Diventiamo grandi

Quest’assemblea giunge dopo un anno duro, difficile, pieno di sconvolgimenti, di virate, di colpi di scena. Rispetto all’anno scorso sono cambiate molte cose, molti di voi l’hanno sviscerato compiutamente nei propri interventi. E tuttavia il 4 marzo, il dato politico per noi più significativo, non ci ha colti totalmente di sorpresa. Quello che avevamo paventato sin dall’inizio della nostra discesa in campo nel novembre 2016 con il manifesto per un populismo democratico ha ormai preso pienamente corpo. D’altronde lo si era visto con la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, due settimane prima che nascessimo, ed era proprio da lì che partiva la nostra analisi. Avevamo previsto l’ascesa dei populismi di destra in ogni dove qualora il vuoto politico non fosse stato riempito da una forza di segno diverso all’altezza della situazione. C’è una frase di quel manifesto, che dà una formulazione, una spiegazione teorica dell’insorgere di quei fenomeni. Quella frase recita: “la necessità di una nuova voce da parte degli esclusi è ben più importante dei contenuti specifici in cui viene declinata”. E così è stato. L’Italia non è più razzista, più xenofoba, più brutta di quanto non fosse il giorno prima. Il 4 marzo ci ha dimostrato soltanto una cosa: che l’Italia piuttosto è più disperata e impoverita e stufa di quanto non lo fosse prima. La vecchia ripartizione delle fedeltà politiche, già in evidente stato di stress, già incalzata da avvenimenti che ne mettevano a soqquadro configurazione e validità, è definitivamente saltata. L’avevamo previsto. Non siamo stati capaci di agire in tempo, arrivavamo forse troppo tardi rispetto al primo appuntamento. Si badi bene, al primo! La situazione rimane fluida e le finestre di opportunità continueranno a spuntare e quando questo governo cadrà dovremo avere già le spalle larghe per raccoglierne cocci. 

Tuttavia, questa nuova situazione ci obbliga ad affinare il nostro repertorio, a smaliziarci, a capire come muoverci in un terreno rinnovato e molti versi incattivito. Come ci si incunea nello spazio politico quando qualcun altro è già riuscito a rappresentare un elemento di novità, per quanto fasulla? Per certi versi, uno potrebbe essere portato allo scoramento. Il vessillo del cambiamento, la promessa di redenzione del paese, sono già stata incarnati da altri, così come molti dei simboli generici che avremmo potuto fare nostri, riempendoli dei nostri contenuti, sono stati per ora scippati. 

In questa situazione ci sono due ordini di errori in cui si rischia di cadere. È bene tenerli a mente e starne debitamente alla larga. Commetteremmo un passo falso molto grosso qualora incanalassimo la nostra azione in entrambi i sensi. Il primo errore è il riflesso pavloviano. Guai a cedere all’urlo della foresta della sinistra che a fronte di un governo regressivo non trova nulla di meglio che gridare al fascismo, paventando scenari catastrofici, vedendo la riedizione degli anni ’20 e ’30 ad ogni angolo. Vedete, oltre a essere analiticamente infondata – ma su questo non mi dilungherò – il problema principale di questa posizione è che non dice nulla alla stragrande maggioranza della popolazione. Non dice nulla soprattutto a quei segmenti popolari che hanno votato Lega e Movimento Cinque Stelle in massa, o che hanno semplicemente disertato le urne. E non per questo bisogna pensare a queste persone come se fossero irreversibilmente intrappolate in quei discorsi. Verrà – e di questo ne sono certo, altrimenti non mi prodigherei a far politica, e chi mi conosce sa il genere di sacrificio che per me rappresenta – verrà anche il momento in cui percepiranno Salvini e Di Maio come dei nemici dei loro stessi interessi, come degli impostori, dei falsi profeti. Ma questo avverrà solo nella misura in cui le critiche a questo esecutivo e le forze politiche che lo sostengono avranno un elemento di plausibilità e riecheggeranno con le loro esperienze, con il loro vissuto. Inseguire le ansie dell’antifascismo militante equivarrebbe quindi a suonare una campana che non sente nessuno.

L’altro errore da cui tenersi lontani è la reazione diametralmente opposta. Vedo, e certo non di rado, un atteggiamento di tolleranza, quasi di connivenza con questo governo presso certi settori di sinistra. Certo, questo governo è stato il primo a mettere seriamente in discussione uno dei parametri chiave dell’austerità imposta dall’Europa e a porre sul tavolo in maniera più netta la questione sociale. C’è lì un elemento di novità che va riconosciuto. Ma questo elemento si produce in un mare di porcherie, come il decreto sicurezza, come i porti chiusi, come la politica delle ruspe e della guerra tra i poveri che Salvini fomenta quotidianamente, come la xenofobia e il razzismo di cui questo governo abbonda. Quella non è la nostra politica, quelle non sono le nostre idee, come devo dirlo? Da tutto quel repertorio siamo lontani mille miglia e per quanto questo governo non sia fascista, sarei un incosciente se dicessi che non stiamo vivendo una deriva pericolosa che va contrastata a ranghi serrati. Sarebbe stupido perfino da un punto di vista strategico: d’altronde cosa stiamo qui a fare noialtri? A reggere il moccolo di un governo fondamentalmente di destra o creare lo spazio per una proposta tutta nostra, che non ha nulla a che fare né con sinistra sciapita né con una variante reazionaria del liberismo? 

Rappresi in una polarizzazione di questo tipo, che viviamo sulla nostra pelle, che si materializza concretamente attorno a noi nelle nostre reti sociali, nei media, per le strade, dobbiamo ritagliare una posizione diversa. So quanto sia difficile. Ma so anche quanto sia utile farlo. Ma come? È giusto allora che spieghi le modifiche che abbiamo voluto operare alla nostra struttura e che tracci a grandi linee quali credo debbano essere i futuri passi di Senso Comune. Innanzitutto non ci sarà più un Comitato Centrale, un bizantinismo rispetto alla nostra realtà attuale, che avevamo adottato l’anno scorso. Il Comitato Centrale non ha avuto quel ruolo di rappresentanza delle nostre basi, non ha fatto da collante, e spesso ha funto da tappo a un più fluido svolgimento della nostra azione. Abbiamo pertanto pensato di snellire la struttura, facendo sì che il solo Comitato Direttivo possa rendere più efficiente e svelto il processo decisionale. Questo non vorrà dire chiudersi a riccio. Questo vorrà dire coinvolgere sempre di più i gruppi tematici deputati all’elaborazione nelle rispettive aree di competenze, così come i gruppi territoriali, vera e propria nota dolente dell’ultimo anno. Il Comitato Direttivo sarà impegnato nelle prossime settimane ad individuare i migliori meccanismi organizzativi e digitali per far sì non solo che le basi possano diventare via via più protagoniste della vita dell’associazione, ma anche espandersi numericamente in maniera significativa. Sarà quindi compito del Comitato Direttivo aiutare passo a passo i gruppi locali, provvedendo loro gli spunti, lo stimolo e i materiali per poter condurre al meglio la propria battaglia.

Quale battaglia? Per cosa? E con chi? Io credo che a fronte delle novità politiche di quest’anno ci sia da ridiscutere l’orizzonte temporale che ci eravamo dati all’inizio, anche solo implicitamente. Affascinati da alcuni modelli politici che a torto o a ragione hanno ispirato il nostro cammino sin dall’inizio – Podemos in primis –, si era pensato nella possibilità di un’accelerazione brusca, una fiammata che potesse proiettarci alla ribalta dell’alta politica. C’era una dose di ingenuità politica in questo, nel senso positivo del termine: ossia quel candore entusiasta – ma tutto sommato ponderato, strategicamente ricercato – che avrebbe potuto far apparire un gruppo di giovani arrembanti e senza padrini politici una boccata d’aria fresca per la politica del nostro paese. Tuttavia, ciò non è stato possibile per varie ragioni che non abbiamo mancato di analizzare lungo il nostro percorso: una militanza di sinistra culturalmente restia al nostro repertorio politico-strategico che potesse dare gambe al progetto, mancanza di risorse cospicue, insufficiente sperimentazione dei nuovi registri comunicativi che ci eravamo prefissi (specialmente nel campo audio-visivo), dispersione geografica, mancato sgocciolamento di una certa cultura politica anche tra i nostri aderenti, distorsioni burocratiche (a cui ho appena alluso), incomprensioni ed errori umani. Abbiamo commesso diversi errori, io per primo. 

Ora, il realismo ci impone di guardare con maggior lucidità alla fase politica. Dobbiamo sempre lavorare per una fiammata, per un nostro sbocco elettorale, ricercando una finestra di opportunità per ottenere la ribalta, tenendo a mente che tuttavia potrebbe volerci un’incubazione più lunga. Non ci interessano i percorsi che si vanno facendo strada a sinistra e che prevedono la solita ammucchiata di sigle ammuffite. Non basta mettere al loro capo un personaggio pure carismatico come De Magistris. Questi sembrava voler tenere a bada le cariatidi (vecchie o giovani che siano) che popolano pericolosamente quel mondo. Sembrava poter essere il leader di un eventuale populismo di sinistra. Sembrava promettere bene. Ma non è riuscito a tenere a debita distanza la vecchia sinistra e difetta di un’analisi e una comprensione adeguate del tempo che viviamo, così come di un carisma spendibile oltre Aversa a nord e Torre Annunziata a sud. 

Per il momento ci importa continuare ad intensificare la nostra attività. Mi sembra che abbia parlato bene Paolo Gerbaudo all’inizio quando ha segnalato la necessità di dar vita a più campagne politiche, riempendo un terreno lasciato sorprendentemente scoperto in Italia. Campagne come quella per la nazionalizzazione di Autostrade che abbiamo lanciato nei mesi scorsi, come quella per i piani di lavoro che stiamo architettando, campagne per l’ecologia, campagne per un’uguaglianza di genere sostanziale nell’ottica di un femminismo populista. Dobbiamo quindi distinguerci su più piani e saper cogliere quel nocciolo buono del senso comune che cova della nostra società, dandogli voce, prospettiva, dignità politica, evidenziando quanto poco sia ascoltato dalle forze politiche esistenti. Dobbiamo in parallelo cercare di intrufolarci nella realtà associative e sindacali, affacciarci alle assemblee cittadine, nei tavoli di lavoro, in tutti i luoghi preposti alla discussione e la deliberazione nell’ambito locale. Andiamo nelle piazze, per le strade, tra i gruppi locali che lottano per qualcosa, e se non ci sono creiamoli noi, buttiamoci, non facciamo i timidi, e soprattutto attrezziamoci a mano armata per entrare nelle TV, nei grandi media di comunicazione. Non solo io, in molti, va creata una classe dirigente qua! Ma quanto è importante far sentire la nostra presenza in una varietà di “casematte” della società? Questo per farci conoscere e poter intessere relazioni politicamente fruttuose, ma anche per imparare un linguaggio comprensibile per i ceti popolari a cui ci vogliamo rivolgere. 

Ma c’è un orizzonte più alto, più nobile, più ambizioso verso il quale dobbiamo far convergere tutti questi nostri sforzi. Ne hanno già parlato in molti oggi. L’Italia è orfana da ormai troppo tempo di un grande partito di ispirazione progressista con a cuore gli interessi e le cause dei ceti popolari. Un partito trasversale, capace di fungere da raccordo tra gruppi sociali subalterni, un partito insediato nella società, un partito in grado di accogliere istanze di emancipazione di natura diversa in un’ottica complessiva e non particolarista di cambio della società. Non un semplice comitato elettorale votato al marketing e snaturato dalla funzione di “intellettuale collettivo”, non un accrocco di diverse sensibilità inconcludenti e gelose della propria identità, non un raffazzonato cartello elettorale guidato da leader improbabili, non un movimento più interessato a far baldoria per strada che a costruire egemonia, non una strampalata unità della sinistra senza interesse alcuno a creare una classe dirigente all’altezza della situazione. Naturalmente, non si tratta di proporre la creazione immediata di un partito, ma di avviare un percorso che da qui a qualche anno porti alla sua piena costituzione insieme ad altre forze che, come noi, condividono prospettiva ed obiettivi. E tutto ciò significa che, già in nuce, Senso Comune deve sempre di più approssimare queste coordinate che ho appena elencato, rendendole proprie nella nostra pratica politica quotidiana, calandole in un modo di far politica radicalmente diverso rispetto a tutto lo spettro della sinistra. 

Ma fatemi dire ancora qualcosa su come dovremmo comportarci per fare le cose per bene. Abbiamo individuato nei diritti sociali, nella lotta alle oligarchie politiche ed economiche, nel lavoro – inteso sia come salari, sia come pieno impiego sia ancora come lotta alla precarietà – il fulcro dei nostri obiettivi politici. E a questo vi abbiamo unito una riflessione critica sull’Europa, avanzando la riconquista di pezzi di sovranità popolare incautamente ceduti ad organismi non democratici.  Ci è chiaro che la sovranità è un mezzo per poter meglio difendere i nostri fini. Se non c’è sovranità non fai gli investimenti pubblici necessari, se non metti in discussione gli assetti europei, non torni a generare occupazione e a ridurre le disuguaglianze, probabilmente se non si esce dall’Euro saremo condannati a una stagnazione pluridecennale. L’importante è non fare di queste coordinate dei feticci, elevarli al rango di dogmi onanistici, soprattutto è importante stare alla larga dagli stupidi batti e ribatti con la vecchia sinistra su questa temi che ancora ci vedono coinvolti sui social. Ricordiamoci che dobbiamo combinare l’analisi concreta della situazione concreta con la consapevolezza che quella non potrà essere immediatamente la nostra strategia, che ci sarà bisogno di un filtro. Abbiamo bisogno di un populismo pragmatico, genuinamente contro-egemonico che sappia ragionare in termini di centralità politica. 

E proprio per questo, nonostante non ci si debba innamorare delle parole che poi è speculare ad averne paura, mi pare che il concetto di Patria abbia un concetto sempre più mobilitante, una forza intrinseca che dovremo saper interpretare. Lo dicevo nel discorso di chiusura dell’anno scorsa cosa significa per noi Patria. Patria “significa pensare al bene di chi abita questa terre, significa pensare in termini di una comunità inclusiva, aperta, plurale e che sappia coniugare le proprie tradizioni con quelle altrui. Significa federare i più deboli, quella maggioranza invisibile che ancora non sa di essere tale. … significa rivendicare quell’autogoverno che ci è stato espropriato. Significa reclamare che la politica non sia condizionata dall’economia, significa maggior democrazia”. Ecco, ci piaccia o no, il campo di gioco dell’egemonia è questo: quello dell’Italia. La lotta è per definire se questo campo scivolerà verso pulsioni regressive e di lotta tra poveri (come sta succedendo ora), o verso un’idea di Patria aperta, inclusiva, giusta che rivendica autonomia decisionale e conduce politiche a favore dei segmenti più svantaggiati. 

Riprendendo il titolo che abbiamo voluto dare a questa assemblea nazionale: diventiamo grandi. Diventiamo grandi se riempiamo le grandi parole della politica con le nostro proposte; diventiamo grandi se lasciamo dietro di noi le quisquilie teoriche, inacidite e oziose con la sinistra e i suoi cretinetti con le loro futili pretese di tenere la barra dritta; diventiamo grandi se ci rivolgiamo al grande pubblico con consegne concrete, chiare, incisive, parlando la sua stessa lingua; diventiamo grandi se ci convertiamo in un progetto seducente, sexy, capace di parlare davvero alle grandi maggioranze; diventiamo grandi se lasciamo dietro di noi la divulgazione fine a se stessa e facciamo davvero politica. 

Concludo con una nota personale. Ho due figli e sono da poco ritornato a vivere in Italia dopo 15 anni trascorsi all’estero. L’ho fatto perché credo nel nostro Paese, perché rifiuto quella cantilena sciocca che lo vuole arretrato e pieno di analfabeti funzionali e perché rifiuto quella ancora più irritante che vuole i giovani dei bamboccioni buoni a nulla. L’ho fatto perché ho pensato che fosse giusto provare a fare qualcosa di buono, di alto, forse di proibitivo. L’ho fatto perché non potevo tollerare di rimanerne profugo per tutta la vita, l’ho fatto perché amo terribilmente il posto dove sono nato e non tollero di vederlo vilipeso così come lo è stato negli ultimi anni, così come lo è, in forme diverse e non meno preoccupanti, adesso. L’ho fatto perché credo che la nostra generazione sia quella deputata a riprendersi quello che è nostro.