Dopo Marchionne tocca a noi ricostruire

Si può forse gioire del fatto che un uomo sia costretto a causa di un’operazione sul proprio letto di morte? Certamente no. Altrettanto certamente si deve rifuggire dalla tendenza tutta italica di beatificare – anche ante mortem – coloro che per il semplice fatto di essere stati in una posizione di potere abbiano creato intorno alle proprie controverse figure un dibattito pubblico. Gli uomini sono uomini, con tutti i limiti che possiedono.

Con queste brevi righe, non intendiamo nella benché minima misura fare una valutazione complessiva dell’uomo Marchionne. Questo compito non ci spetta, né ci interessa. Ciò che però imprescindibilmente siamo chiamati valutare è l’opera del Marchionne AD di FCA, l’ex Fiat ed ex colosso italiano della produzione automobilistica.

Già, ex colosso italiano, perché ormai la FCA – o Fiat che dir si voglia – di italiano ha ben poco. Che il gruppo possegga la propria sede legale ad Amsterdam e la propria sede fiscale a Londra sono indici più che chiari di come FCA abbia assunto negli ultimi anni le vesti di un cavallo di Troia, pronto a scavalcare nottetempo i confini dei singoli ordinamenti nazionali per ottenere trattamenti fiscali ed economici più convenienti, incurante degli effetti di dumping sociale che si andavano realizzando.

E se questo è vero, lo è anche grazie all’operato di Sergio Marchionne. In questo senso, si può dare un merito al Marchionne, cioè quello di aver squarciato il velo di Maya del capitalismo romantico, e di aver anzi svelato il volto brutale del capitalismo dl XXI secolo, fondato sull’estrazione del maggior plusvalore possibile dai lavoratori. Dietro il perenne ricatto della delocalizzazione, Marchionne infatti è riuscito a fare ciò che a nessuno era riuscito, e cioè non portare all’estero un’impresa italiana, ma a portare in Italia l’estero.

Proprio in Italia, e proprio grazie a Marchionne, hanno trovato cittadinanza contratti degradanti per le condizioni dei lavoratori italiani, che hanno visto ritornare indietro le lancette dell’orologio dei diritti individuali e sindacali. Quello che Fiat ha richiesto ai lavoratori italiani, infatti, è stata “una pesante riorganizzazione interna con la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese ed un impegno su Pomigliano di 700 milioni di euro, tramite il trasferimento delle produzioni della nuova Panda (in alternativa da realizzare in Polonia)”. Un’alternativa che ha avuto il sapore della minaccia, e che grazie anche alla rottura del fronte sindacale ha sortito i suoi effetti. 

L’accordo di Pomigliano in questo senso è un emblema del calpestamento dei diritti individuali e sindacali dei lavoratori. Tra i contenuti che vanno citati, basta la sola clausola n.8 dell’accordo, che stabilisce al riguardo che nel caso in cui la percentuale di assenteismo sia “significativamente superiore alla media” l’azienda non è più tenuta a corrispondere i trattamenti economici per malattia contrattualmente dovuti. Come dire, se ti ammali eccessivamente presumiamo la tua mala fede, e non ti paghiamo.  

Per non parlare poi degli altri contenuti del contratto che si prestano ad un utilizzo fortemente pregiudizievole dei diritti del lavoratore. I tempi a Pomigliano sono stati contingentati, e ridotti. Sono state ridotte le pause. È stato aumentato il ritmo produttivo, con buona pace della salute dei lavoratori campani che adesso svolgono – sempre grazie a quella tecnica ricattatoria – le stesse mansioni alla stessa velocità dei loro colleghi serbi.

Tutte queste misure possono essere considerate essenziali in un’impresa del XXI secolo, e lo sono se ci rifermiamo sempre e comunque a quel paradigma di aziendalismo – sfruttatore e tecnocratico – che ormai collega con un sottile filo rosso le fabbriche del Bangladesh, della Serbia e della Polonia a quelle d’Italia; paradigma di cui Marchionne è stato l’alfiere nostrano. Si tratta di un paradigma che – nella brutale visione contemporanea – non sembra più essere criticabile neppure da parte rappresentanti dei lavoratori, che sarebbero chiamati a tutelare gli interessi dei rappresentati, ma che invece accettano di buon grado le decisioni di una dirigenza sregolata. Del resto, se queste non fossero considerate necessarie ed in un certo senso ‘buone’ per il destino dell’azienda non si spiegherebbero le dichiarazioni di un rappresentante CISL Torino, che nel tracciare a Radio 1 un bilancio più che positivo dell’era Marchionne, non ha potuto che sorvolare sulle condizioni materiali in cui versano i lavoratori.

In questo senso, allora, la figura di Marchionne, pur non apportando nessun modello innovativo nel processo produttivo, ha creato quest’altra ferita sul volto della società italiana: ha contribuito alla disgregazione degli interessi dei ceti popolari e dei lavoratori; interessi che non non sono più coagulati intorno al conflitto e alla dicotomia servo-padrone, ma che vedono operaio e dirigenza alleati nel fronteggiare ‘le sfide dei mercati mondiali’.

La lettura elitista, fortemente sostenuta da gruppi politici di governo – primi tra tutti il PD – si è insinuata sempre più nella cultura politica contemporanea, fino ad elevare a massima universale il principio “gli interessi dell’impresa sono gli interessi nazionali”, o ancora fino a rendere fatto di senso comune che “gli interessi delle élites coincidono con gli interessi del popolo”. Si tratta di affermazioni false.

Queste massime, fallaci e controproducenti, rappresentano forse l’eredità più pesante di Marchionne. E proprio da un ribaltamento di questa visione – autoreferenziale e immobilista – è necessario partire per giungere di nuovo ad una centralità del conflitto, il solo che possa permettere la riacquisizione da parte dei lavoratori – e del popolo tutto – di tutti quei diritti sociali che in questi anni sono andati inevitabilmente perduti.

La sfida che la dirigenza Marchionne ci lascia è dunque questa, una sfida che ci costringe a smettere di pensare che gli interessi del popolo e delle delle élites siano sempre e comunque gli stessi; che gli interessi di Marchionne ed i nostri vadano di pari passo. È una sfida audace che ci richiede una presa di coscienza, e cioè quella di dover tornare di nuovo ad affrontare a viso aperto il conflitto sociale. Se non sapremo cogliere questa sfida, inevitabilmente vedremo distrutta non solo la classe lavoratrice italiana (già vessata più di altre), ma il popolo tutto, che proprio a causa di queste logiche collaborazioniste è sempre più trascinato verso il barato del precariato eterno.