Dietro le quinte della crisi. Oligarchia finanziaria e democrazia

I governi d’Europa hanno finalmente scelto la strada della abdicazione per quanto attiene a poteri decisionali fondamentali, in favore degli esperti monetari. È una strada che privilegia il permanente plebiscito dei mercati mondiali rispetto al plebiscito delle urne.

Con la sinistra eloquenza di queste parole Hans Tietmeyer, allora governatore della Bundesbank, la Banca Centrale tedesca, ci informava giusto 20 anni fa in una delle sue rare uscite che la forza dei mercati finanziari andava sopravanzando la democrazia. La crisi istituzionale di questi giorni ci pone di fronte alla questione in modo aperto. Oramai il fatto che qualcosa suona terribilmente antidemocratico non lo si deve ricavare da studi complessi per addetti ai lavori. Lo si vede in diretta TV.

Facciamo un passo indietro. In un paese europeo le elezioni vedono la sconfitta dei sostenitori della  austerità; i vincitori hanno i numeri per formare un governo se trovano un accordo, ma c’è un problema: alcune componenti sono notoriamente assai ostili all’euro e alla NATO. Per cui il Presidente della Repubblica, in nome del rispetto degli obblichi internazionali, rifiuta di dare l’incarico  alle forze “antieuropeiste” e “antiatlantiste”.

Parliamo non dell’Italia, ma del Portogallo, ottobre-novembre 2015. Il parallelismo più inquietante è che nella motivazione il capo di stato afferma essere suo dovere “fare tutto il possibile per evitare che siano inviati falsi [?] segnali alle istituzioni finanziarie, gli investitori e ai mercati.” E’ opportuno ricordarlo per uscire da una discussione angusta (“Mattarella buono”, “Salvini cattivo” ecc.). Il problema è profondo e generale. L’Italia non è nuova a questo tipo di pressioni. Nel 2011 sul paese, ancora guidato dal debole esecutivo di Berlusconi, si abbattè il flagello dello spread. Quasi nessuno conosceva il significato del termine, ma tutti lo appresero rapidamente. Cosa comportasse lo disse abbastanza chiaramente Mario Monti sul Corriere:

La sequenza iniziata ai primi di luglio con l’allarme delle agenzie di rating e proseguita con la manovra, il dibattito parlamentare, la riunione con le parti sociali, la reazione negativa dei mercati e infine la conferenza stampa di venerdì, deve essere stata pesante per il presidente Berlusconi e per il ministro Tremonti. Essi sono stati costretti a modificare posizioni che avevano sostenuto a lungo, in modo disinvolto l’uno e molto puntiglioso l’altro, e a prendere decisioni non scaturite dai loro convincimenti ma dettate dai mercati e dall’Europa.

Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un «governo tecnico». Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un «governo tecnico sopranazionale» e, si potrebbe aggiungere, «mercatista», con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York.

Ma chi compone questo governo “sopranazionale” e “mercatistica? Il problema sorge con l’abbandono alla logica dei mercati di tre istanze fondamentali: la Banca Centrale, la circolazione dei capitali, e il mercato dei titoli interni. Senza poter usare politicamente la prima per la spesa pubblica, lo Stato deve raccattare i soldi presso gli investitori (cioè grandi banche d’affari e simili), piegandosi alle loro esigenze: se un interesse del 3% non basta (per ogni 100,00 te ne restituisco 103,00) si offre il 5, il 7, il 10%… Il problema è peggiorato dal fatto che i titoli di stato possono essere rivenduti e riacquistati dopo la loro emissione, nel cosiddetto ”mercato secondario”. La logica di mercato, un orizzonte di incertezze e aspettative diventa il vero fattore decisivo e agisce sulla possibilità di uno stato di finanziarsi.

La libera mobilità dei capitali a sua volta rende possibile la migrazione in cerca del massimo rendimento, condizionando le politiche pubbliche anche in altri campi. Il cosiddetto spread è l’indice di tale situazione: si tratta della differenza fra il rendimento dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi; una differenza molto marcata significa che l’Italia deve promettere un interesse alto per prendere soldi in prestito.

Nella Unione europea la situazione è peggiorata dalla blindatura che i trattati forniscono a tali politiche e dalle rigidità della unione monetaria per quanto riguarda l’eurozona. Tutti questi elementi (banche centrali indipendenti, libera circolazione dei capitali, mercato dei titoli interno, cambio fisso) trovano il loro centro geometrico nella primazia della accumulazione finanziaria. Un filo rosso che li lega tutti e che agisce sulla struttura degli Stati, che da esso vengono riconfigurati, stravolti e privati di un assetto democratico-costituzionale. La sovranità nazionale, forma giuridica della autodeterminazione popolare, o viene riorientata e rifunzionalizzata in funzione della finanza o dei mercati, o viene calpestata e soppressa. Sostanzialmente i governi hanno accettato che  cruciali elementi di politica economica rimangano esclusi dall’influenza del voto. Ma si è trattato di una scelta, dalla quale si può tornare indietro se si ha la volontà politica.

Si è realizzato quello che lo studioso S. Gill designa come ”nuovo costituzionalismo”, spiegando che

Il nuovo costituzionalismo comprende una miriade di accordi commerciali e di investimenti bilaterali, regionali e multilaterali, così come leggi di pareggio di bilancio e altri meccanismi che  incarnano una versione assai bizzarra dello stato di diritto: quella che garantisce i diritti di proprietà privata, incluse le opzioni di piena circolazione di capitali (“free trade”) con piena certezza per essi, mentre allo stesso tempo previene ogni controllo democratico sulla politica economica. […] Chiamo nuovo costituzionalismo il fulcro giuridico dell’ortodossia economica neoliberista. Esso mira a isolare i vertici decisionali della politica economica dal controllo democratico e dal voto, per porlo nelle mani degli interessi del capitale, in specie finanziario. L’esempio paradigmatico è la Banca Centrale Europea, una delle molte “indipendenti” banche centrali che hanno proliferato nell’età neoliberale sin dagli anni Ottanta.

La crisi attuale e la opposizione di Mattarella alla nomina di una figura autorevole, interna alle gerarchie di potere ma critico dell’euro al governo va vista nel quadro di sostanziale avocazione delle oligarchie europee di tale assetto e della blindatura verso ogni tipo di alternativa. Oggi l’alternativa è rappresentata da M5S e Lega, per cui in modo assai miope molti progressisti e radicali di sinistra esultano (sarebbe interessante sapere cosa pensino della censura di un governo di sinistra in Portogallo pochi anni fa). Ma inchinarsi ai mercati è una scelta sbagliata che costerà molto, molto cara. Se si polarizza un conflitto fra ortodossia dell’establishment e rivendicazione democratico-costituzionale, rintanarsi nella prima casella oltre ad avallare le politiche odiate antipopolari regalerà una battaglia di civiltà a chi ne è indegno o deve dare maggiori prove di coerenza in merito; e sancirà la supremazia degli stessi meccanismi che inevitabilmente castreranno ogni alternativa, che gli stessi ”progressisti” oggi vorrebbero, ma che un domani non troverà lo spazio politico adeguato, e che rappresenta il fondamento della Repubblica: un assetto democratico costituzionale, sola strada per chi voglia di nuovo dignità e diritti.

ps. com’è finita in Portogallo? Il premier ha dato la sua parola che avrebbe rispettato tutti i vincoli, ed è quello che sta facendo. Non proprio quello che si aspettava chi lo ha votato.