Dal reddito di cittadinanza al reddito di servitù

Nel braccio di ferro che ha visto opporsi la maggioranza politica del governo giallo-verde al ministro delle Finanze Tria, guardiano dell’ortodossia monetarista di Bruxelles, sembra che la prima abbia avuto la meglio. Soprattutto l’ala grillina ha esultato platealmente, perché – si sostiene – grazie ad un rapporto deficit/PIL portato al 2,4% nel prossimo triennio sarà possibile mantenere fede alle promesse della campagna elettorale e avviare il reddito di cittadinanza. Già, ma di cosa stiamo parlando?

Sarebbe sbagliato fare spallucce di fronte al provvedimento. Non solo sul versante propagandistico questo segna un punto a favore del grillismo, ma neppure il suo impatto sociale immediato va sottovalutato. Tuttavia il concetto è di per sé fumoso. Sotto il suo ombrello possono essere attivate una serie di misure anche le più discordanti tra di loro. Vediamo come da parte sua lo ha presentato il Ministro Di Maio: «Non darò un solo euro a una persona che vorrà stare sul divano senza fare nulla. Con il reddito di cittadinanza facciamo un patto: vai nel centro per l’impiego, dove ti impegni per 8 ore a settimana nei lavori utili e intanto ti devi formare per un lavoro. Passi la giornata così, poi ti faccio tre proposte di lavoro. Se le rifiuti, perdi il reddito, se le accetti, perdi il reddito». In questa veste, la misura in via di approvazione non segna nessuna discontinuità rispetto ad altre misure di sostegno al reddito in auge nel ventennio liberista (da noi, REI e NASPI). La prestazione sociale è garantita solo a patto di prestazioni lavorative gratuite da parte dei disoccupati, i quali d’altra parte non si libererebbero dalla mannaia della sotto-qualificazione. Sono i classici tre piccioni con una fava: le amministrazioni locali strozzate dal patto di stabilità potrebbero contare su lavoro gratuito invece di assumere; i consumi di un’industria tutta volta all’esportazione e dunque non interessata  creare reddito dignitoso per i lavoratori verrebbero parzialmente rilanciati; il capitale continuerebbe comunque ad avere il coltello dalla parte del manico, visto che il reddito di cittadinanza non permetterebbe a disoccupati e sottoccupati di rifiutare più di tre lavori offerti alle condizioni tutt’ora vigenti.

Per come lo avevano pensato intellettuali e attivisti quali, buon ultimo, Luciano Gallino, il reddito di cittadinanza avrebbe invece dovuto avere uno scopo diametralmente opposto. Garantire a tutti un reddito dignitoso – 1.200 euro al mese? – proprio per permettere ai disoccupati di non più sottostare al ricatto di dover accettare offerte lavorative non consone con uno stile di vita decente. Il sociologo recentemente scomparso andava addirittura oltre, immaginando l’assoluta separazione tra percezione del reddito e situazione sociale del percettore – i 1.200 euro sarebbero stati garantiti pure una volta accettato un lavoro: un lavoratore che quindi avesse trovato un impiego a, poniamo ad esempio, 1.500 euro, avrebbe percepito 2.700 euro mensili.

Quello prospettato dal vice-premier di Maio si configura invece come un vero e proprio “reddito di servitù”, interamente compatibile con gli interessi dell’oligarchia italiana e con il modello di sviluppo stabilito per l’Italia da Berlino e da Bruxelles. Tanto è vero che il modello di ispirazione parrebbe essere radicato proprio nel piano di “riforme” tedesche Hertz 4, pensato per un paese alle prese con uno sviluppo “duale” (Est-Ovest) poi trapiantato quasi alla lettera nella costruzione dell’Unione Europea (Giacché). Un’Europa mediterranea deindustrializzata, dispensatrice di servizi a basso valore aggiunto, non h bisogno di manodopera qualificata e stabile. Disoccupazione e precarietà sono destinate a rimanere la normalità, e quindi ben venga qualche forma di sostegno, intermittente e condizionata, ai consumi basici.

Per uscire dal circolo vizioso in cui il nostro Paese è caduto servirebbe invece una politica complessiva in grado di ribaltare il modello di sviluppo attuale. Invece che misure fumose e condizionate di sostegno al reddito, una politica di massicci investimenti pubblici, destinati a creare lavoro buono e ben pagato, alta formazione per i tecnici ed i lavoratori, e pertanto altri investimenti in scuola ed università.

C’è da scommettere che, dopo un po’ di baccano ad uso e consumo dei pensionati tedeschi ad alto reddito che non vogliono “pagare i debiti dei meridionali”, il piano del governo non incontrerà le resistenze accanite dell’oligarchia continentale. Ricordiamo che nei vari memorandum delle varie troike il debito è stato usato come un’arma per condizionare le scelte politiche in senso oligarchico, non per stimolare la virtù dei popoli. Tenere l’Italia nel sottosviluppo ed i lavoratori sotto ricatto parrà loro una buona ricetta, per la quale si può sforare anche qualche zerovirgola di rapporto deficit/PIL. Ma non è di questo che il Paese ha realmente bisogno.