I guardiani dell’austerità

Vi è in Italia un quarto Partito, che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e di rendere vano ogni nostro sforzo, organizzando il sabotaggio del prestito e la fuga dei capitali, l’aumento dei prezzi o le campagne scandalistiche. L’esperienza mi ha convinto che non si governa oggi l’Italia senza attrarre nella nuova formazione di Governo, in una forma o nell’altra, i rappresentanti di questo quarto Partito, del partito di coloro che dispongono del denaro e della forza economica.

Alcide De Gasperi, aprile 1947

Le teorie del complotto non avevano ancora sostituito l’analisi politica, in quell’Italia del ’47 in cui i partiti appena rinati iniziavano a riappropriarsi delle loro funzioni democratiche e del loro ruolo di nesso forte tra il popolo e lo Stato repubblicano. Il quarto partito, il partito degli investitori, dei risparmiatori anche medio-piccoli, temeva la forza che comunisti e socialisti stavano acquisendo tramite la loro partecipazione ai governi di unità nazionale. Andava quindi, quel quarto partito, rassicurato. Di qui, oltre che dalle spinte geopolitiche provenienti da oltre-atlantico, l’esclusione delle sinistre dal governo e l’avvio della stagione del “centrismo”, poi sanzionata dai risultati delle elezioni del 18 aprile dell’anno successivo. Dal punto di vista economico, all’appello alla benevolenza del “quarto partito” e all’estromissione dei ministri social-comunisti, seguì una stretta creditizia ad opera del super ministro dell’economia Luigi Einaudi (poi assurto al Quirinale) che gettò il paese nella recessione e fece scoppiare la disoccupazione. Un impianto austeritario che fece da prodromo alla ricostruzione del Paese in senso liberista. 

Oggi all’intero del panorama istituzionale e politico italiano continua ad agire un Partito esterno a quelli che si presentano alle elezioni, un Terzo Partito dei risparmiatori e degli investitori che avrebbe come referenti il Ministro dell’economia Tria, il Presidente del Consiglio Conte e il Presidente della Repubblica Mattarella. Succede cioè che una parte consistente dei gruppi dirigenti del Paese – ormai da decenni – ricerca la propria legittimazione meno nel responso elettorale e più in organismi internazionali e gruppi economici che hanno a disposizione un voto plurimo. 

Lasciamo perdere il giudizio sulla manovra economica attualmente sotto i riflettori di Bruxelles: evidentemente i suoi limiti erano ben presenti anche a chi l’aveva elevata niente di meno che a strumento di salvezza del Popolo, se è vero che nello spazio di un mattino a Buenos Aires il Presidente Conte l’ha svenduta a Juncker senza batter ciglio. Il fatto è che una parte della nostra classe politica deve le proprie fortune a meccanismi che niente hanno a che vedere con la democrazia rappresentativa. E, se è pur vero che di Conte e di Tria quando ci saremo lasciati alle spalle la parentesi del governo giallo-verde non sentiremo più parlare, maggiore attenzione merita il ruolo svolto dal Presidente della Repubblica. Non tanto per la persona di Sergio Mattarella, da tutti stimato. Quanto perché Mattarella è il terzo Presidente che piega le istituzioni repubblicane alle esigenze del pieno dispiegamento del vincolo esterno. L’eccezione invocata ai tempi di Ciampi – i “sacrifici per entrare in Europa” -, e poi di Napolitano – Monti e la “manovra salva-Italia” – è cioè costituzionalizzata.

Complotto? Sarebbe più utile ragionare politicamente, anche perché il Terzo Partito agisce alla luce del sole, rispondendo a interessi economico-sociali ben precisi. Mattarella non ha abdicato al suo ruolo di garante delle Istituzioni. Ha però scelto delle priorità, di valorizzare cioè, del dettato costituzionale, quello imposto sull’onda della crisi, con il pareggio di bilancio inserito nella Carta del ’47. Si è trattato di un’operazione fortemente contraddittoria rispetto al resto dello spirito e della lettera della Costituzione. Tuttavia, se l’attuale Presidente della Repubblica, il primo ministro ed il ministro dell’economia – e con loro, c’è poco da prendersi in giro, l’intera maggioranza, al di là della retorica – hanno intrapreso una scelta politica, quella cioè di rassicurare gli interessi del Terzo Partito, questa  scelta in regime democratico può e deve essere rovesciata. Il momento non si presta ad analisi complottistiche, ma richiede azione politica forte e rinnovata.