Consumo, salari e diritti. Sulle aperture festive di negozi e centri commerciali

Casoria, esterno giorno, Circumvallazione esterna. Il sole di settembre che illumina la strada e riscalda l’asfalto nemmeno dopo due settimane di tempo così-così riesce a scoraggiare gli avventori che sciamano all’interno del polo commerciale di Napoli Nord. Fuori dell’UCI cinema il parcheggio è gratuito e disponibile, non ci sono parcheggiatori abusivi e accattoni che a vario titolo importunano i passati. Un cavalcavia pedonale, chiuso all’estremità da due transenne che mettono al sicuro dai motorini, collega questo lato della provinciale a quello opposto, diventando di fatto l’unico modo per attraversare incolumi nel giro di alcuni chilometri. All’interno del centro commerciale la situazione non fa che migliorare con bagni pubblici sempre a due passi attrezzati addirittura con i fasciatoi per i neonati. Così anche il napoletano medio, nella sua metamorfosi da normale cittadino a consumatore potenziale, diventa titolare di quei piccoli diritti di benessere che dovrebbero essere scontati ma non lo sono poi tanto e che difficilmente troverebbe in qualsiasi altro agglomerato dell’intero tessuto urbano della città. Ecco, se davvero si vuole capire cosa spinge un’allegra famigliola a trascorrere la Domenica mattina da Ikea invece che sul lungomare, prima di stigmatizzarla bisognerebbe considerare a dovere la differenza di benessere che caratterizza le due esperienze, un benessere che malgrado tutte gli argomenti possibili, il tempio del consumo superfluo riesce a garantire, la città, purtroppo, no.

Prima che impazzasse la polemica sul DEF e sulla vituperata soglia del 2,4%, a far discutere e alzare barricate contrapposte in tutto il paese erano state le dichiarazioni del Ministro del Lavoro e delle Attività Produttive Luigi Di Maio circa l’ipotesi di una drastica stretta alle aperture festive degli esercizi commerciali. Si tratta di un argomento all’apparenza marginale che però ha la capacità di evidenziare nervi scoperti, incomprensioni e distinguo fondamentali per orientarsi nel mondo politico in subbuglio al di fuori dello schema parlamentare, più precisamente al di fuori verso sinistra. Se infatti il Partito Democratico è ormai quasi dichiaratamente un partito liberale ed esprime la propria posizione con i toni allarmistici di chi teme una contrazione dei consumi, e quindi aprirebbe gli esercizi commerciali, sempre dando poco margine di manovra ai lavoratori (una posizione facilmente riassumibile con le parole di uno dei suoi menestrelli imprenditoriali prediletti, il “salumiere dei ricchi” Oscar Farinetti, secondo il quale la chiusura domenicale sarebbe apocalittica per il commercio); se i partiti di destra si schierano a favore della chiusura festiva e domenicale in nome della triade “patria, chiesa, famiglia”, non si capisce la posizione dei sedicenti movimenti di sinistra apertamente a favore di una acritica chiusura degli esercizi senza porre la dovuta attenzione sulle dinamiche contrattuali e sui diritti dei lavoratori.

Io sono figlio di un ferroviere, mio padre ha fatto per trent’anni il macchinista per Ferrovie dello Stato (ora Trenitalia). Per me era assolutamente normale che lui mancasse la notte di Natale o alcune domeniche – chiaramente non tutte le notti di Natale e non tutte le domeniche – ed era altrettanto normale andare in ferie a giugno o a settembre. I ferrovieri avevano uno schema di turnazione preciso con delle maggiorazioni di stipendio definite per i giorni festivi e il diritto di passare la maggior parte di questi a casa. Se ti facevi Natale a casa, per intenderci, quasi sicuramente a Pasqua eri di turno, credo esistesse anche una sorta di borsa dei turni festivi, ma non sono in grado di ricordare il suo funzionamento. L’esempio del ferroviere è perfetto per contrastare un’altra delle obiezioni più frequenti che si trovano nel discorso sulle aperture festive, quella che riguarda la distinzione fra lavori necessari, come ad esempio il medico di pronto soccorso, e lavori inutili, il povero addetto alle vendite Ikea. In questa semplicistica tassonomia il macchinista da prima repubblica si colloca esattamente nel mezzo: il treno è utile, ma spesso a Natale era vuoto… bei tempi.

Volendo partire dall’inizio anche in questo caso si deve tornare al governo Monti, identificando ancora una volta quel momento come vero spartiacque fra la cosiddetta seconda repubblica e la sedicente terza. Si deve tornare di nuovo al decreto “salva Italia”, tassello fondamentale della triade di provvedimenti (con il pareggio di bilancio in costituzione e la legge Fornero) con cui la Troika demoliva il nostro assetto costituzionale lavorista e faceva entrare di diritto l’Italia nel novero dei paesi europei che “stavano facendo i compiti”. È quella la legge con cui, fra le altre cose, venivano liberalizzati gli orari di apertura degli esercizi commerciali in modo da raggiungere e superare gli ordinamenti degli altri paesi europei. Quasi immediatamente dopo, con Marchionne che era già uscito da Confindustria, i maggiori operatori della grande distribuzione uscivano da Confcommercio per fondare Federdistribuzione: fu dipinta come un’operazione di corporativismo, tesa a differenziare le grandi aziende transnazionali dai piccoli negozi, invece preparava la più grossa operazione di dumping domestico nel mondo del commercio: non a caso alcuni anni dopo Federdistribuzione non rinnoverà il CCNL sottoscritto da Confcommercio e dalle organizzazioni sindacali. Si potrebbe pensare che il problema principale fossero gli aumenti previsti da quel rinnovo, ma questi erano esigui. Il vero punto centrale era la deregulation totale delle dinamiche di assunzione e della gestione dei turni. Con questa operazione, durata almeno un lustro e portata a compimento con la complicità dei governi di turno e nel silenzio totale della stampa, le grandi aziende hanno allungato il passo sui piccoli e medi commercianti sbaragliando la concorrenza e annullando i diritti dei lavoratori.

Da un punto di vista mediatico il reportage di Cristian Raimo, uscito qualche tempo fa per internazionale, è in assoluto il resoconto migliore delle condizioni di vita e di lavoro delle migliaia di persone impelagate in questo far west umano e legislativo: si racconta di giorni, mesi, anni spezzati, conseguenze fisiche e psicologiche gravi, pratiche di gestione del personale da campi di lavoro. Tempestivamente Raimo ha ripostato il pezzo sulla propria bacheca Facebook  durante i giorni in cui impazzava la polemica e poi ha iniziato a ricondividere pubblicamente tutte le testimonianze che gli arrivavano come messaggio privato o attraverso altri canali. Le testimonianze sono anche peggiori dell’articolo, ma sia queste confessioni personali che i commenti al post iniziale evidenziano come il problema principale non sia tanto l’apertura domenicale o festiva quanto la totale mancanza di rispetto del lavoratore. La stessa CGIL ha denunciato l’esigenza di ricondurre le condizioni contrattuali ad un inquadramento più rispettoso dei lavoratori, aumentando le maggiorazioni previste per i notturni e le domeniche ed estendendo le tutele anche ai dipendenti di aziende subalpattanti.

Tornando a Napoli, ci sono alcuni aspetti che si manifestano in forma più acuta dal momento che la storia repubblicana ha condannato la capitale del sud ad essere il laboratorio dello sfruttamento indiscriminato, il posto dove qualsiasi pratica legale e non viene portata alle estreme conseguenze. Nella scorsa primavera alcune catene di ipermercati hanno annunciato varie chiusure al sud, la più eclatante a Napoli Est. Erano impianti in attivo che tuttavia non producevano i margini di guadagno che questi player sono abituati a registrare: ovvio, al meridione il piccolo e medio negozio resiste alla concorrenza adottando ritmi di lavoro e modalità di impiego degne delle fabbriche cinesi, quindi può permettersi di mantenere i prezzi bassi, di chiudere alle nove e di restare aperto sette giorni su sette. Non è assolutamente una conquista, semmai una piccola anticipazione di come rischiano di evolvere le dinamiche del lavoro nel commercio se non si inverte la rotta. Non a caso i grandi ipermercati in questione non chiuderanno del tutto ma passeranno di gestione a gruppi locali ,come Piccolo e Sole 365. Gruppi che in alcune occasioni sono stati accusati di pratiche vessatorie ai limiti dello schiavismo. Il Collettivo 48OHM ha svolto nella dimensione locale quello che Raimo ha fatto a livello nazionale, collezionando denunce e lamentele sulla propria pagina facebook: anche in questo caso i lavoratori sostengono che quello delle domeniche è l’ultimo dei problemi in un contesto in cui i dipendenti sono reciprocamente diffidenti, divisi e con la prospettiva della disoccupazione come unica alternativa. Ubiqua è la figura dei nuovi manager del personale, padroncini di ditte subappaltanti o capetti di cooperative fantoccio, immuni a qualsiasi scrupolo, come i capi di Chiara Riccomagno, già citata nel suddetto reportage, così spaventati dalla potenziale solidarietà fra lavoratori da impedire ai colleghi di partecipare al suo funerale.

Quello che stupisce è la totale assenza di partecipazione da parte dei cittadini, da parte di un non meglio identificato “prossimo”. Tutti conoscono le pratiche di gestione del personale ma la cosa non incide minimamente sulle scelte d’acquisto della gente: è come se indossati i panni del consumatore si possano lasciare etica e coscienza fuori la porta. Eppure la nostra costituzione prima e quello che rimane delle legislazioni sul lavoro poi, dovrebbero garantire ad ognuno una paga giusta, la libertà di associazione e rappresentanza, il riposo settimanale, l’assistenza sanitaria e i giorni di malattia, un periodo minimo di ferie retribuite. Sembra che si parli di un’altra epoca in un altro paese ma è semplicemente quello che dicono le leggi italiane. Ci sono due milioni di dipendenti pubblici in meno rispetto alle proporzioni che si registrano nei maggiori paesi della tanto osannata Europa: alcuni di loro potrebbero essere ispettori del lavoro, impiegati per stanare e punire i criminali che abusano di questa situazione. Una proposta di senso comune potrebbe essere quella di garantire le 40 ore settimanali previste dalla legge, con le domeniche a turno pagate a maggiorazione, Pasqua, Natale, Primo Maggio eccetera eccetera chiusi, perché le feste e non il consumo sono il collante di una comunità. Si tratta di principi banali che applicati indipendentemente dal criterio di assunzione renderebbero automaticamente fuori mercato tutte le associazioni dei vari kapò che forniscono manodopera sfruttata al settore della grande distribuzione come a tenti altri. Sarebbe il primo passo per far tornare questo paese nel club dei posti civili in cui vivere.