I migranti, il senso comune e la politica

Si dice che chi si oppone al governo sul terreno dei diritti dei migranti “fa il gioco di Salvini”. Le cose sono un po’ più complicate di così. Il giudice che scarcera la Capitana della nave Sea Watch appartenente ad una ONG non fa il gioco di Salvini, applica la legge dopo averla interpretata (può non piacere la legge, e addirittura può non piacere la maniera in cui un giudice l’ha interpretata, ma è legge). La ONG che fa sbarcare i migranti raccolti in mare non fa il gioco di Salvini, risponde alla propria ragione sociale (che può piacere o meno; rimane il fatto che una organizzazione che ha come unico scopo raccogliere naufraghi non è tenuta a prendere in considerazione altre variabili, a parte il rispetto della legge).

Chi però dovrebbe fare opposizione al governo e lo fa caratterizzandosi attraverso battaglie totalmente aliene al senso comune non è che fa il gioco di Salvini, ma sicuramente non ne scalfisce il potere. Se c’è un senso comune favorevole al blocco di potere oggi al governo, questo va cambiato, ma non può essere cambiato astraendosi totalmente dalle ragioni che sono alla base di questo senso comune. In ballo c’è la costruzione di un blocco sociale potenzialmente maggioritario in grado di cambiare le relazioni di forza nella società, anche (soprattutto? decidete voi) a vantaggio dei migranti, ma che non può avere il tema dei migranti come chiave di volta. Perché? Perché non funziona, perché spinge all’irrilevanza, perché non contribuisce ad erodere l’egemonia di chi contro i migranti si accanisce per ragioni di bottega (e di interesse di chi sulla condizione di illegalità dei migranti si arricchisce). 

Quando un gruppo dirigente fallisce la missione di ritrovare la connessione sentimentale col proprio popolo diventa astratto, libresco, incapace ad agire. Attenzione, questo non significa che abbiamo a che fare, nell’Italia del 2019, con un popolo genericamente razzista e abbrutito, e che questo sentimento debba essere cavalcato da tutto lo spettro politico, pena l’irrilevanza. Significa che sarebbe essenziale che i gruppi dirigenti si attivassero per indovinare i veri punti di attacco – discorsivi e pratici – nei confronti del blocco sociale dominante. Per disarticolarlo e per far seguire a questa disarticolazione un progetto politico contro-egemonico. A partire da parole d’ordine concrete, campagne efficaci, e (soprattutto?) a partire da un rinnovamento assoluto delle facce chiamate a mettere in campo questa nuova ondata.

Ci vorrebbe insomma, per dirla in una battuta, che ognuno facesse il suo mestiere, che i giudici facessero i giudici, le ONG la beneficienza e i politici la politica.