Contro il carrierismo

La politica c’è chi la fa per servizio e vocazione; e c’è chi la fa per carriera. Talvolta le due cose si incrociano. È una cosa che abbiamo imparato dai classici della sociologia politica come Max Weber e Robert Michels i quali ci avevano avvertito rispetto al fatto che le grandi aspirazioni dei movimenti popolari sarebbero state tradite dagli interessi personali dei leader, preoccupati più di salvare il loro posto di lavoro e i propri privilegi che di conseguire gli obiettivi dichiarati delle loro organizzazioni. Ed è una cosa che rivediamo oggigiorno nella politica italiana e internazionale. L’allontanamento dei cittadini dalla partecipazione politica ha aperto lo spazio a chi la politica la fa di carriera, a chi la vive come un “ramo specializzato delle professioni intellettuali” per citare un carrierista d’eccellenza come Massimo D’Alema.

Se i 5 stelle c’hanno azzeccato qualcosa nella loro analisi è proprio la tanto ridicolizzata critica della “casta”, la denuncia della tendenza della classe politica a diventare un gruppo chiuso, teso unicamente ad autoriprodursi e a fare gli interessi propri e delle lobbies che li sostengono. Se questa parola d’ordine ha avuto un eco così forte tra i cittadini, è proprio perché gli elettori sanno che sono saltati tanti dei filtri e dei sistemi di controllo dal basso che vigevano al tempo dei partiti di massa.

Possiamo continuare a prendere in giro gli appelli grillini all’onestà (o honestà come vogliono i critici), come una manifestazione di becero “gentismo”. Ma chi può negare il fatto che la “questione morale” in senso lato, ovvero non solo la corruzione vera e propria, ma pure l’arrivismo, la corsa alla poltrona, e la lotta spietata per garantirsi un posto in lista, siano un ostacolo formidabile ad ogni domanda di cambiamento radicale?

Quando la classe dirigente esibisce un comportamento finalizzato puramente al successo individuale mettendo questo prima dell’interesse collettivo, sia per propria mancanza di valori, sia perché l’assenza di una base attiva che la tenga sotto minaccia permanente, la politica tende a degenerare in comitato d’affari. Questo non toglie che le ambizioni personali siano fino a un certo punto legittime. Non esisterebbero leader se non ci fosse ambizione in politica. Il problema è se e come tali ambizioni possano sposarsi all’interesse collettivo, se e come esse riescano a creare scompiglio nella classe dirigente esistente e a produrre un necessario rinnovamento.

In questo contesto un ruolo centrale dovrebbe essere giocato dai nuovi leader politici, dai giovani che si affacciano alla militanza. Se non lo fanno i giovani chi lo dovrebbe fare? In fondo sono loro che per ragioni biografiche hanno meno da perdere e più da rischiare.

Ai 5 stelle va riconosciuto in questo contesto un grande merito. Di essere stato il solo partito che ha fatto entrare in massa i giovani nelle istituzioni e di averli messi in posizioni di grande responsabilità. Tutte le principali figure del Movimento 5 Stelle (Luigi Di Maio, Virginia Raggi, Chiara Appendino) hanno meno di 40 anni. Poi ovviamente si può discutere sulla qualità intellettuale e umana e sui risultati di questa leadership ma l’anagrafe sotto quest’aspetto non mente. Questo non significa che non ci sia carrierismo nei 5 Stelle. Anzi, si vede sempre più come questo partito sia stato infiltrato da figure che hanno ben poco a che fare con l’idealismo delle origini. Ma quanto meno uno scombussolamento nella classe dirigente lo hanno prodotto.

Altrove, sia a destra che a sinistra, i giovani si trovano, loro malgrado, a fare spesso i galoppini per leader molto anziani in un paese gerontocratico come l’Italia, in cui spesso i giovani sentono il dovere di farsi benedire dal “grande vecchio”. Con il risultato che le ambizioni personali non sono una fonte di rottura del quadro politico. Spesso i giovani si riducono all’elemosinare dai vecchi dirigenti un posticino nel sottobosco della politica, una candidatura in fondo alla lista, o una mera promessa di ricompense future. La politica italiana in tale senso assomiglia maledettamente all’università dei baroni che sfruttano i dottorandi e i ricercatori precari con l’ingannevole promessa che un giorno forse ma forse gli verrà offerto un posto fisso. In altre circostanze, le promesse di “rottamazione” della vecchia classe politica, come quelle fatte da Renzi durante la sua scalata del PD, si rivelano uno specchietto per le allodole, un modo per nascondere il riciclo della classe dirigente esistente e della sua agenda politica.

La tentazione al carrierismo è tanto più forte in un contesto di crisi economica, e in un paese pesantemente colpito dai suoi effetti come l’Italia. La crisi e il taglio ai servizi pubblici, all’informazione e alla cultura, rende difficile se non impossibile l’accesso a quelle carriere intellettuali come il giornalismo o l’università che di solito erano il modo in cui gli aspiranti politici trovavano un impiego compatibile con l’impegno politico, e una sorta di carriera di ripiego a cui poter ritornare dopo essere trombati dagli elettori.

Sul fatto che la politica sia stata da sempre legata alle professioni intellettuali e liberali bisogna dare ragione a D’Alema. Ma rimane il fatto che la politica non è una professione e che quando diventa una professione rende i politici più preoccupati di salvare il posto che di rischiare qualcosa pur di raggiungere gli obiettivi dichiarati. In tal modo si genera un serio rischio di dipendenza totale, non solo psicologica ma anche economica, dalla politica. Perché fuori dalla politica molti di questi giovani leader non hanno una carriera ben avviata e rischiano di non avere possibilità di lavoro o quantomeno un posto di lavoro che si confaccia alle loro ambizioni. Il che le rende più disposte a scendere a compromessi, a chiudere un occhio o anche due, e a turarsi bene il naso rispetto al mondo in cui ambiscono a entrare.

Il carrierismo non è semplicemente un problema morale. È un problema politico. Il carrierismo frena il cambiamento politico, facilitando la cooptazione delle nuove generazioni dentro il personale politico esistente. Come è possibile il cambiamento quando i giovani sono i primi ad andare a soccorrere i vecchi dirigenti screditati, quando sono disposti a immolare il proprio nome e la propria reputazione pur di essere accolti nella classe politica? Quale cambio di rotta è pensabile quando i giovani elemosinano dai vecchi dirigenti posti di lavoro in fondazione, in riviste e giornali di partito, o in altri recessi fetidi del sottobosco della politica?

In tutte le fasi di grande convulsione sociale, come quella che stiamo vivendo, il cambiamento dentro il campo istituzionale avviene quando i giovani leader mandano a casa i vecchi che hanno sbagliato, sia creando nuovi movimenti che cambiando da dentro formazioni esistenti. Questo è quello che a partire dalla crisi è avvenuto in molti paesi, ad esempio in Spagna con Podemos. Ma pure “vecchi buoni” come Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, o Mélenchon in Francia, e Bernie Sanders negli Stati Uniti si sono contraddistinti per il loro investimento su una nuova classe dirigente di rottura rispetto a quella esistente.

Certo non si tratta solo di un problema italiano. Un militante di Podemos mi esprimeva la sua preoccupazione su alcuni dei rappresentanti eletti nelle istituzioni locali. “Sono ragazzi appena usciti dall’università, o persone che hanno avuto solo lavori precari e intermittenti. Cosa succederà loro una volta che sarà finito il loro primo mandato? Queste sono persone che non hanno esperienza di lavoro fuori dalla politica. Il rischio è che si aggrappino alla politica fino alla fine della loro vita”. Se il problema esiste pure dentro Podemos, che ha adottato una forte critica al carrierismo politico e si è dotato di un codice etico, figuriamoci nella nostra scena politica, dove a parte il Movimento 5 Stelle non c’è stata nessuna autocritica rispetto alla professionalizzazione della politica.

Il carrierismo finisce per produrre un’enorme sperpero di risorse umane, bruciando giovani leader spesso di grande preparazione e carisma: una potenziale nuova classe dirigente che perde ogni credibilità dopo l’abbraccio mortale con la classe dirigente esistente fortemente delegittimata. Ciò che è paradossale è che spesso l’impazienza di guadagnarsi un posto a tavola, l’ansia di prenotarsi una candidatura in lista, il desiderio di dare inizio alla propria carriera politica finiscono per bruciare la carriera dei giovani leader.

O si rompe con il carrierismo politico, e lo si sradica dalla mentalità delle nuove generazioni di militanti, lavorando attivamente per creare una classe dirigente che non sia già in partenza moralmente corrotta e preoccupata solo del proprio successo personale e della propria sopravvivenza politica o sarà impossibile ottenere quel cambiamento di cui l’Italia ha così tanto bisogno.

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