti? Come mai il Labour non è riuscito capitalizzare lo scontento di ampie fasce della popolazione prodotto da livelli enormi di diseguaglianza economica? Che ruolo ha avuto la Brexit? E la sconfitta del Labour deriva da un programma troppo radicale per il senso commune dell’opinione pubblica inglese o dalla leadership appannata di Jeremy Corbyn?

Fermo immagine del primo dibattito televisivo tra Johnson and Corbyn su ITV

Negli ultimi giorni sui media e in rete circolano le teorie più disparate rispetto alle ragioni per la pesante sconfitta di Corbyn e del Labour. I motivi che vengono citati sono fondamentalmente tre: la Brexit e il modo in cui avrebbe favorito i conservatori; la leadership debole di Corbyn; e il programma reputato troppo radicale o ambizioso. Ma quali di questi fattori sono effettivamente responsabili per la disfatta?

Se tutti questi “sospetti” hanno giocato un ruolo in questo Cluedo politico, lo hanno fatto in maniera decrescente in ordine di apparizione. La posizione ondivaga sulla Brexit e la proposta di un secondo referendum deciso al congresso del 2018 è stato un forte elemento di debolezza per i laburisti. Questa posizione è costata al Labour molti voti nel nord operaio dell’Inghilterra sua tradizionale roccaforte dove ha perso decine di seggi. Ma non c’è dubbio che anche la debolezza della leadership di Corbyn abbia giocato un ruolo importante.

Amatissimo dalla parte radicale del Labour e dai giovani millennial, Corbyn si è rivelato un leader con scarso appeal nell’elettorato; sia per limiti di carisma, che per il logoramento generato da una lunga campagna di demonizzazione nei media mainstream. Quanto al programma, non è vero che come sostenuto dalla stampa liberal, il Labour abbia pagato l’eccessiva radicalità delle sue proposte, e che sia venuto il momento di tornare al centrismo blairiano. In realtà molte delle “policies” proposte dal Labour in questa campagna, hanno sostegno maggioritario nella popolazione. Eppure queste preferenze non si sono tradotte in voti perché la campagna del Labour ha faticato a condensare queste differenti proposte programmatiche in un messaggio unificante e convincente.

Insomma, come ogni sconfitta anche questa ha ragioni molteplici e non ha senso ridurre tutto a una causa univoca. Ma dietro la molteplicità di cause si avverte la presenza di un problema strutturale comune: la difficoltà di costruire un progetto socialista ed emancipatore con ampio sostegno elettorale in quest’era post-neoliberista, in cui a trionfare in molte parti del mondo è piuttosto il populismo di destra di Trump, Salvini e Johnson. Per questo motivo la sconfitta di Corbyn ci riguarda da vicino. E ci invita a ripensare strategia e tattica in quest’era di crisi senza fine.

1. Brexit: no e si, si e no

La posizione del Labour sulla Brexit è il primo imputato sul banco di accusa. E questo è per ragioni oggettive. La perdita di decine di seggi nel Nord dell’Inghilterra nel cosiddetto “muro rosso” – l’equivalente inglese delle nostre regioni rosse – è chiaramente legato al cambiamento di posizione del Labour sulla Brexit. I seggi che sono stati persi nel Nord dell’Inghilterra sono del resto tutti in collegi in cui il voto Leave (abbandono) aveva vinto con ampia maggioranza. Come sostenuto dal deputato Ian Lavery di Wansbeck nel nord-est dell’Inghilterra la sconfitta in questi collegi è dovuta alla delusione degli elettori del Nord che si sentono traditi dal Labour sulla Brexit. “L’unica cosa che è cambiata dal 2017 è che nel 2017 eravamo per rispettare i risultati del referendum mentre adesso chiedevamo un secondo referendum. Questo viene percepito come un insulto alla democrazia”.

Certo, è facile con il senno di poi sostenere che se solo il Labour avesse accettato la Brexit non avrebbe perso. Alcuni notano che se lo avesse fatto avrebbe perso seggi a maggioranza Remain e quindi poco sarebbe cambiato. Quello che è certo è che la Brexit ha costretto il Labour in una posizione scomoda che ha spezzato in due il suo tradizionale blocco sociale fondato su un’alleanza classe media urbana delle grandi città e classe operaia del Nord del paese. La maggioranza dell’elettorato del Labour votò a favore del del Remain, ma con una forte componente di voto Leave (60% contro 40%). Inoltre il Labour controllava sia seggi fortemente pro-Remain (come Lambeth, Streatham e Hackney a Londra), e seggi fortemente pro-Leave, specie nel nord dell’Inghilterra (come Stoke-on-Trent e Doncaster), tra cui quelli che ha perso in queste elezioni. La Brexit ha messo a nudo tali contraddizioni, costringendo la leadership del partito laburista a acrobazie retoriche e programmatiche pur di tenere assieme la baracca.

Mappa elettorale della Gran Bretagna nel 2017 e 2019. È visibile la perdita di molti seggi nel nord del paese.

Inizialmente una posizione di compromesso piuttosto efficace era stata trovata nella cosidetta “soft Brexit”. Il Labour in questo modo accettava la scelta presa dai britannici nel referendum, ma al contempo proponeva di rimanere nel mercato unico, come mezzo per sopire la propria ala Remain. Questa era la posizione sostenuta in parlamento dal Labour all’inizio del negoziato di Theresa May con l’Unione Europea, e dopo il voto del 2017.

Tuttavia sotto pressione delle grandi manifestazioni dei Remainers, della parte europeista del partito, e della parte europeista del partito capeggiata da deputati londinesi come Keir Starmer e Emily Thornberry, ma anche per andare incontro ai giovani militanti di Momentum in maggioranza pro-Remain, Corbyn è stato costretto a aprire alla possibilità di un secondo referendum (il considetto People’s Vote o Final Say). Tale posizione è stata suggellata dal voto dei delegati al congresso del Labour del settembre 2018. Da quel momento in poi, la posizione del Labour sulla Brexit è diventato una sorta di algoritmo con una serie di clausole e un messaggio molto difficile da comunicare rispetto alla “Hard Brexit” voluta dai Tory

Il problema del posizionamento del Labour sulla Brexit risale al congresso del partito nel settembre 2018 quando i delegati votarono a maggioranza per chiedere un secondo referendum con l’opzione di rimanere nell’Unione Europea o uscire con un accordo chiaro. Nel periodo successivo al congresso del partito e previo alle elezioni europee del maggio 2019, questa proposta veniva presentata come seconda opzione da Corbyn, che continuava a dirsi disponibile alle trattative per concordare una Brexit soffice con la May. Però quell’accordo che avrebbe potuto scongiurare le elezioni europee in cui il Labour venne massacrato non è mai arrivato. Un accordo di soft Brexit era l’unico modo in cui Labour poteva chiudere la faccenda in maniera pragmatica e cominciare a concentrarsi su altro. Invece così si è riusciti nel capolavoro di prolungare per quasi 4 anni il clima da Brexit tutto a vantaggio dei conservatori.

Dopo la batosta rimediata alle elezioni europee dove il Labour prese appena il 13,6%, il Labour si è ulteriormente affossato sulla questione Brexit. Con l’ascesa di Boris Johnson come nuovo primo ministro e il rischio di una Brexit senza accordo, la proposta di un secondo referendum è infine diventato l’opzione principale sostenuta dal Labour in parlamento e poi nella campagna elettorale. Il Labour prometteva agli elettori che una volta eletto e entrato in carica avrebbe siglato un nuovo accordo con le autorità europee. A quel punto si sarebbe indetto un referendum in cui gli elettori avrebbero avuto due opzioni: o un nuovo accordo di uscita probabilmente soft (rimanere nel mercato unico); o rimanere nell’Unione Europea. Una proposta arzigogolata, rispetto allo slogan senza mezzi termini scelto dai Conservatori: Get Brexit Done!

The final say on Brexit: la proposta programmatica del Labour sulla Brexit

Più volte i leader Labour sono stati ridicolizzati sui media quando gli veniva chiesto di spiegare il funzionamento di questo secondo referendum e che posizione avrebbero preso nel secondo referendum, raggiungendo punte di vero e proprio surrealismo quando questi messi sotto pressione rispondevano che non avrebbero fatto campagna né per un’opzione né per l’altra, lasciando che fossero gli elettori a decidere. E lo stesso imbarazzo è stato vissuto agli attivisti locali nelle loro conversazioni casa per casa dove la confusione sulla Brexit è stato un elemento determinante.

La debolezza della proposta del Labour sulla Brexit, non stava solo nel tenere aperta l’opzione Remain nonostante i risultati del referendum del giugno 2016, generando così malumore nel proprio elettorato anti-europeista. Stava anche nel fatto di procrastinare di fatto una decisione, in una fase in cui i cittadini inglesi soffrono di stanchezza da Brexit e sono desiderosi di chiudere questa fase. Johnson ha avuto vita facile rispetto agli avversari perché poteva rivendicare di avere un accordo già controfirmato dall’Unione Europea che avrebbe potuto far approvare dal parlamento se solo si fosse eliminato “il blocco”, dovuto alla mancanza di una maggioranza nella Camera dei Comuni.

Con il senno di poi possiamo dire che la Brexit si è dimostrata una gallina dalle uova d’oro per la destra inglese, permettendole di dividere il voto Labour e generare conflitti interni nel partito avversario, costringendo Corbyn in un vicolo cieco. La pressione dell’ala liberal del partito e dei Blairiani che chiedevano insistentemente un secondo referendum ha spinto Corbyn su un crinale pericoloso in cui non poteva che finire con il suo elettorato spaccato in due. Rimane il fatto che il Labour stando sulla staccionata sperando che i Tory sarebbero stati consumati dal conflitto interno, si è trovato invece costretto a giocare di rimessa fino a essere messo fuori gioco.

2. Corbyn, un leader logorato

La seconda ragione che molti analisti vedono alla radice della disfatta Labour è la debolezza della leadership di Jeremy Corbyn. Questo “sospetto” ha sicuramente molti indizi a carico, vista l’impopolarità di Corbyn nell’elettorato. Ma bisogna pure capire in che senso e perché Corbyn è divenuto così impopolare. L’elezione di Corbyn come leader del Labour nel 2015 ha acceso gli entusiasmi di una nuova generazione di attivisti, molti di loro provenienti dalle lotte studentesche, da Occupy Wall Street, dai movimenti contro l’austerità e il cambiamento climatico. L’ascesa al potere di un personaggio con un passato da militante sempre coerente e sempre critico rispetto alla deriva neoliberista del partito gli è valso un’aura simile a quella di Bernie Sanders negli Stati Uniti.

Fare ricadere su Corbyn le colpe di questa sconfitta così come vuole in particolare l’ala blairiana del partito è ingiusto oltre che ingrato. La leadership di Corbyn è riuscita a rivitalizzare il Labour Party, cresciuto da 180.000 a più di 500.000 iscritti in pochi anni e a creare un’organizzazione come Momentum che si è dimostrata molto efficace nella mobilitazione in rete e sul territorio. Inoltre le elezioni del 2017, in cui il Labour guadagnò 28 seggi privando i Tory della maggioranza, hanno dimostrato l’attratività di una proposta socialista come quella capeggiata dal deputato di Islington North. Tuttavia bisogna fare i conti con il fatto che specie in queste elezioni Corbyn si è rivelato un candidato impopolare per larghe fasce dell’elettorato.

Secondo l’impresa di sondaggi YouGov, la popolarità di Corbyn durante la campagna era di appena il 22% dell’elettorato rispetto al 38% di Boris Johnson. Tuttavia non era così poco tempo fa. Nel giugno 2017 a seguito delle elezioni la popolarità di Corbyn veniva data al 46% nella sua punta più alta. A giocare contro Corbyn è stata sicuramente la campagna martellante di attacchi da parte dei media mainstream, ampiamente controllati dalla destra britannica. Oltre al Daily Telegraph (soprannominato Torygraph) e agli attacchi rancidi del Daily Mail (un equivalente del nostro Libero), si è sommata l’ostilità della stampa liberale, tra cui il Guardian, e soprattutto della BBC, che in queste elezioni ha svelato in più occasioni ha operato in maniera favorevole all’agenda dei conservatori.

Il crollo di popolarità di Corbyn dal 2017 a oggi. (grafico di Paul Whiteley e Harold D. Clark su The Conversation)

Le accuse continue di anti-semitismo contro Corbyn e il Labour sono servite a demoralizzare gli attivisti del Labour e a demonizzare il partito. Il tutto sulla base di dichiarazioni censurabili fatte da pochi membri del partito, però prontamente sospesi o espulsi, o sulla base di tweet scritti da simpatizzanti cospirazionisti. Durante la campagna elettorale, dopo questa ondata di diffamazione contro il Labour si è arrivati alla dichiarazione del rabbino capo Ephraim Mirvis sulle pagine del Times che paventava rischi per la comunità ebraica in caso di una vittoria del Labour.

Se ovviamente ogni forma di antisemitismo è inaccettabile e da censurare nel modo più severo, è evidente che in questa occasione, tale accusa è stata usata in maniera strumentale per demonizzare il progetto socialista di Corbyn. A causa di questi continui attacchi l’immagine pubblica di Corbyn si è velocemente logorata in un periodo segnato da forte instabilità del quadro politico con tre leader che si sono passati il testimone nei Tory (David Cameron, Theresa May e infine Boris Johnson).

A questo velenoso attacco mediatico, si aggiungono le debolezze di Corbyn stesso. Spesso opaco nelle performance pubbliche e in televisione, e incapace di trasmettere l’immagine di una persona capace di imporre la propria visione, Corbyn è stato ricacciato nello stereotipo del militante estremista voluto dalla destra. Corbyn come il militante di carriera con il cappello maoista, il vegetariano, astemio e cosmopolita di Islington che si fa le marmellate in casa, e non ha contezza delle condizioni di vita della classe operaia, e dei “left behind” (letteralmente i “lasciati indietro”) portati alla ribalata dalla Brexit. Corbyn il radicale che in passato ha condiviso il palco con movimenti come Hezbollah, Hamas, e ha sostenuto Chavez e altri leader populisti latino-americani e che si rifiuterebbe di schiacciare il pulsante atomico in caso di guerra. Un politico che si preoccupa più della politica internazionale che del suo stesso paese e che si trova in imbarazzo quando è il momento di cantare l’inno nazionale.

Si tratta evidentemente di accuse ingiuste di fronte a una persona nota per la sua dedizione ai problemi dei lavoratori e delle classi popolari in oltre 40 anni di attività politica. Ma ciò che conta è che l’assalto dei media mainstream contro Corbyn ha raggiunto il suo scopo, anche in parte a causa dell’incapacità di Corbyn di rispondere in maniera adeguata alla pressione. Corbyn non è riuscito a scrollarsi di dosso la figura di militante di sinistra, percepito come degno di fiducia (come dimostrano del resto i sondaggi) ma non degno di prendere il potere e reggere le sorti del paese.

Purtroppo passerà alla storia come un nuovo Michael Foot, il leader di sinistra del Labour tra il 1980 e il 1983 che fu pesantemente sconfitto dai Tory della Thatcher. Corbyn ha sicuramente il merito di essere riuscito a rivitalizzare il Labour e a evitare che finisse come il PASOK, il partito socialista francese, la SPD o altri partiti storici della social-democrazia europea ridotti al lumicino. Ma non è riuscito a fare breccia nella maggioranza dell’elettorato e a conquistare il governo. Le speranze di vittoria del corbynismo sono andate in fumo e invece di fornire un precedente positivo per altri movimenti di sinistra post-crisi, il caso del Labour di Corbyn fornisce un altro precedente negativo oltre a quello della Syriza di Tsipras che pure al governo quantomeno ci è andata.

3. Incontinenza programmatica

Veniamo infine al programma, l’ultimo dei sospetti. Questo è, non a caso, il punto su cui si sono concentrate le critiche di molti analisti liberal, specie nei media mainstream sia in Gran Bretagna che in altri paesi siano prive di consenso e nella fazione blairiana del partito laburista. Secondo queste figure, la sconfitta del Labour deriva dal fatto che il programma era troppo radicale e troppo socialista. Questa è anche l’idea sostenuta pedissequamente da Repubblica e Corriere per ovvi motivi ideologici. La soluzione consisterebbe quindi in un ritorno alla moderazione, in un nuovo approdo al “pragmatismo” e al centrismo dell’era del New Labour di Tony Blair.

Questa tesi è tuttavia ingiustificata se si analizzano le preferenze dei cittadini che emergono dai sondaggi di opinione. Non è vero che l’elettorato non è pronto per un programma socialista come quello presentato da Corbyn. In realtà diversi sondaggi dimostrano che c’è appetito per proposte di stampo socialista. Piuttosto il problema è che tale programma non è stato accompagnato da una narrazione efficace e semplificata, e una lista di poche priorità, che potesse reggere il confronto con il banale ma efficacissimo “Get Brexit Done” (completiamo la Brexit) dei Tory. 

Sostegno a nazionalizzazione di servizi essenziali. il 66% dei britannici sono favorevoli alla nazionalizzazione delle ferrovie (fonte YouGov)

Molte delle proposte fatte dal Labour e contenute nel manifesto “It’s time for real change” hanno fatto breccia nell’elettorato. E forse Corbyn non ha tutti i torti a dire che quantomeno il Labour ha vinto la battaglia sulle proposte politiche per quanto abbia perso quella ben più importante dei voti.

Rispetto agli anni prima della crisi il senso comune della popolazione su questioni di politica economica – politiche redistributive, nazionalizzazioni e aumento di tasse per i ricchi – come quelle contenute nel programma dei laburisti è fortemente cambiato in Gran Bretagna come negli Stati Uniti. Non siamo più negli anni del neoliberismo e del dogma del libero mercato come pensiero unico incontrastato. Questo è un fatto importante da tenere in conto. Esemplare è il caso della nazionalizzazione delle ferrovie. Secondo un sondaggio di YouGov il 60% dei britannici è a favore della nazionalizzazione e tra questi figura anche una maggioranza degli elettori Tory.

il 62% dei britannici è a favore di broadband gratuito per tutti (fonte: YouGov)

Anche la proposta di internet a alta velocità pubblico e gratuito fatta durante la campagna e subito ridicolizzato dalla BBC come “comunismo broadband”, si è dimostrato popolare. Secondo un altro sondaggio di YouGov condotto lo scorso novembre, il 62% dei britannici era a favore. Lo stesso vale per le proposte del Labour sulla NHS, tema su cui il partito di Corbyn ha cercato di concentrare l’attenzione dell’elettorato, togliendo così alla Brexit, la posizione di questione chiave della campagna. L’elettorato britannico è fortemente a favore del mantenimento di un sistema pubblico e contrario a privatizzazioni e al rischio di apertura del servizio sanitario nazionale alle multinazionali americane. Perché allora di fronte a proposte così popolari il Labour non è riuscito a guadagnare il sostegno dell’elettorato?

I motivi sono fondamentalmente due. Da un lato, come sostenuto dal Guardian, il Labour sembra avere sofferto in questa campagna di una certa “incontinenza programmatica” con troppi annunci di nuove proposte programmatiche fatte durante la campagna elettorale che hanno finito per confondere gli elettori. Il problema non era che non aveva un programma. Il problema era che aveva troppi punti in programma, e che durante la campagna ha fatto ripetutamente annunci di nuove proposte programmatiche senza riuscire a focalizzare l’attenzione su una questione specifica. Da altro canto, la proposta di una “Green Industrial Revolution (rivoluzione industriale verde), l’equivalente britannico del Green New Deal proposte negli USA da Alexandria Ocasio-Cortez, non è stata sufficientemente valorizzata.

Il Labour non è riuscito a rendere la proposta di una rivoluzione attraente una proposta attraente per la sua base operaia si è trovato nel Nord de-industrializzato della Gran Bretagna. Avrebbe dovuto sottolineare in maniera più forte le ricadute in termini di impiego per la manifattura e per la classe operaia. Ma non è riuscito a far passare questo messaggio. Insomma, non si è riusciti a saldare in maniera efficace nella comunicazione del partito, la questione ecologica e la questione sociale. Una saldatura programmatica e retorica che rimane centrale per trovare una risposta politicamente efficace al cambiamento climatico, che possa trovare sostegno nelle classi popolari.

Nel complesso il partito non è riuscito a trovare una narrazione efficace alla sua proposta programmatica, una visione organica di una futura Gran Bretagna sotto la guida Labour, che potesse risaldare il suo blocco sociale di classe operaia e classe media. Questa debolezza narrativa è ben condensata nello slogan scelto dal Labour “time for Real Change” (il tempo del vero cambiamento), rispetto al più incisivo “for the many not the few” (per i molti non per i pochi) della campagna 2017. In qualche modo il Labour ha ripetuto la stessa campagna del 2017, e rimesso in campo simili proposte, senza considerare tuttavia che si trovava in condizioni di maggiore debolezza a causa delle sue posizioni sulla Brexit e il logoramento mediatico della leadership di Corbyn. Non ha funzionato.

4. Il Labour dopo Corbyn

Corbyn e John McDonnell suo alleato e vice nel governo ombra

Che cosa ci dice quindi questa sconfitta elettorale del Labour e cosa suggerisce rispetto alla strategia della nuova sinistra post-2008? È evidente che la debacle del Labour costringe a una riflessione sui limiti del Corbynismo, e in senso più generale sull’ondata “socialista democratica” o il “socialismo dei millennial” incarnato in Gran Bretagna da Corbyn e negli Stati Uniti da Bernie Sanders.

Questa ondata è stata la risposta a livello politico ai nuovi movimenti popolari anti-austerità. Ha saldato una generazione anziana di militanti senza macchia, con una nuova generazione di millennial politicizzati dalla crisi. Tuttavia il nuovo “socialismo millennial”, termine usato per esprimere il forte sostegno di cui gode tra i più giovani pur avendo una leadership anziana, ha dimostrato di avere piedi di argilla. Da un lato la piramide demografica non favorisce certo quest’opzione visto il sostegno iper-maggioritario della destra da parte degli anziani che temono di perderci dalle politiche redistributive proposte dai neo-socialisti e la minore affluenza al voto dei più giovani rispetto agli anziani.

Dall’altro lato bisogna fare i conti con il fatto che il senso comune della popolazione e dell’opinione pubblica rimane, a dispetto del sostegno maggioritario per politiche di stampo socialista, molto sospettoso rispetto alla proposta delle forze di sinistra, vista ancora da molti come avventurista e irrealizzabile. Infine, è evidente che anche nella sua formulazione socialista, la nuova sinistra ha seri problemi a colmare il divario sociale e culturale che si è aperto tra popolazione urbana e popolazione nelle aree periferiche e che si è approfondita a causa della crisi. Questi problemi rimangono come macigni sul cammino verso un’alternativa socialista con sostegno popolare in Gran Bretagna come in altri paesi.

Starà alla nuova leadership, che sarà probabilmente trovata in una figura legata al Nord dell’Inghilterra, come la Corbynista Rebecca Long-Bailey, o la europeista Emily Thornberry, trovare una soluzione a questi dilemmi. Nonostante tutti i partiti abbiano rappresentato questa elezione, come un’elezione decisiva, e una chiusura definitiva della partita Brexit è evidente che la crisi organica è tutt’altro che conclusa. Anche perché dopo la Brexit si potrebbe aprire nuovamente la partita della secessione della Scozia dal Regno Unito.

Il Labour deve ripartire dai suoi punti di forza e in particolare dall’evidente popolarità di proposte di stampo socialista e la presenza di una forte base di militanti. Con queste armi dovrà riuscire a convincere la classe operaia del nord del paese – tradizionale base di sostegno del partito – che ha solo da guadagnarci da un cambiamento reale dell’economia e della società britannica. E che il Labour non è solo un partito con le idee giuste per migliorare la vita dei cittadini, ma anche con la forza per portare a compimento le proprie promesse resistendo agli attacchi dei suoi tanti nemici e facendosi strada in un senso comune popolare che seppur conscio dello stato deplorevole dell’economia finanziarizzata, rimane ancora sospettoso rispetto alla possibilità di un cambiamento in senso socialista.