Ciò che dice di noi la questione migratoria

Riprendendo Ifigenia in Aulide di Euripide, l’inquietante film di Yorgos Lanthimos, Il sacrificio del cervo sacro, appena uscito nelle sale italiane, mette in scena il tema, antico quanto l’essere umano, della decisione. Un padre è chiamato a una scelta impossibile: in conseguenza di una maledizione, è costretto a scegliere chi sacrificare, tra i componenti il nucleo familiare, per garantire la sopravvivenza a tutti gli altri. Una tragedia analoga è quella che ci tocca da vicino quando, mentre riflettiamo sulle possibili soluzioni al problema dell’immigrazione, più e più persone (anche in tenera età), muoiono affogate a qualche miglia dalle nostre coste. Se per un verso pare scontato far valere i diritti della sovranità nazionale e soccorrere secondo il diritto internazionale, per l’altro non si possono non valutare le tragiche conseguenze di un’applicazione rigorosa del diritto. 

La tragedia del migrante, con la sua nuda vita, ha il potere di renderci stranieri a noi stessi, fino al punto di arrivare a formulare l’interrogativo se possiamo ancora dirci culla della civiltà. Non ci aiuta, non ci salva l’Europa. Anzi, il nulla di fatto con cui si è concluso il recente vertice europeo sui migranti dimostra, una volta di più, l’irrilevanza storico-politica dell’idea di Europa, cioè non tanto dell’Unione Europea come attore geopolitico, quanto della coscienza di essere europei, presupposto per una comunità continentale di popoli uniti e solidali sul piano economico, politico e sociale. La fragile costruzione mitopoietica di un’Europa garante della pace tra le nazioni non ha retto di fronte alla prova del migrante. Perché? Forse perché l’Europa «cercava braccia, non uomini». 

Non è facile trattare il tema migranti, evitando, da un lato, la retorica dell’umanitarismo e, dall’altro, la facile via d’uscita del securitarismo salviniano. Ma ci può aiutare un approccio strategicamente rivolto non tanto all’evenemenziale quanto alla struttura o, meglio, al frame in cui collocare i fatti. Giovanni De Mauro, in uno dei soliti j’accuse tanto cari al mainstream giornalistico nei confronti del populismo brutto e cattivo, su «Internazionale» del 22/28 giugno 2018, citava le parole di George Lakoff: «il linguaggio può dar forma al nostro modo di pensare. E Donald Trump questo lo sa». Ecco, probabilmente il punto strategico d’attacco per affrontare la questione migranti è costruirci attorno un nuovo frame, una differente cornice narrativa.

Anzitutto in termini di rapporto con l’Unione Europea. Non aiuterebbe smettere di sognare un’Europa che non c’è e provare ad accettarne la realtà di dispositivo di potere con le sue proprie regole di funzionamento? Probabilmente, una volta messa a fuoco la natura antisociale e antidemocratica dell’«entità teologica» che chiamiamo Ue, potrebbe ripartire una dialettica politica nuova all’interno degli Stati europei, basata non più sulla falsa opposizione destra-sinistra (in realtà, una partnership conflittuale), ma sulla dialettica élite-popolo (in sostanza, il conflitto politico amico-nemico). 

Occorre costruire un nuovo frame sull’Europa per mostrarla per ciò che è: un’autentica prigione cognitiva e materiale (né più né meno come sono gli Stati autoritari). Forse in questo modo si aprirebbe uno spazio di opportunità politica per dare corpo a una vera speranza, basata su un realismo democratico, radicato in un luogo e in un’etica lucida quanto generosa, applicabile nel qui e nell’ora. Per una dimensione politica nuova, capace anche di confrontarsi con la questione migranti, senza passare per le divisioni e le contrapposizioni feroci che sono caratteristiche della nostra epoca; un’epoca caratterizzata da confusione e panico politico, che è quella condizione in cui una massa di individui si disgrega in mancanza di un legame affettivo sufficiente a tenerli insieme come esseri-sociali. Per provare a unire il popolo, creando un’alleanza tra gli ultimi e i penultimi. 

Fondamentale, per far ciò, sarà recuperare la sovranità della politica, e dunque cominciare a destrutturare la demonizzazione ricorrente nei confronti della sovranità nazionale. Se l’essere umano è un animale territoriale – secondo l’etologia, l’imperativo territoriale sarebbe geneticamente costituito dal conflitto tra uomini di “dentro” e di “fuori” – non è detto che i suoi confini implichino i muri. Anzi, secondo Regis Debray, sono proprio i confini il miglior antidoto ai muri. Naturalmente, il confine è sempre il prodotto di un dato ordine. Nell’ordine neoliberale il confine è strutturato secondo il paradigma inclusivo dei mercati. Quando si nomina “Fortezza Europa” si pensa a qualcosa di invalicabile: in realtà, questo dispositivo funziona da filtro neoliberale, per cui i diritti vengono garantiti in virtù della loro compatibilità economico-finanziaria (le quote dei migranti economici, per esempio, sono stabilite in ragione di tale compatibilità). “Fortezza Europa” è dunque un dispositivo dell’universalismo selettivo che si può tranquillamente attaccare sul piano politico, per esempio andando a stabilire parametri differenti in termini di valutazione quantitativa delle nostre disponibilità di accoglienza. Che cosa vuol dire “compatibilità economico-finanziaria”? Che cosa ci ricorda se non il celeberrimo vincolo esterno stabilito dalla finanza? Provare a scardinare questo tipo di controllo sulla nuda vita delle persone (migranti e autoctone) e stabilire che ogni nazione sia libera di stabilire, democraticamente e collettivamente, quale quota di migranti sia accoglibile dal sistema-Paese senza subire scossoni economico-sociali, è qualcosa che può essere realizzato, evitando di sprecare energie a sognare l’utopia di un mondo no border, un sogno quanto mai adatto a sostenere la realtà del capitalismo globale. 

In ultimo, in politica estera, rovesciare la nota frase di Max Frisch: cercare uomini, non braccia. Cioè confrontarsi con ciò che è avvenuto, e avviene, nei Paesi di origine delle correnti migratorie, dove le potenze occidentali stanno favorendo la distruzione o il fallimento degli Stati africani, sotto lo sguardo compiaciuto delle grandi corporation, a tutto vantaggio degli appetiti neocoloniali delle multinazionali – ma in alcuni casi, l’Occidente interviene direttamente, come in Libia e Iraq (naturalmente per scopi umanitari). L’exemplum più chiaro ed esaustivo è quello del Congo, nuovo cuore di tenebra dell’Africa. Nell’ultimo decennio del XX secolo sono state uccise quattro milioni di persone, a causa di violenze perpetrate per la corsa allo sfruttamento illegale di risorse come coltan, diamanti, rame e oro, come dimostrato da un’indagine condotta nel 2001 dalle Nazioni Unite. Il Congo non è più uno Stato, ma un territorio suddiviso nei feudi dei signori della guerra. Se le aziende scomparissero dall’equazione Congo, come sostiene Slavoj Zizek, la guerra cesserebbe. Ma la cosa enorme è che dopo la pubblicazione di questa indagine non si è avuta alcuna protesta umanitaria. Insomma, la sostanza dello sfruttamento non suscita indignazione! 

Il disordine e la destatalizzazione è lo scenario perfetto per la lex mercatoria e gli ideologi no border farebbero bene a invocare un ritorno all’ordine e allo Stato, cioè alla politica. Ma probabilmente aveva ragione Baruch Spinoza: l’imprudenza dei molti consiste nel cercare di levar di mezzo il principe-tiranno, senz’avvedersi che non sono in grado di eliminare le cause che fanno del principe un tiranno.