Ferragnez, il ritorno della rendita

Il giorno del matrimonio di Chiara Ferragni e Fedez è arrivato, e questo evento necessariamente ci impone l’obbligo di svolgere un esame critico del nostro sistema sociale ed economico. Naturalmente si chiederà il lettore che ci sarà mai di rilevante in un evento del genere con un’analisi generale della nostra società.

Ebbene, esattamente come una febbre alta è sintomo di un’infezione grave e profonda, così l’attenzione che riponiamo a questi eventi ed il modo in cui si svolgono può dirci qualcosa sulla nostra società, che voracemente ‘consuma’ queste figure di tendenza, come sono appunto la Ferragni e Fedez.  Sì, perché ormai il consumo lambisce ed assorbe anche le persone, riuscendo a trasformare in oggetto o ‘merce’ persino gli inflencer. Badi bene il lettore. Quella che ha sotto gli occhi non vuole essere una banale apologia del “non consumo”, e l’ennesimo invito a non comperare, o ad utilizzare i frutti della natura, tipico di una sinistra un po’ ingenua e radical chic. Tutt’altro. La critica che voglio muovere riguarda il modo in cui la figura dell’influencer ottiene i suoi ‘profitti’ (che derivano indirettamente dai nostri acquisti) e – soprattutto – che effetto ha questo sulla collettività.

Possiamo partire semplicemente dalla costatazione che ormai Ferragnez (così è stata ribattezzata la coppia) non è più una persona, né tantomeno due: Ferragnez è un marchio. Ebbene sì, la coppia ha trasformato la sua stessa esistenza in un brand, un’icona da apporre ad oggetti per pubblicizzarli, per certificare la loro qualità e soprattutto per testimoniare la loro conformità ad un certo tipo di cultura di consumi (e forse di vita).

Sarebbe ovvio pensare che questo sia sempre successo, ed in parte è così se pensiamo che la parola sponsor deriva già dal diritto romano, ove svolgeva però una funzione diversa. Tuttavia il livello a cui siamo giunti in questi ultimi anni dovrebbe far storcere il naso ad un lettore attento. La realtà di oggi non ci pone davanti le classiche figure di sponsorizzazione, con cui un famoso calciatore appare su un cartellone pubblicitario e ti invita a comprare l’oggetto sponsorizzato. Infatti, nella forma tradizionale di pubblicizzazione possiamo ritenere che dietro quel determinato contratto vi sia una (pur non faticosa) forma di prestazione, fatta di shooting fotografici, di ore di pose, di attese che – unite alla pregressa fama del calciatore – danno diritto ad un (astronomico) compenso. Compenso dietro prestazione, dunque.

Non sembra potersi ravvisare la stessa corrispondenza nell’opera di Ferragnez, posto che la ditta opera con due elementi di differenza. In primo luogo, i prodotti che pubblicizza vengono visti dal consumatore come se fossero già di sua proprietà, e come tale lo stesso proprietario dell’oggetto pubblicizzato diventa lo strumento produttivo, chiamiamo (per semplicità) questo aspetto “aderenza”. D’altro canto, i mezzi di pubblicizzazione utilizzati non vengono fatti percepire al consumatore come frutto di una vera e propria prestazione, nel senso che senza un apparente sforzo, basandosi ad esempio su una pic volutamente spontanea fatta come viene, chiamiamo questo aspetto “immediatezza”.

L’aderenza del prodotto da pubblicizzare alla figura dello sponsor, è un abile strumento con cui riesce a strumentalizzare la stessa figura dell’influencer, trasformandola in un vero e proprio mezzo di produzione. In questo modo, l’influencer riesce a vendere il prodotto, mostrando sé stesso come dovrebbe apparire naturalmente secondo il suo gusto. Insomma facendo di sé stesso poco più che un feticcio, uno strumento dell’agenzia pubblicitaria, in parole molto povere: una specie di cartellone pubblicitario umano. Dalla possibilità di utilizzare sé stessi come strumenti di produzione, l’influencer riesce ad ottenere un valore senza necessità di alcuno sforzo particolare dopo un certo numero di like.

L’immediatezza, infatti, consiste nella possibilità di ottenere un introito senza la necessità di compiere un’attività lavorativa o di investimento vera e propria. L’entrata deriva semplicemente dalla conseguenza che gli influencer sono ‘proprietari di sé stessi’, cioè di ‘beni’ fruttiferi dotati di una autonoma capacità produttiva e che come tali possono pubblicizzarsi, banalmente svolgendo attività quotidiane, non paragonabili ad un lavoro. 

Ma anche a voler esser buoni, ritenendo che quest’attività consista in una forma di lavoro, va constatato che le entrate di questi influencer sono fondamentalmente basate su ‘lavoro pregresso’ (‘lavoro morto’ o ‘capitale’ potremmo dire in senso marxiano), cioè quello che ha permesso di ottenere migliaia di follower all’inizio della propria carriera, senza che a questo si debbano aggiungere sempre nuovi sforzi, come avviene invece per tutti gli altri lavoratori.

Il sogno di chiunque direte voi, o forse no. Ma prescindere da ciò che diciate, sappiate che ciò che permette a Ferragnez di guadagnare 12.000 euro a post, non è altro che una vecchia conoscenza dell’economia classica che ritorna in una forma nuova: la rendita. Nella fattispecie, sembra potersi ascrivere questa tipologia di rendita a quella definita già da Ricardo come “rendita di posizione”, solo che invece che rappresentare un surplus ottenuto da una migliore collocazione del terreno rispetto ad altri (Ricardo), la rendita della Ferragni-Fedez si basa su una posizione di primato ottenuta grazie ad un numero di follower sterminato ed incredibilmente più alto (ecco la posizione) degli altri utenti di instagram o del social network in questione.

Insomma, a mio modo di vedere, dietro questi fenomeni che possiamo ritenere nuovi, innovativi si celano delle situazioni non troppo differenti dalle rendite che otteneva dai suoi terreni il compianto Principe Fabrizio Salina, protagonista de Il gattopardo. Vi sfido ad immaginare adesso la Ferragni con la barba ed i mustacchi che pubblicizza l’ennesima collanina di conchiglie. Non fa lo stesso effetto, vero?

L’altro aspetto che mi premeva analizzare è il rapporto di questi soggetti con la collettività. E questa volta ciò che trovo davvero inquietante è la subordinazione degli organi che rappresentano la collettività stessa rispetto alle esigenze di questi nuovi ricchi. Se vi trovaste a passare in questi giorni per Noto, il luogo dove si svolge il matrimonio di Ferragnez, trovereste una città sapientemente blindata dallo stesso Comune, ed interdetta in alcune zone al transito degli stessi cittadini che a Noto risiedono.

La ragione che molti adducono per giustificare questo comportamento dell’ente pubblico, totalmente asservito all’interesse privato, è la seguente: “ma almeno portano soldi”. Già, portano soldi. Perché il Comune di Noto, beninteso come avrebbe fatto probabilmente qualsiasi altro comune in preda alle restrizioni che l’Europa impone, spera di ricevere un beneficio in termini d’immagine, di valore e di partecipare dunque alla visibilità della coppia Ferrignez. In altri termini, il Comune spera di partecipare alla ricchissima rendita della coppia.

Quella stessa rendita che la nostra Costituzione, a detta di tutti i giuslavoristi, condanna nella parte in cui afferma che “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Lo stato dell’arte che viene fuori da queste considerazioni sembrerebbe allora questo: l’interesse pubblico è piegato al superiore interesse privato di qualche facoltoso rentier, nella speranza per il pubblico stesso di ottenere qualche briciola di incasso.

Vi suona familiare?