Centristi o radicali? No, centrali e trasversali

Nel corso della prima repubblica la sinistra era riuscita a superare la divisione ideologica tra massimalismo e riformismo che tanta parte aveva avuto nel segnare la storia del movimento operaio italiano dagli albori fino all’avvento del fascismo. Divisioni anche aspre avevano segnato i rapporti tra socialismo e comunismo – e, non solo nel caso del Psi, divisioni ancora più aspre erano intercorse all’interno dei singoli partiti; ma le linee di frattura erano maturate lungo faglie diverse (politica internazionale, rapporti con la DC, politica sindacale). La coscienza dell’importanza della conquista della Repubblica e della Costituzione repubblicana aveva insomma fatto perdere di senso le divisioni tradizionali tra chi preconizzava una via insurrezionale alla presa del potere e chi invece privilegiava il valore delle istituzioni liberali.
Paradossalmente la distinzione tra riformisti e radicali è riemersa nel corso della seconda repubblica. Post res perdita, diremmo. Ma sotto le insegne della sinistra riformista contrapposta a quella radicale non si celava più l’antico dibattito che aveva segnato il passaggio dalla II alla III Internazionale, da Kautsky a Lenin, da Turati a Gramsci. Il riformismo post-comunista incamerava, delle riforme, la versione neoliberale di riforme volte ad aprire i mercati alla concorrenza internazionale attraverso la globalizzazione capitalistica, la relativizzazione dei diritti del lavoro e il passaggio dei poteri dalla Costituzione antifascista alle istituzioni tecnocratiche (nel nostro caso, soprattutto l’Europa di Maastricht, che trovò a sinistra o suoi più coerenti corifei). Il radicalismo scontava, dal canto suo, un crescente isolamento alla periferia del sistema politico, oscillando tra il residualismo della difesa del blocco storico fordista in via di sgretolamento e la rincorsa all’individuazione di nuovi miti essenzialisti che sostituissero la classe operaia come agente privilegiato del cambiamento storico, andandoli a individuare in settori via via più marginali della società. E più progrediva il processo di marginalizzazione, più veniva accompagnato da una reazione ultra-identitaria che chiudeva ogni possibilità di ricostruzione di un blocco storico progressista da opporre all’avanzata della restaurazione.
La crisi ha di nuovo riazzerato le condizioni di partenza, facendo piazza pulita di entrambi i progetti. Sia il riformismo che il radicalismo scontano un clamoroso deficit di centralità politica, ritirati come sono ai margini dell’arena e arroccati nelle isole di consenso di quel che resta del ceto medio riflessivo e di minoranze iperpoliticizzate.
È per questo che mai come adesso è urgente porre sul tappeto la questione del senso comune. Porre la questione del senso comune non significa rincorrere una presunta marea montante di destra e farne proprie, da sinistra, le tematiche. Significa riscoprire la centralità politica, individuando i problemi reali delle persone comuni e su di essi costruire proposte politiche progressiste nell’indirizzo, e trasversali a identità politiche ormai definitivamente decomposte.
L’attuale momento politico è denso di domande democratiche che emergono dai settori più colpiti dalla crisi, e propizio alla proposta progressista: battaglie per il lavoro garantito, per il rilancio degli investimenti e dei servizi pubblici, per la ricostruzione della sovranità democratica incontrerebbero il favore di grandi maggioranze sociali, che oggi si muovono al di là delle baruffe tra le minoranze politiche in cui si è frantumata la sinistra. Dare vita a parole d’ordine, pratiche politiche e gruppi dirigenti adeguati a raccogliere la sfida è il nostro compito di oggi.