Il 4 marzo e la società italiana

Le elezioni del 4 marzo hanno terremotato gli assetti politici consolidati, e le consultazioni per la formazione del governo sono lì a dimostrare quanto il nuovo quadro sia di difficile ricomposizione. Per recuperare il bandolo della matassa è imprescindibile un’analisi degli stravolgimenti che, a monte dell’assetto politico, hanno riguardato la società italiana nell’epoca della crisi; o meglio, nel trentennio neoliberale che ha preceduto la crisi e nel decennio di austerità che l’ha accompagnata. Si tratta di stravolgimenti che hanno investito il complesso della società, non solo questa o quella classe sociale o fascia di popolazione.

Le elites economiche e politiche, ed i loro house organs, vivono una drammatica crisi di autorità, imputabile a tre fattori: 1) il venir meno delle premesse, narrative e materiali, su cui si era retto il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Secondo queste false premesse, la “globalizzazione reale” avrebbe rappresentato un fattore di progresso per l’intera società, e soprattutto per una classe media, espressione dei settori creativi della finanza e della cultura, destinati a divenire perno della vita nazionale, in quanto strutturalmente capaci di trarre profitto dalle opportunità di un mercato mondiale sempre più aperto. D’altra parte, parevano garantiti ampi margini di mantenimento di un welfare sì riformato rispetto alle presunte invadenze clientelari che ne avevano accompagnato l’impiantazione nel Paese, ma comunque generoso nei confronti dei pochi esclusi dalla grande ondata modernizzatrice. Un futuro di opportunità, benessere e ricchezza diffusa era pronosticato, per quest’Italia di classi medie in ascesa; 2) le stesse elites si sono dedicate a ricercare la propria legittimazione al di fuori del corpo sociale della nazione. “Ce lo chiede l’Europa”, “ce lo impongono i mercati” e formule del genere tradiscono la cogenza del vincolo esterno non solo come via alla ristrutturazione dell’apparato produttivo e dei rapporti di classe, ma anche come fonte alternativa di legittimazione dei gruppi dirigenti; 3) tutti questi processi sono stati accompagnati e facilitati dalla sostituzione dei grandi gruppi industriali al vertice della piramide sociale ad opera dei nuovi gruppi finanziari. In tutte le epoche, il prevalere del capitale finanziario è stato accompagnato da un forte allargamento della forbice sociale e da una minore ricerca di legittimazione da parte dei gruppi ascesi al rango di dominanti sull’onda della finanziarizzazione. Come osservava Marx, “alla sommità stessa della società borghese trionfava il soddisfacimento sfrenato, in urto in ogni istante con le stesse leggi borghesi, degli appetiti malsani e sregolati in cui logicamente cerca la sua soddisfazione la ricchezza scaturita dal gioco, in cui il godimento diventa crapuleux”.

L’aspetto più vistoso di questa crisi di legittimità delle classi dirigenti è costituito dalla rivolta dei ceti medi, i quali, viste a rischio, se non definitivamente compromesse, le possibilità di perpetrare il proprio status, si sono staccati dal blocco dominante dando linfa a progetti politici autonomi. Del resto la precarietà e la saltuarietà degli impieghi ha colpito le fasce intermedie, per questo oscillanti tra aspirazioni classicamente borghesi e condizioni reali tipicamente sottoproletarie. Quali le radici della rivolta? 1) l’incepparsi dei meccanismi dello sviluppo economico ha fatto sì che i gruppi privati non fossero più in grado di assorbire ceto medio, e lo Stato avesse meno possibilità/necessità di formare tecnici, impiegati, insegnanti ecc; 2) l’adesione ai parametri di Maastricht ha messo vincoli rigidi alla spesa pubblica improduttiva, tradizionale via di consenso dei partiti di governo della I Repubblica. Allo stesso tempo, il venir meno della minaccia comunista ha fatto pensare che si facesse meno pressante l’esigenza di “comprare” consenso di massa, specialmente nelle regioni meridionali; 3) la crisi della funzione degli intellettuali, accomodatisi nel “riflusso” o rimasti a tessere le trame discorsive di un ordine poi entrato definitivamente in crisi.

La classe operaia della grande fabbrica, un tempo nerbo delle lotte progressiste, è stata sconfitta e dispersa 1) dal recupero della piccola impresa in via subordinata e dalla periferizzazione dell’apparato produttivo del Paese (si tratta in parte conseguenza della nuova divisione continentale del lavoro, in parte di scelte politiche che hanno caratterizzato tutto l’Occidente); 2) dall’ondata di disoccupazione operaia che si è abbattuta sul Paese; 3) dall’inadeguatezza delle strutture tradizionali del movimento operaio.

A rischio di incappare in alcuni inevitabili schematismi, questi molteplici sconvolgimenti sopra sinteticamente richiamati ci possono spiegare in maniera abbastanza esaustiva il nuovo quadro politico affermatosi il 4 marzo. Il PD è stato sconfitto perché sono venute meno quelle premesse nella società che lo avevano tenuto a battesimo. È stato percepito come il partito arroccato a difesa di un ordine costituito che ormai non ha più capacità attrattive nella società sconvolta dalla crisi. Il M5S è la forza che, al contrario, ha “aderito come un guanto” alle molteplici e contraddittorie spinte insorte nella società. Elettoralmente ciò si è tradotto in una affermazione strabiliante. Il problema si presenterà quando, una volta al governo, dovrà necessariamente selezionare le domande sociali da accontentare e quelle da reprimere. Bisogna cioè vedere se riuscirà o meno a trasformare in blocco sociale egemone il magma sociale che ne ha accompagnato l’ascesa. La destra dal canto suo questo blocco sociale lo sta già formando, dando risposte in termini di nuove gerarchie di cittadinanza e di protezione dell’apparato produttivo nazionale. 

È ancora presto per stabilire se questo quadro politico andrà incontro ad una consolidazione o ad un frano repentino. Certo è che ogni progetto ad esso alternativo dovrà basarsi sulla costruzione di un nuovo blocco sociale e dovrà mostrarsi innovativo negli strumenti, nei linguaggi e nei gruppi dirigenti, pena la residualità e l’irrilevanza politica.

Da “Il manifesto”, 10. 4. 2018