Cinque proposte di senso comune per finanziare la democrazia

E così, tra bivacchi al Nazareno, portacenere volanti a sinistra, marxisti candidati coi fascisti (la sinistra, pare, “non li ha capiti”), capocomici e imprenditori che gli dan giù di bianchetto per mettere in chiaro chi si può candidare a esser candidato, si è consumata la notte della presentazione delle liste elettorali. Una bella premessa per la campagna elettorale che ci attende. E già da qui si getta una bella luce sulla legislatura prossima ventura. Che alcuni pronosticano breve, ma che, c’è da scommettere, non lo sarà, anche o soprattutto perché non penseranno certo ad accorciarla i premiati dalla lotteria dell’altra notte.

Non c’è niente di moralistico in questa denuncia, che più che una denuncia è una fotografia. O meglio, non solo – non sarebbe male che le classi dirigenti, in tempi di crisi dalla quale solo loro sono uscite, dessero un segnale. Ma il dato è strutturale, è politico. I privilegi grandi o relativi di cui gode chi accede alla carica politica sono divenuti da decenni un fattore destrutturante della nostra democrazia e della formazione delle nostre classi dirigenti. A tutti i livelli. Di qui l’ipertrofia delle candidature non appena si vota, fosse anche per il rinnovo di una comunità montana: ci si apre per lo meno un varco, poi si vedrà. Di qui code interminabili fuori dall’uscio in attesa del responso della Grillo/Casalleggio SpA, neanche fosse il casting del Grande Fratello. E del resto lo ammise un’intellettuale organica al berlusconismo (niente ironia, ogni gruppo dirigente ha i suoi, e quelli e quelle non sono stati tra i meno efficaci, né tanto meno tra i più stupidi): “avrei voluto far televisione, o politica, è lo stesso”. Di qui ancora, soprattutto, il trasformismo esasperato di truppe che sciamano in parlamento come i branchi degli storni, in base a disegni solo a prima vista privi di senso. La legislatura ultima, quella del jobs act e di tutti gli altri colpi di grazia inferti al nostro welfare state, ha camminato in stragrande maggioranza sulle gambe di truppe sbarcate a Roma bersaniane e socialdemocraticissime. E di qui, infine, il fenomeno di ormai lunghissimo periodo – lunghissimo quanto l’intera seconda repubblica – di legislature che sopravvivono a se stesse ed alla propria missione storica per la volontà di perpetrazione del proprio status di un esercito di Scilipoti più o meno vistosi.

Se la destra patrimonialista in tutto questo ci ha sempre sguazzato, da sinistra sono spesso arrivate fragorose scrollate di spalle: ora non tocca; la democrazia ha i suoi costi; mettere gli eletti al riparo delle lobby; e un lungo etcetera di giustificazioni in nome di quell’autonomia della politica mai tanto umiliata come nel corso dell’ultimo ventennio; in nome della possibilità per tutti, e non solo per i ricchi, di “far politica”, come se i becchini del comunismo non avessero contribuito da par loro all’eliminazione dei ceti popolari dalla rappresentanza politica diretta. Contribuendo a far sì che i Parlamenti fossero costituiti da un partito unico dei figli dell’oligarchia, dei suoi azzeccagarbugli e di giovani furbastri che debbono al capocorrente di turno la salvezza dall’onta di dover lavorare un giorno in vita loro.

Una soluzione è dunque necessaria, che contemperi l’arresto della deriva democratica e la possibilità che classi dirigente veramente rinnovate si affaccino alla politica. Per punti:
– una drastica ed esemplare riduzione, diciamo alla metà, degli stipendi dei parlamentari, per evitare la rincorsa alla candidatura purchessia – un precario ne sarebbe comunque invogliato;
– uno stop assoluto ai doppi incarichi – avvocati miliardari vengano pure in Parlamento, ma si privino degli introiti dei loro studi;
– un tetto drastico, con annessa certezza della pena, alle spese per le campagne elettorali;
– un tetto altrettanto drastico alle donazioni private ai partiti, che non sono merci in vendita;
– un massiccio e trasparente finanziamento pubblico ai partiti, in modo da mettere tutti nelle condizioni di poter svolgere attività politica.

Sembrano condizioni minime, di senso comune, per il corretto funzionamento di una democrazia.

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