Euro e Welfare, le nuove faglie della battaglia politica

Nel cosiddetto contratto Lega – 5Stelle ci sono molte cose che non vanno, ma anche due punti, abbastanza dirimenti, in senso positivo. Non vanno ad esempio le ossessioni da sceriffi, o proposte odiose come quella sugli asili nido gratuiti solo ai figli degli italiani. Per inciso, dire ciò non significa negare che di politiche serie per la sicurezza e la legalità ci sia bisogno, così come che sia necessaria una gestione politica della questione dell’immigrazione, che non va da sé, e implica soprattutto politiche sociali di sostegno, inserimento e integrazione, per disinnescare la bomba sociale delle periferie-ghetto e delle guerre tra poveri.

Ancora: un intervento sulle tasse è certamente giusto e augurabile per quello che riguarda i salari medio-bassi, ma la proposta del “contratto” premia i redditi alti, rovesciando un principio fondamentale, quello della progressività, fissato nella Costituzione (di cui giustamente si vuole affermare il primato, anche sui trattati europei, ma evidentemente non su questo punto). Così come si potrebbe proseguire nello specifico indicando omissioni (una su tutte, la reintroduzione dell’articolo 18), qualche genericità, e alcune proposte condivisibili come quella sull’acqua pubblica.

Ma ci sono due punti, nell’accordo di governo che si profila, che sono da considerarsi dirimenti, e in senso positivo: la messa in discussione per davvero del vincolo esterno (e nella prima bozza, che tanto scandalo ha suscitato, la cosa era detta in maniera ancora più chiara e netta); un intervento significativo sulla nuova questione sociale, contro disoccupazione e impoverimento, sul cui profilo complessivo si può discutere, ma che acquisisce un’indubbia valenza materiale e simbolica, attraverso l’introduzione del reddito di cittadinanza, investimenti pubblici “keynesiani” e la correzione della legge Fornero (legge che – lo vogliamo dire? – è stato un atto di violenza tecnocratica, oltre che di imperizia, considerando il disastro-esodati; poiché è un cavallo di battaglia di Salvini, dobbiamo far finta di niente e dire che va bene com’è?).

Mi colpisce molto, ma è assai rivelatore dei poteri antidemocratici che si sono messi in moto e della loro presa sul sistema mediatico, che ci si scandalizzi per l’eventuale nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia. Forse questo allarme rosso generalizzato è il segnale che si è toccato un nodo decisivo, dopo anni di cloroformio. In realtà, ciò che dovrebbe far riflettere è che certe verità fuori dal coro sull’eurozona, fondamentali per il futuro economico e sociale del nostro Paese, le dica con chiarezza un liberaldemocratico come Savona, dal pensiero autonomo, e non la sinistra (a parte alcuni grilli parlanti, che da tempo hanno cercato, inascoltati, di richiamare l’attenzione dei passeggeri del Titanic).

Non sarà dovuto, questo naufragio della sinistra, anche alla sua adesione cieca all’euro? E non è stato velleitario e irrealista limitarsi a vagheggiare un’altra Europa, senza porsi realisticamente il problema dei rapporti di forza, senza ragionare su un’alternativa, qualora la Germania, come credo, non accetti quell’unione politica della solidarietà – cioè dei trasferimenti interni, della condivisione del rischio-debito, degli eurobond – che sarebbe necessaria per sostenere l’impalcatura dell’euro senza costi sociali e democratici? Davvero l’idea di avere un “piano B” (come peraltro ha sostenuto anche Mélenchon) è così sbagliata? Eppure l’esperienza di Tsipras dovrebbe aver insegnato qualcosa anche a noi.

Le elezioni politiche italiane hanno confermato che la stabilizzazione (temporanea e più apparente che reale) dell’eurozona produce la destabilizzazione dei sistemi politici tradizionali: è il prezzo inevitabile delle politiche antisociali che la difesa fideistica dell’euro ha imposto e che le forze di sistema hanno assunto come un dogma. Guarda caso, negli ultimi tempi è tutto un profluvio di saggi “contro la democrazia”, i cui autori sono campioni dell’establishment neoliberale occidentale. Non sarà invece il caso di capire che certe parole d’ordine – sovranità popolare, sovranità dello Stato, critica del globalismo, difesa dei ceti popolari contro élites fallimentari e ciniche – debbono essere non rigettate, ma recuperate in chiave “costituzionale”? Certo, è un’operazione complessa, perché arriviamo tardi, e perché di quelle parole d’ordine si è appropriata, distorcendole, la destra. Ma riuscire a fare operazione culturali complesse, coraggiose e non equivoche, è la cifra della grande politica, quella che riesce ad aver presa sulla realtà.

Oggi la partita si gioca nel campo populista. Fuori c’è la spoliticizzazione (quella dell’elitismo tecnocratico e dell’europeismo di maniera, scollegato dalla realtà). L’obiettivo che abbiamo davanti (immane) dovrebbe essere, a mio avviso, quello di usare tatticamente un nuovo “populismo di sinistra” per rilanciare il conflitto sociale e una lotta egemonica. Per fare questo, però, non serve demonizzare, ma distinguere. E soprattutto riconoscere coraggiosamente l’obiettivo rilievo sociale e politico di certe proposte (come quella del reddito di cittadinanza e del recupero di sovranità democratica contro l’establishment eurista), che hanno intercettato delle domande popolari che avrebbero potuto e dovuto essere raccolte da una sinistra di popolo, se solo ci fosse stata. E lasciamo le giaculatorie pro-euro ai corifei dei mercati.

Da “il manifesto”, 26.5.2018