Dopo il fallimento del riformismo dall’alto. Un nuovo patto tra Stato e popolo

La legislatura che si apre rischia di coincidere con uno sgretolamento istituzionale e con lo sfarinamento del tessuto materiale dell’unità nazionale. La crisi del sistema politico italiano ha infatti raggiunto pericolosi livelli di guardia, rendendo non più rinviabile una sua profonda riforma di struttura.

Nella legislatura ormai alle nostre spalle, si è registrato un drammatico avvitamento di questa crisi: dalla delegittimazione e dall’ esproprio delle funzioni del Parlamento, a massicci fenomeni di trasformismo; dal rafforzamento di sentimenti antipolitici ed antisistemici, all’ indebolimento di valori fondanti della Repubblica come l’antifascismo; dal degrado sempre maggiore della vita politica, ad un drammatico calo di fiducia dell’opinione pubblica verso partiti ed istituzioni. La distanza tra dirigenti e diretti, tra centro e periferia, continua a crescere, indebolendo la costituzione materiale dello Stato e la forza della nostra democrazia. A questa pericolosa tendenza, il Partito Democratico ha provato a reagire con energia ma in modo insufficiente trasformando una legislatura di transizione, che sembrava nata morta, in una vera e propria legislatura costituente. Questo tentativo si è fortunatamente infranto il 4 dicembre 2016.

La crisi del sistema politico italiano viene da lontano. Il nostro Paese è infatti l’unica grande democrazia in cui un intero sistema di partiti, i soggetti fondatori della Repubblica, è stato spazzato via (nel drammatico passaggio 1992-1993), producendo una soluzione di continuità tra le culture politiche che avevano originato la democrazia italiana e le forze che hanno animato la vita nazionale a partire da allora. Il crollo della Prima Repubblica è stato causato da un progressivo slabbramento, a partire dalla crisi degli anni ’70, dei parametri generali italiani rispetto a quelli del resto d’Europa. Nemmeno il necessario, seppur tardivo (di almeno un decennio) auto-superamento del PCI poté assicurare al sistema una sua riforma dall’interno.

Al crollo del sistema politico italiano si rispose con la sottoscrizione del Trattato di Maastricht, con l’introiezione del vincolo esterno (in continuità con la storia delle nostre èlite nazionali) e con il passaggio ad un sistema maggioritario. Conseguenza ne è stata la contrapposizione tra due schieramenti in un bipolarismo muscolare che ha sfiancato il Paese, indebolendo l’azione di governo (a causa di un mancato riconoscimento reciproco) e restringendo enormemente la rappresentanza (quindi la base materiale della nostra democrazia). In più, nel decennio in cui la classe dirigente italiana, con Maastricht e l’ingresso nella moneta unica, tentava di ancorare l’Italia all’Europa, uno dei due schieramenti, il centrodestra berlusconiano, anziché interpretare la stessa funzione nazionale, seppur declinata diversamente, ed assicurare continuità di governo, manifestava apertamente il proprio sentimento euroscettico. A questo si è aggiunta la catastrofica riforma del Titolo V, che ha aumentato il divario tra centro e periferia.

La necessità di una riforma costituzionale che rivoluzionasse l’impianto istituzionale dello Stato è presente all’interezza della classe dirigente italiana (anche ai comunisti) almeno a partire dagli anni ’80. Negli ultimi venticinque anni, sono stati fatti tre tentativi: la Commissione Bicamerale ed i due referendum, nel 2005 il centrodestra, nel 2016 il centrosinistra. Senza entrare nel merito delle riforme, entrambi i referendum sono stati respinti per una massiccia mobilitazione delle opposizioni e perché vissuti dall’opinione pubblica come un test di metà legislatura sulla maggioranza di volta in volta al governo. La riforma non è stata percepita come un testo che nasceva dalla sovranità popolare.

Questa è la ragione per cui sembra necessaria la convocazione di una Assemblea Costituente, che chiuda l’infinita transizione istituzionale dell’Italia e che rifondi la Repubblica, ricostruendo un nuovo sistema politico di partiti. Tale ricostruzione passa necessariamente dall’approvazione di una legge di applicazione dell’art. 49 della Costituzione, che regolamenti la vita interna di partiti e sindacati, di una legge elettorale interamente proporzionale (possibilmente inserita in Costituzione); dal superamento del bicameralismo paritario, dall’introduzione di una clausola di supremazia che favorisca lo Stato nei conflitti di attribuzione con le regioni; dall’introduzione di un meccanismo di ‘sfiducia costruttiva’ che ci avvicini al modello di cancellierato forte alla tedesca.

La ricostruzione di un sistema politico dei partiti e la riorganizzazione istituzionale dello Stato sono dei momenti fondamentali per rafforzare la democrazia italiana, allargarne le basi materiali ed evitare gli scenari di scollamento ed erosione che si profilano all’orizzonte. La convocazione di una Assemblea Costituente permetterebbe di integrare in questo processo una forte ed essenziale spinta di partecipazione popolare: infatti, la riproposizione di un riformismo dall’alto, senza popolo, che provasse a rispondere ad una crisi organica della politica non con la politica stessa, ma solamente con l’ingegneria costituzionale e la sociologia, non potrebbe che aggravare il problema.