Cosa raccontano alla politica italiana le primarie del PD

La complessiva riuscita dell'”operazione primarie” del Partito democratico, prima ancora del suo esito a favore di Nicola Zingaretti, lancia alcuni segnali al mondo politico italiano. Segnali che sarebbe inopportuno sia ignorare che, al tempo stesso, sopravvalutare. Partiamo dai rischi di sopravvalutazione. Tutte le leadership democratiche, da che il principale partito della sinistra italiana si è dotato delle primarie aperte quale metodo di selezione dei propri gruppi dirigenti, sono state legittimate da un vasto concorso di popolo; salvo poi, nella migliore delle ipotesi, non aver saputo gli eletti rispondere a quello stesso popolo in termini di azione di governo e aver quindi dilapidato il capitale di credibilità accumulato con le primarie (Prodi, Renzi); oppure aver presto scontato lo scarto tra la legittimazione del proprio popolo e l’orientamento impietoso, o comunque meno favorevole del previsto, da parte dell’elettorato (Veltroni, Bersani). Il successo nella legittimazione della leadership non ha quindi, di solito, riscontro in una conquista dell’egemonia nel Paese. Questo fattore è diventato talmente una costante che, tra le molte similitudini che caratterizzavano i tre contendenti di questa tornata, ne figurava una abbastanza paradossale, trattandosi di un’occasione di sbandierato rilancio del PD: Zingaretti, Martina e Giachetti avevano infatti firmato in precedenza il manifesto-Calenda, e si erano perciò impegnati a priori a partecipare alla prossima contesa elettorale, quella per le europee, annacquando il PD in una lista civica nazionale in alleanza con le altre forze liberiste temperate ed europeiste. I padroni della ditta, in maniera abbastanza bizzarra, erano i primi a dimostrarsi scettici nei confronti del proprio “brand”.

Insomma, almeno per il momento, le primarie del PD non sembrano un avvenimento sufficiente per ribaltare i rapporti di forza all’interno del Paese. Hanno però prodotto una conseguenza certa su una parte degli schieramenti, più una potenziale sul sistema politico generale.

Dal punto di vista dello schieramento di sinistra queste primarie mettono probabilmente una pietra tombale sopra ogni residua illusione di veder nascere un soggetto potenzialmente egemonico e maggioritario a sinistra del PD. Per dirla con una battuta, dalla crisi della sinistra non se ne esce con “più sinistra”. Il PD nonostante tutto è ancora in grado di racchiudere in sé quasi tutti i termini della sinistra di questo paese, lasciando spazio, alla propria sinistra, soltanto per cespugli di dubbio respiro al di là del ceto politico che li popola. Poi si può pure scatenare la gara a chi si considera il più autentico interprete della “vera sinistra”, ma è una discussione che i fatti hanno dimostrato essere considerata di nessuna rilevanza da parte dei più, e specialmente da parte dei ceti subalterni.

Stante questa egemonia a prova di bomba sulla sinistra, il PD può legittimamente aspirare a tornare protagonista della vita politica del Paese laddove la dialettica politica tornasse a saldarsi attorno al classico asse centro-destra vs centro-sinistra. Ci troveremmo di fronte ad uno scenario di tipo polacco, con una destra reazionaria egemone e attrattiva per i ceti popolari, e un centro liberale ed europeista, il partito dei ceti medi cosmopoliti, a fare da opposizione; nel quadro di una crescente spoliticizzazione di massa. La sedimentazione di questo panorama potrebbe essere favorita dalla crisi del grillismo che, al di là della palese inadeguatezza dei propri gruppi dirigenti, sconta la difficoltà a dare risposte decise alle esigenze di quei gruppi subalterni che ne avevano favorito l’auge.

Si va, insomma, verso la normalizzazione? È ancora presto per dirlo. Pesa, da una parte, la stagnazione economica, sempre a rischio di tornare a trasformarsi apertamente in crisi. E l’incapacità, all’interno della dittatura del vincolo esterno e della subordinazione del paese al dogma liberista dell’europeismo reale, dei gruppi dirigenti dei due schieramenti a mettere in campo ricette alternative a quelle che hanno prodotto il fallimento dell’ultimo ventennio. Insomma, è dura credere che l’elettorato si faccia nuovamente partecipe di un bipolarismo apparente, i cui attori si accapigliano attorno a questioni identitarie o marginali, e lasciano intatto il problema delle condizioni dei subalterni. Perché, al di là della cortina di fumo che attorno al populismo è stata stesa dai media dominanti – il populismo come fenomeno di folklore, o tutt’al più di mera retorica – lo scandalo populista è proprio questo: l’irruzione dei subalterni e delle loro aspirazioni sulla scena della politica. Sia il salvinismo che il PD hanno già fallito nel creare risposte adeguate a questa sfida. Il campo da gioco si è forse ristretto, ma la sfida è sempre aperta.