25 aprile: tanti auguri a tutti per la festa di (quasi) tutti

Puntuali come ogni anno, attorno al 25 aprile tornano le polemiche della destra, che contestano l’opportunità di elevare questa data a festa nazionale. L’onnipresente Salvini si dice stufo di questo “derby tra comunisti e fascisti”, mentre la Giorgia Meloni, a nome di Fratelli d’Italia – erede della vecchia fiamma di Almirante e Rauti più che della “svolta di Fiuggi” – preferirebbe festeggiare solennemente il 4 novembre e la vittoria nella I guerra mondiale, piuttosto che la Liberazione del Paese dal regime fascista e dall’invasione tedesca. Perché? Perché, si dice, il 25 aprile rappresenterebbe una “festa di parte”. A questo ritornello si oppone il coro liberale: falso! il 25 aprile “è la festa di tutti”; anzi, è proprio grazie agli eventi culminati con l’entrata dei partigiani a Milano che ognuno, Salvini e Meloni compresi, è libero di professare le proprie idee.

La campagna delle destre, è fin troppo evidente, mira a contestare non solo un fatto simbolico come la festa nazionale, ma anche l’impianto valoriale e politico che si nasconde (e nascondere ahimè di questi tempi non è un verbo casuale) dietro a quel simbolo. Ma, a ben vedere, pure l’argomento della “festa di tutti” racchiude un senso fallace. Il 25 aprile, infatti, non è la festa di tutti. È la festa di tutti coloro che vi si riconoscono, ed è la festa che sancisce la legittimità della nostra Costituzione, così come l’illegittimità di chi la rifiuta. Ogni regime infatti, anche il più democratico, si fonda su di una esclusione, una negazione, l’individuazione implicita di una frontiera politica.

Come potrebbe essere legittima, nella democrazia statunitense, l’opinione di chi vorrebbe riportare gli stati della federazione al rango di colonie della corona britannica, dopo il raggiungimento dell’Indipendenza nel 1776? O, in Gran Bretagna, di chi volesse riaffermare i privilegi della Corona sul Parlamento, dopo la Magna Charta e la Rivoluzione Gloriosa? O di chi fosse intenzionato, in Francia, a riportare il Borbone sul trono? “Ciò che costituisce l’unità della Repubblica – tuonava Saint Just alla Convenzione – è la distruzione totale di ciò che si oppone ad essa”. Alla stessa maniera, l’illegittimità del fascismo e di ciò che ha rappresentato per la storia del Paese sul piano politico, sociale e di convivenza pacifica tra i popoli costituisce la base dell’ordinamento repubblicano di cui si è dotata l’Italia, e vive alla lettera nella nostra Costituzione.

Riaffermare questo dato, prendere atto di questa esclusione e di questa illegittimità su cui tutte le altre legittimità sono fondate, è dunque importante. Ma non sufficiente. Perché poi c’è da chiedersi altro. E cioè: come mai, nel 2019, mentre negli Stati Uniti l’opinione pubblica mai prenderebbe in considerazione partiti lealisti verso la corona britannica, in Inghilterra i sostenitori di un “golpe” della regina Elisabetta ed in Francia i filo-borbonici, da noi le forze che contestano le radici della legittimità repubblicana godono di tanto sostegno e di tanta libertà di manovra? Certo, rispetto agli altre tre casi citati, il nostro ordinamento democratico è molto più giovane. Ma non basta. Certo, un grande peso spetta agli intellettuali italiani, che si prestano, se non a valorizzare l’eversione dello spirito del ’45, almeno una sua parziale comprensione, in nome soprattutto di un anticomunismo postumo dettato dalla moda e dalla pigrizia intellettuale. Certo, mentre negli altri tre paesi la destra e la sinistra, o come le si voglia chiamare, nascono tutte all’interno del perimetro della legittimità, da noi la destra nasce al di fuori di quel perimetro. Ma questo non spiega il motivo per cui quel perimetro si fa periodicamente così stretto.

Il fatto è che, specialmente a partire dalla cosiddetta II repubblica, le forze sociali ed i partiti “legittimisti”, si sono anch’esse dedicate a smantellare l’impianto programmatico dell’antifascismo: mentre ne salvaguardavano (e per fortuna, ci mancherebbe!) la retorica,  ne affondavano le premesse e le promesse di una società migliore e più giusta. Nell’arco ormai di tre decenni, se unità di intenti c’è stata, essa si è manifestata nella molecolare distruzione dei contenuti dell’antifascismo: dalla vitalità del parlamento e dei partiti al diritto al lavoro, dalla pace alla progressività fiscale, dalla ricomposizione delle disparità territoriali al primato della società sugli interessi economici dei più forti, poco sopravvive nelle forze politiche di tutto l’arco parlamentare dello spirito del ’45.

Il 25 aprile non è la festa di tutti, ma è la festa di chi vi si riconosce. Allargare la sfera di chi vi si riconosce non è opera retorica di un giorno, ma battaglia politica quotidiana per la quale occorre tornare ad attrezzarsi.