Il filo spezzato tra democrazia e conflitto

La cronaca politica globale degli ultimi anni ci parla dell’impossibilità di governare la crisi a partire dall’accettazione delle strutture politiche e sociali che l’hanno prodotta. Fenomeni politici che al momento della loro apparizione sulla scena sembravano destinati a segnare un’epoca intera hanno poi tardato lo spazio di un mattino a rivelare una fragilità ed una caducità sorprendenti. Se in Italia nel giro di mezza legislatura abbiamo assistito alla nascita, all’apogeo e al fulmineo tramonto del renzismo, oltralpe la situazione presenta visibili analogie. La popolarità di Macron è ai minimi a pochi mesi dalla sua elezione. Dopo che si era assistito all’inedita resa, senza combattere, del suo predecessore Hollande. Ma più in generale sono stati gli interi sistemi politici dei due paesi vicini a vacillare. La stessa sorte è toccata, in Spagna, al regime nato dalla transizione, che pure a cavallo del secolo era stato additato a modello da imitare. La Grecia è stata stritolata dall’accanimento della troijka, e se è vero che forse Tsipras ha salvato il salvabile, lo ha fatto però rimanendo costretto all’interno del recinto neoliberale, ridimensionando suo malgrado aspettative che si erano create attorno all’esperimento di Syriza. All’altro capo del mondo, in Argentina la destra di Macri, salita al potere in seguito ad una rivolta delle classi medie che pure si erano giovate della cura neoperonista, non ha trovato di meglio da fare che riconsegnare il Paese tra le braccia del FMI e delle sue fruste ricette. 

Ma ormai il crollo non riguarda più soltanto le periferie. In Gran Bretagna, dopo la caduta del blairismo, i conservatori non sembrano in grado di sgomberare il campo dalle macerie della Brexit. Perfino mamma Merkel, che sembrava destinata a distribuire in eterno le carte della partita politica continentale, è assediata in casa e priva di spinta propulsiva all’estero. Per non parlare degli Stati Uniti, dove otto anni di Obama sono stati rovesciati in una notte da un personaggio all’apparenza improponibile come Trump.

La stabilizzazione della crisi, o comunque un suo timido addolcimento, non paiono dunque possibili. Dell’epoca neoliberale stanno venendo meno, o sono già venute meno, le premesse sociali, i metodi di governo, l’ideologia politica portante. 

L’alba della globalizzazione aveva promesso progresso a pioggia per l’intera società, e soprattutto per una classe media, espressione dei settori creativi della finanza e della cultura, destinati a divenire perno della vita politica, in quanto strutturalmente capaci di trarre profitto dalle opportunità di un mercato mondiale sempre più aperto. D’altra parte, la belle epoque degli anni ’90 pareva lasciare ampi margini di manovra al mantenimento di un welfare sì riformato rispetto alle presunte invadenze clientelistiche che ne avevano accompagnato l’impiantazione, ma comunque generoso nei confronti dei pochi esclusi dalla grande ondata modernizzatrice.

Dietro questa parola chiave – modernizzazione – si nascondeva in realtà l’espulsione del conflitto dalla modernità. L’arena pubblica non più come rappresentazione dei conflitti insiti nelle nostre società, aperta a disegni di emancipazione; ma come campo chiuso della risoluzione di “problemi”. Anzi, di un unico problema individuato come centrale: il buon funzionamento dei mercati ed il corretto dispiegarsi della concorrenza. Una pletora di “esperti”, immancabilmente selezionati nelle retrovie della grande impresa e della finanza, ha preso dunque il potere, sostituendo gli esecrati “politici”, troppo influenzabili dagli ondivaghi umori degli elettorati. Una foresta di istituzioni oligarchiche e a-democratiche è cresciuta ai margini della sovranità popolare, svuotandone il potere di indirizzo (paradigmatico il caso del referendum greco). Partiti, sindacati, parlamenti e governi ridotti al ruolo ancillare di selezionare personale chiamato a ratificare decisioni prese al di là della legittimità costituzionale. Sistemi maggioritari imperniati su di un bipartitismo fintamente competitivo hanno mascherato una rincorsa al centro priva di alternative.

La crisi ha fatto piazza pulita di tutte le illusioni ireniche, riconsegnandoci un presente di acuite polarizzazioni sociali, di aggressiva rinazionalizzazione degli spazi politici (ed economici) e di sistemi politici esplosi o comunque radicalmente trasfigurati.

In questa radicale riconfigurazione del quadro politico, la sinistra annaspa e stenta a ritrovare le proprie ragioni: un fenomeno che riguarda tanto la sinistra moderata quanto quella radicale; asserragliate, l’una e l’altra, nei fortilizi dei centri urbani benestanti ed espulse dalle periferie conflittuali. La ragione della crisi risiede nella paradossale accettazione, da parte delle sinistre, della logica intima della governance neoliberale, dell’accettazione cioè del divorzio tra conflitto e istituzioni. La sinistra moderata ha così esaurito la propria missione nel fornire personale allo Stato neoliberale, abbandonando l’ambizione di modellare le istituzioni sulle esigenze dei subalterni – cosa sono stati, qui da noi, i governi di centro-sinistra, se non una serie di governi tecnici, rispondenti ad interessi alieni a quelli dell’elettorato che li aveva resi possibili? I movimenti sociali, da parte loro, si sono arroccati sulla difesa della propria autonomia, incapaci (o incuranti) di approntare un disegno compiutamente egemonico, e sono stati facilmente disarticolati – Nancy Fraser ha analizzato la questione illustrando la cooptazione nel blocco neoliberale del movimento femminista statunitense, ma pure la parabola dell’ambientalismo tedesco pare in proposito illuminante.

Burocratizzazione da una parte e disarticolazione dall’altra costituiscono il frutto avvelenato di una logica speculare, quella dell’abbandono della dialettica tra autonomia ed egemonia. La ricostruzione del nesso tra conflitto e istituzioni è la chiave di volta per contendere ad una destra ogni giorno più minacciosa l’eredità della crisi del neoliberismo.

Da “Il Manifesto”, 8. 8. 2018