Tutto ciò che succede in Francia è deciso prima a Bruxelles

Sophie Rauszer è collaboratrice parlamentare al gruppo del GUE del Parlamento europeo, è stata responsabile del capitolo Europa di l’Avenir en Commun, il programma della France insoumise. L’abbiamo intervistata sulla strategia del movimento per le elezioni europee. 

Le Vent Se Lève – il tasso di partecipazione alle elezioni europee è passato dal 61% nel 1979 al 42% alle consultazioni del 2014. Come pensa la FI di mobilitare le persone nel 2019?

R: Credo ci sia una crescente consapevolezza, soprattutto a sinistra, del ruolo predominante che la UE gioca nella politiche neoliberali nazionali. La France Insoumise deve accompagnare tale presa di coscienza, mostrare che le europee sono l’occasione per punire le politiche di Macron. Tutto ciò che accade in Francia è in prima istanza deciso a Bruxelles. La politica europea condiziona quella nazionale. In particolare a partire dal processo che è chiamato “semestre europeo”, per cui il bilancio nazionale deve essere approvato prima di tutto a livello comunitario. L’innalzamento dell’IVA con Hollande faceva parte delle “raccomandazioni” della Commissione alla Francia. E lo stesso dicasi per la riforma del diritto del lavoro. Quando leggo le ultime bozze della proposta regressiva dell’aiuto alla disoccupazione, dobbiamo preoccuparcene. Se non facciano nulla è solo l’inizio del “presidente dei ricchi’

Per vincere le elezioni europee dobbiamo prima di tutto convincere coloro che ci hanno dato fiducia nel 2017 a tornare alle urne. Mentre ero candidata alle legislative [Ndlr, a giugno 2018, poco dopo le presidenziali] ho potuto constatare che la gente aveva delle reali aspettative in merito al tema della UE. Poi ci sono i delusi del macronismo, in particolare chi è legato alla democrazia parlamentare. 

Ciò che dobbiamo porre come priorità è che possiamo vincere delle battaglie europee. Vinciamo ogni volta che riusciamo a fare entrare una lotta nell’emiciclo. Troppe cose accadono nell’ombra. Troppe questioni sono nascoste sotto una veste di tecnicismi. Il caso della nostra vittoria per la proibizione della pesca elettrica è esemplificativo. Dei tecnici avevano illustrato agli eurodeputati quanto tale pratica fosse moderna, efficace e ecologica. Ma essi erano olandesi o molto vicini ai gruppi di pressione olandesi, e tale è l’estrazione dei primi investitori in questa tecnica barbara e disumana. A volte basta una scintilla. Younous Omarjee, il nostro deputato aderente alla France Insoumise, ha colto la sfida, sostenuto da ONG come Bloom. Per la grande coalizione è diventato impossibile fare il loro “business as usual” lasciando a margine i piccoli pescatori a farsi fare concorrenza con questa tecnica.

LVSL – questo è un esempio concreto, ma il parlamento europeo ha dei poteri limitati. Qual è per FI l’utilità di eleggere un delegazione numerosa in esso?

R: Effettivamente l’europarlamento non ha tutti i poteri che auspicheremmo avesse, iniziando con il diritto di iniziativa legislativa. È una delle questioni che porteremo nella campagna per le europee. Il parlamento europeo deve poter proporre delle leggi, come accade in ogni democrazia. D’altra parte più la nostra delegazione sarà di peso più potremo cambiare i rapporti di forza, avremo più dossier, più tempo per gli interventi in aula e maggiore possibilità per illustrare le nostre proposte così come fanno i nostri deputati al parlamento francese. Il programma L’Avenir en Commun ci dà una cornice comune. Naturalmente bisogna ancora declinarlo  per una dimensione specificatamente europea, facendo sintesi fra obiettivi, proposte realizzabili in tempi brevi e rapporti di forza globali. Ci stiamo già lavorando e abbiamo ricevuto numerosi contributi da parte di di iscritti sulla nostra piattaforma web.

LVSL – Lei ha dichiarato che Macron sarebbe “più realista del re” in tema di Europa. Cosa intendeva? I media presentano il Presidente della Repubblica come un grande riformatore dell’Unione…

R: è una peculiarità francese. I media stranieri non sono così ossequiosi verso di lui. È solo comunicazione, cosa avrebbe raggiunto a livello europeo concretamente? Da un anno segue alla lettera i principi ordoliberali europei: riforma del mercato del lavoro, liberalizzazione delle ferrovie,  tagli ulteriori al pubblico impiego e alla fine il CETA. A livello comunitario c’è una successione di insuccessi e arretramenti. Su liste elettorali transnazionali, glifosato, Aquarius o il bilancio dell’Unione non ha ottenuto nulla.

Il suo progetto del resto ha nulla a che fare con l’Europa come la intendiamo noi: rappresenta l’Europa dei trattati, quella della “concorrenza libera e non falsata”. Se fosse davvero la solidarietà che motiva Macron saremmo stati i primi ad accogliere la Aquarius. Invece il governo si è reso ridicolo accampando spiegazioni geografiche per non assumersi le sue responsabilità. È la Spagna che ha accolto i migranti, evitando una nuova catastrofe in mare. E nemmeno pare interessato alla famosa “Europa sociale” se no perché avrebbe attaccato la sola proposta di armonizzazione al rialzo e cioè il congedo parentale. E se fosse davvero la democrazia europea a preoccuparlo, perché non abbiamo potuto votare sul CETA in un referendum? Il vero volto della “sovranità europea ” che lui difende consiste, così come sul piano nazionale, nell’imbavagliare sempre la voce dei cittadini. Il suo miglior alleato al Parlamento europeo, il belga Guy Verhofsdadt, vuole privare i parlamenti nazionali del voto sugli accordi internazionali commerciali in nome di tale “sovranità europea”.

LVSL – Le vostre posizioni non sembrano molto lontane da quelle di Benoît Hamon, di Yanis Varoufakis e della loro “Primavera europea”, non è così?

Tra di noi c’è una contrapposizione fondamentale. Noi abbiamo preso coscienza del fatto che, se non modifichiamo i trattati (“trattati costanti”, nel senso di immutati, è uno slogan della campagna europea di “Printemps européen”, ndt), non possiamo mettere in pratica il nostro programma. Noi non vogliamo mettere assieme delle misurate tanto per fare, racimolando pezzi qua e là, “un’Europa Sociale” invocata ma introvabile. La disobbedienza ai trattati è dunque il punto di partenza di qualsiasi progetto di rottura con questa UE. Bisogna considerare questo punto come un rapporto di forza nella negoziazione europea. È vietato disobbedire ai trattati? Eppure nessuno ha imposto sanzioni alla Germania della Merkel per gli avanzi commerciali fatti in barba alle regole europee e sulle spalle dei popoli europei. Proporre un programma di emancipazione senza avere l’ambizione di cambiare i trattati non potrà che rivelarsi un pio desiderio. È per questo che abbiamo messo in piedi la strategia del Piano A e Piano B. Il Piano A è quello di proporre all’insieme dei paesi dell’UE la rinegoziazione dei trattati per fare in modo che questi siano compatibili con il programma che noi – e altri in Europa – desideriamo mettere in campo. Con il Piano B, invece, prevediamo l’eventuale fallimento di una parte di questi negoziati e, in quest’eventualità, tutto quello che l’Unione dovesse rifiutare, noi lo metteremo in pratica con i paesi che manifesteranno la loro volontà in tal senso, disobbedendo ai trattati. L’intelligenza strategica di questo Piano B sta nel fatto che, mettendo pressione ai paesi reticenti, permette al Piano A di avere maggiori possibilità di riuscita!

Smettiamola con le “letterine a Babbo Natale”. Come chiamare altrimenti la rivendicazione, fatta da Hamon e Varoufakis, di un parlamento della zona euro o magari di una giornata lavorativa di 35 ore quando la direttiva attuale la fissa in 48 ore? Non hanno capito che, dentro la cornice dei trattati, tutto quello che la Germania potrà accettare si farà in cambio di un  maggiore controllo sulla spesa e sarà dunque inutile, come ha ben descritto Frédéric Lordon. 

Questo è esattamente quello che è successo questo martedì (della scorsa settimana n.d.t.). La cancelliera tedesca accetta un risicato bilancio comune della zona euro – finanziato molto debolmente – in cambio dell’applicazione letterale delle politiche di austerità attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità. È necessario ripartire da nuove cooperazioni [tra stati, ndt] e non avere come unico intelocutore la Germania. Se vogliamo fare delle vere politiche sociali transanazionali, dobbiamo rivolgerci ad altri paesi, paesi che abbiano tradizioni politiche e soprattutto economiche più vicine a quella della Francia.

LVSL – “La France Insoumise” viene regolarmente attaccata riguardo alla sua indulgenza nei confronti della Russia. Recentemente, un vostro eurodeputato si è astenuto su una risoluzione che chiedeva la liberazione di alcuni prigionieri politici in Russia. Qual’è la vostra posizione nel parlamento europeo rispetto a questi problemi?

Chiaramente noi sosteniamo la liberazione dei prigionieri politici, come Oleg Sentsov, in Russia. Noi non abbiamo votato contro il testo di cui parlate con questa motivazione. Il nostro candidato di sinistra in Russia, lui stesso è stato incarcerato a causa di Putin. Noi ci siamo astenuti perché questa risoluzione era soprattutto l’occasione per prolungare le sanzioni economiche contro la Russia, che penalizzano in primo luogo la nostra stessa economia e instaurano in Europa un clima vendicativo che non è affatto sano. Perché c’è anche una questione di geopolitica globale. Il Parlamento Europeo, attualmente, è il “due pesi e due misure” della geopolitica. Invece di partecipare al tentativo di attenuazione dei conflitti, contribuisce a quest’ultimi. Durante la scorsa legislatura, ci sono stati non meno di novantatré testi contro la Russia – più di una risoluzione ad ogni assemblea plenaria – che sono stati messi al voto, contro quattro rivolti all’Arabia Saudita, per esempio. Per quanto riguarda la politica del nuovo presidente americano? Nulla da dichiarare… I rari rapporti sugli USA non riguardano mai la politica – né la “guerra dell’acciaio” (la guerra commerciale degli USA sull’acciaio, ndt) – ma elementi puramente tecnici e aprioristici, di rinforzo alle nostre relazioni.

LVSL – Non avete l’impressione di sviluppare una visione caricaturale dei rapporti con gli Stati Uniti?

Come ha detto Jean-Luc Mélenchon, smetterò di praticare l’anti-imperialismo semplicistico quando gli Stati Uniti d’America passeranno a un imperialismo più complesso! L’Unione Europea cerca sistematicamente di avvicinarsi agli USA, a dispetto di quel suo desiderio di autonomia politica e strategica che sostiene di promuovere altrove. Tutto porta a credere che l’umiliazione esemplare dello scorso G7 non sarà stata sufficiente. L’espressione massima di questo doppio ragionamento si trova nel progetto europeo di Unione della Difesa. Quest’ultimo prevede di legare le nostre mani alla NATO, l’unificazione delle risorse con l’organizzazione transatlantica, un appello al “rafforzamento della fiducia reciproca” e persino la condivisione della nostra intelligence strategica con Trump!

È davvero tacciabile di anti-americanismo superficiale il criticare questo stato di cose, quando è stato rivelato che l’NSA (l’agenzia di di sicurezza informatica del governo americano, ndt) ci spiava su larga scala (attraverso i servizi segreti tedeschi)? Oltre a tutto ciò, l’obiettivo che viene spesso attribuito a quest’Unione della difesa è quello di promuovere una “industria europea competitiva”. Se questo fosse il caso, l’UE avrebbe almeno il dovere di acquistare attrezzature europee per sostenere la nostra industria. Ma, al contrario, l’Unione rafforza i suoi acquisti comuni in seno alla NATO. Come possiamo allora garantire la sicurezza delle nostre informazioni sensibili se le nostre apparechiature utilizzano tecnologie americane? Sarebbe da considerarsi molto intelligente chi potesse dire al giorno d’oggi quale sia l’interesse comune europeo in materia di geopolitica. Ma, in ogni caso, questo non è né di allinearsi a Mosca, né a Washington.

da www.lvsl.fr, 20. 6. 2018.

Traduzione a cura di Matteo Bortolon e David Proietti