Il “fattore E” e la questione dell’egemonia

Il ritorno di Errejón sulla scena politica con un progetto politico autonomo di caratura nazionale, Mas Pais, ha provocato un sommovimento di non poco conto nello scenario elettorale al di là dei Pirenei. Ideologo populista che, assieme a Pablo Iglesias, aveva contribuito più di ogni altro alla caratterizzazione di Podemos al momento  dell’irruzione del soggetto politico che negli ultimi anni ha dinamitato il panorama spagnolo, Errejón, le sue idee e le figure a lui più vicine erano stati poi emarginati all’interno del partito, nel momento in cui questo aveva progressivamente intrapreso una svolta verso la sinistra radicale tradizionale. Di qui la sua uscita da Podemos e la sua candidatura alla presidenza della regione di Madrid con una lista autonoma. Il contributo dell’errejonismo non è stato sufficiente all’area progressista per strappare alla destra la guida della comunità autonoma madrilena, ma il buon risultato raggiunto ha convinto il giovane leader a replicare ed ampliare la sua opzione su scala nazionale.

I primi sondaggi in vista delle legislative di novembre (per quel che valgono), e soprattutto la catalizzazione mediatica prodottasi attorno alla scelta di Errejón, sembrano confermare il senso della sfida, nella misura in cui Mas Pais sta portando alla coalizione progressista un valore aggiunto in termini di idee e di consenso che potrebbe risultare decisivo per la formazione di un governo di sinistra all’indomani delle elezioni. Da questo punto di vista, le intemerate al limite dell’osceno dei portavoce della destra spagnola più reazionaria sembrano spiegare più e meglio il senso dell’operazione, rispetto ai tweet al veleno degli ex compagni di partito che accusano Errejón di tradimento, di essersi messo al servizio dei poteri forti e dei grandi gruppi editoriali per “rubare” voti a Podemos e metterli al servizio di un governo di sinistra liberal-liberista in combutta con la socialdemocrazia del PSOE. Dalle inchieste infatti risulta che Mas Pais non “ruberebbe” voti né a Podemos né al PSOE, ma li pescherebbe nell’astensione e nel campo avverso.

Fin qui ciò che succede in Spagna. Ma la vicenda può assumere valenza più generale. Anche da noi in Italia la nascita di un nuovo soggetto allo stesso tempo progressista e nazional-popolare, come stiamo tentando di costruire con PEC e Senso Comune, andrebbe probabilmente incontro a reazioni contrastanti da parte dei soggetti tradizionali. Chi di noi, impegnato in questa terribile impresa, non si è mai sentito apostrofare con sdegno o ironia “ah, ma che fate, un altro Partito?”. “Così si regalano voti alla destra!”. “State tradendo l’unità del centrosinistra/il vero sovranismo di sinistra/ la vera sinistra” ecc. ecc. Un simile atteggiamento nasconde a ben vedere alcune delle tare che stanno penalizzando l’area progressista in questo Paese, ossia l’incapacità di uscire da un ragionamento tutto interno al ceto politico, il conseguente elettoralismo spiccio e, al fondo, una tendenza al ripiegamento frutto dell’incapacità di ragionare in termini egemonici.

Già, perché l’area progressista, vuoi per pigrizia intellettuale, vuoi per un riflesso condizionato da anni e anni di sconfitte, è abituata a pensare se stessa come un campo chiuso, impermeabile e non espandibile. Per cui tutti gli sforzi della nostra area sono dedicati a serrare le fila, rafforzare il proprio identitarismo, ripetere allo sfinimento le formule di base di ognuna delle frazioni di cui essa è composta. Per cui, qualsiasi novità si produca, questa è vissuta come una minaccia nei confronti della propria micro-rendita di posizione e non come una possibilità di espansione egemonica del campo progressista nel suo complesso.  Una rissa continua all’interno di un pollaio ormai toppo stretto. Al di là del nostro steccato ci sono i barbari, per cui bisogna erigere muri ben saldi, non ponti verso l’ignoto. 

Il nostro progetto politico, al contrario, parte dal presupposto che l’area progressista deve trovare terreni di espansione all’interno della società e del Paese reale, laddove al momento imperversano le armate nemiche. Non si tratta di togliere spazio alle identità consacrate (ancorché consunte), ma di inglobare nell’area nuove energie nel tentativo di dialogare con le grandi maggioranze sociali.

Non è un compito facile, né esperienze maturate altrove sono automaticamente traducibili nell’arena politica del nostro Paese. Tanto più che da noi i blocchi politico-sociali in campo sono tradizionalmente più impermeabili che altrove, e inoltre quel po’ di spazio di permeabilità che la crisi aveva aperto è stato parzialmente assorbito dal grillismo. Ma la scommessa di un nuovo soggetto politico capace di non farsi risucchiare dal gorgo delle mille identità contrapposte dell’area progressista, e di trovare linguaggi idee e persone in grado di fare il salto e di dialogare con le grandi maggioranze sociali del Paese, allo scopo di allargare l’area progressista, mai come oggi merita di essere vinta.