E se Mattarella avesse ragione?

Senso Comune ha preso nettamente parte contro l’operato politico del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso di svolgimento di questa lunghissima crisi istituzionale. Crisi istituzionale che lo stesso Presidente ha largamente contribuito a prolungare ed esacerbare con il rifiuto della nomina di Paolo Savona al Ministero dell’Economia. Al di là della questione dell’impeachment – probabilmente destinata a risolversi in un fuoco di paglia, visti i margini di discrezionalità e autonomia che la Costituzione riserva all’operato del Quirinale e la lunghezza della procedura (ma nei democraticissimi USA Bubba Clinton rischiò per molto meno); al di là della possibile strumentalità con cui specialmente la Lega ha giocato (intelligentemente, stando ai sondaggi) la propria partita; al di là della debolezza politica che ha mostrato l’accordo alla base del cosiddetto contratto tra la Lega stessa e il Movimento 5 stelle; al di là di tutto questo, il dato politico che esce dalla crisi è che il Presidente della Repubblica ha rifiutato l’incarico ad un ministro non per una sua obiettiva incompatibilità con il ruolo che era stato chiamato a svolgere, ma per le idee che professava. Idee, oltretutto, che trovano nella lettera e nello spirito della Costituzione un’ampia cittadinanza. E che poi, quasi a sfidare il senso comune, ha incaricato, a dispetto di una maggioranza parlamentare esistente in altro senso, e di una chiara indicazione uscita dalle urne, un presidente del consiglio stimabilissimo e col quale in passato ci siamo amabilmente intrattenuti, ma pretore dell’austerità.

Se a destra s’odono gli squilli di tromba dell’impeachment, a sinistra non suonano meno sgraziati quelli di Mattarella santo subito, Mattarella baluardo della democrazia, Mattarella a capo della lista l’altra Europa con Mattarella, Mattarella argine al fascismo. A costoro andrà ricordato che il nostro, di fronte alla nomina del “capo dei fascisti” (per rimanere a una terminologia cara alla sinistra, ancorché inappropriata) al Ministero degli Interni, non ha mosso un ciglio. E che anzi allo stesso partito insisteva perché fosse destinato il ministero dell’economia. Così, almeno, il programma “prima gli italiani” – prima non rispetto agli interessi degli speculatori internazionali, ma dei poveracci di un altro colore – avrebbe potuto essere applicato anche numeri alla mano.

Bene, detto tutto questo … e se Mattarella avesse ragione? Certo può venir voglia di ironizzare su uno dei massimi esponenti della Democrazia cristiana siciliana, il partito che più di ogni altro nella storia della repubblica ha fatto della spesa pubblica improduttiva a fini di consenso clientelare un’arte, si erga a difensore del pubblico rigore. Ma tant’è. E quindi, mica avrà ragione? Sarà mica vero che la nomina di un ministro timidamente socialdemocratico – che professa cioè che in fase di crisi bisogna fare un po’ di spesa in deficit  e magari utilizzare le leve pubbliche in economia, e che se l’euro è un impedimento oggettivo al compimento di questo passettino, allora abbiamo un problema – valga di per sé a mettere a rischio la stabilità finanziaria di un paese intero? Di una delle prime dieci economie industrializzate del mondo? Perché di questo si tratta, non dei cosacchi a Piazza San Pietro. Ecco, se così fosse, un paio di cose le classi dirigenti del Paese ce le dovrebbero spiegare. Chi ha architettato questo meccanismo? Chi ha inserito cioè l’Italia in un sistema tale per cui o si tagliano pensioni e sanità o si viene travolti dalla speculazione? Chi ha interesse a che questo meccanismo venga mantenuto in piedi? E finalmente: perché le nostre élite non si presentano in campagna elettorale dicendoci che siamo sì in democrazia, ma nella democrazia dei tagli al Welfare, e alternative non ce n’è?

Chi è veramente interessato al cambiamento di fronte a questo scenario non può limitarsi ad un’alzata di spalle. Certo che non ci si può adeguare al nazionalismo etnico della Lega, ma neppure alla sospensione della democrazia in nome dell’interesse dei mercati e dell’interesse nazionale tedesco. Per questo Senso Comune è sempre più ostinata nel portare avanti le proprie battaglie e i propri temi, il proprio patriottismo e la propria difesa della dignità del lavoro e dello Stato italiano.