I dilemmi del grillismo tra protesta e governo

Le democrazie liberali sono tutte tendenzialmente bipolari (che piaccia o no, è un’altra questione). Perfino la prima repubblica italiana, nella quale sopravvivevano forti identità socialiste e perfino repubblicane, può essere classificata come un sistema bipolare, ancorché “imperfetto”; tant’è vero che proprio i socialisti tornarono a crescere, negli anni Ottanta, quando si iniziò a considerarli i potenziali capifila di uno dei due poli. La tendenza dell’elettorato  a ragionare in termini di bipolarismo è ancora più riscontrabile  in un panorama largamente post-ideologico – o per meglio dire de-ideologizzato – come quello dell’Italia attuale. Da parte dell’elettorato è istintivo e immediato il riconoscimento di una (e tendenzialmente una sola) maggioranza e di una (e tendenzialmente una sola) opposizione. Allo stato attuale c’è quindi una maggioranza guidata da Salvini, e c’è una opposizione (per quanto debole) guidata dal PD. Questo rende impossibile la sopravvivenza o l’emersione di una forza terza con potenzialità egemoniche? No, purché la forza terza si presenti non come un attore subordinato a uno dei due schieramenti in campo, ma come un attore che disegna un nuovo campo da gioco. Il Movimento 5 Stelle ebbe questa forza sul finire della seconda repubblica, non è detto che la conservi nel corso della terza. Da questo punto di vista, le elezioni abruzzesi hanno suonato un campanello d’allarme che, a giudicare dai retroscena dei giornali (anche di quelli “amici”), ha messo il grillismo in fibrillazione.

Si dice, per controbilanciare le letture più pessimistiche, che nelle elezioni locali il Movimento mostri storicamente maggiori debolezze, per via dello scarso radicamento territoriale e per l’impossibilità di far convergere sui propri candidati un generico sentimento di protesta. C’è senz’altro del vero in questa osservazione, ma forse proprio partendo da essa bisogna aggiungere quanto meno che l’azione di governo non ha permesso ai Cinque Stelle 1) di invertire questa tendenza (si era in una regione del sud, dove in via ipotetica c’era da aspettarsi un traino elettorale dal varo annunciato del reddito di cittadinanza) e 2) di iniziare a ragionare sulla ormai decennale tara nella formazione di classi dirigenti adeguate (da questo punto di vista dobbiamo registrare una possibile svolta da parte di Di Maio nel suo ultimo post; anche se è sintomatico che, per riflettere sulla sconfitta, il “capo politico” non si sia ritirato in una sede istituzionale o del Partito, ma nella sede di una impresa privata qual è la Casaleggio e associati).

Questo vuol dire che l’eccezione apertasi con l’irruzione dal grillismo sia già chiusa, e che si torni al vecchio scenario dell’alternanza tra centrodestra e centrosinistra,  seppure con rapporti di forza mutati tra gli schieramenti e tra le forze politiche che li compongono? Per molti versi la situazione rimane fluida. I gruppi dirigenti tradizionali non sembrano avere le potenzialità per riassorbire la crisi di legittimità nella quale sono incorsi. Le contraddizioni interne agli schieramenti sono ancora oggi più forti di quelle tra gli schieramenti. Si pensi solo alla Lega, che raccoglie i frutti dell’azione di governo e di quella propagandistica in una regione del sud, ma si prepara, con l’approvazione del regionalismo differenziato, a inferire colpi mortali al welfare e al sistema educativo meridionale. O al PD, che vede i termini della propria opposizione oscillare tra il “forza spread” e la solidarietà alle piazze sindacali. Insomma, il sistema non ha ancora trovato una nuova quadra, e forze anti-sistema possono ancora sorgere o assestarsi.

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