25 aprile. Indignatevi!

«L’interesse generale deve prevalere sull’interesse particolare, l’equa distribuzione delle ricchezze prodotte dal mondo del lavoro deve prevalere sul potere del denaro»

(Stéphane Hessel, Indignatevi!)

Come tutti gli anni, l’arrivo della primavera coincide con il 25 aprile, occasione di numerose feste popolari in tante zone d’Italia, in particolare al centro nord, dove si sta diffondendo la pratica delle cosiddette “pastasciutte antifasciste”, riprendendo il gesto umile di gioia e aggregazione compiuto dalla famiglia Cervi all’epoca della caduta del fascismo nel 1943. Segno di una vivacità della festa della Liberazione nazionale che tuttavia stride con la neutralizzazione della giornata in una ricorrenza senza contenuti forti – annacquata in una vaga idea di libertà che sempre più spesso coincide con quella della volpe nel pollaio, l’antitesi di quella per cui combatterono i partigiani – che dello stesso pensiero antifascista, ridotto ai suoi minimi termini e privato delle istanze di progresso sociale che ne erano state il motore principale. Lo avevamo già segnalato lo scorso anno in un articolo sulla vuota retorica che si è impossessata del 25 aprile, e di recente Samuele Mazzolini ha avuto modo di evidenziare l’inefficacia dell’antifascismo identitario dei nostri tempi.

Un tipo di antifascismo che negli ultimi mesi ha dominato la scena pubblica dimostrando tutta la sua inconsistenza e la sua distanza dai reali bisogni ed interessi del popolo italiano. Come già argomentato più volte, quest’antifascismo ha perso la sua stessa memoria storica, riducendosi e convertendosi nel corso degli ultimi 30 anni in un semplice antirazzismo, come se non avessimo bisogno ancora oggi di rilanciare il progresso morale e materiale della nostra società colpita da una feroce reazione che mira a scardinare quella che fu la conquista più importante della Resistenza, la Repubblica democratica a sovranità popolare e fondata sul lavoro, il cui carattere sociale e inclusivo veniva scolpito nella Costituzione messa a punto dalle diverse anime dell’antifascismo.

Questo tipo di antifascismo riduzionista rincorre per ragioni identitarie e per abbaglio politico formazioni vetero fasciste dal peso inconsistente – come le elezioni hanno dimostrato – che costituiscono senz’altro un serio problema di ordine pubblico a cui porre rimedio con decisione, ma non fa i conti con i bisogni e il sentire reale del Paese. Anzi, per un gioco perverso, i suoi animatori assolutizzano le loro pur nobili intenzioni antirazziste facendosi portatori di un approccio impolitico alle questioni centrali del nostro tempo, prima fra tutte l’immigrazione, cadendo come abbiamo già descritto nella trappola razzista orchestrata da chi, come la Lega, sulle tensioni sociali e le paure costruisce la propria fortuna elettorale. Il risultato finale è un antifascismo di nicchia, moralista e portatore di un senso di estraneità e superiorità rispetto a un Paese letto come popolato da masse di razzisti incivili, che non incide sul piano politico, non guadagna consensi e fa spesso il gioco della destra nelle sue diverse incarnazioni, consumando in questo modo le tante energie dei suoi protagonisti che potrebbero invece con più utilità rivolgersi in altre direzioni. Ma quali allora?

A nostro avviso, la vera sfida che ha di fronte l’antifascismo del nostro secolo è quella indicata da Stéphane Hessel nel suo pamphlet Indignatevi!, che ha dato il là ai movimenti sociali più importanti di questo decennio nel mondo occidentale, partendo dalla rivendicazione del ruolo dello Stato così come indicato nelle costituzioni antifasciste del dopoguerra, uno stato sociale e dei cittadini:

«Hanno il coraggio di raccontarci che lo Stato non è più in grado di sostenere i costi di queste misure per i cittadini. Ma com’è possibile che oggi manchi il denaro necessario a salvaguardare e garantire nel tempo tali conquiste, quando dalla Liberazione […] la produzione di ricchezza è considerevolmente aumentata? Forse perché il potere dei soldi, tanto combattuto dalla Resistenza, non è mai stato così grande, arrogante, egoista con i suoi stessi servitori, fin nelle più alte sfere dello Stato. Le banche, ormai privatizzate, dimostrano di preoccuparsi anzitutto dei loro dividendi e degli stipendi vertiginosi dei loro dirigenti, non certo dell’interesse generale. Il divario tra i più poveri e i più ricchi non è mai stato così significativo; e mai la corsa al denaro, la competizione, erano state a tal punto incoraggiate. Il motore della Resistenza era l’indignazione. […] ora tocca a voi, indignatevi! I responsabili politici, economici, intellettuali e la società non devono abdicare, né lasciarsi intimidire dalla dittatura dei mercati finanziari che minaccia la pace e la democrazia».

Quello di cui abbiamo bisogno è quindi un antifascismo diverso e rigenerato, alla Hessel, che rimetta al centro l’azione politica sul piano economico e sociale per una società più giusta che ci restituisca quel che è nostro e ci viene sottratto giorno dopo giorno dalle oligarchie che dominano la società. Serve un’azione di Resistenza che partendo dall’unificazione del popolo dei subalterni di oggi crei un nuovo movimento politico che cambi lo stato di cose esistenti, contrastando l’esclusione del popolo dallo Stato, determinando un nuovo avanzamento dei diritti sociali, civili e di cittadinanza per tutte le persone che vivono, oggi, in Italia. Per dirla con Hessel: «Creare è resistere. Resistere è creare».