Il M5S? La sintesi perfetta dei vizi della II Repubblica

Quando gli scandali di corruzione, si dice, lambiscono il Movimento 5 Stelle, il clamore è maggiore. In parte perché alla corruzione dei partiti della seconda repubblica (Lega compresa, a proposito di cambiamento) siamo tragicamente abituati; in parte per aver fatto il grillismo dell’onestà la faglia principale lungo la quale articolare il proprio discorso politico. D’altro canto – e questo va rilevato sia a proposito del malaffare prosperato all’ombra della costruzione del nuovo stadio, sia a proposito degli episodi precedenti che hanno fatto tribolare la giunta Raggi fin dalla sua nascita – la presunta corruzione per lo più non riguarda il personale politico grillino, ma tecnici per così dire esterni al movimento.

Tuttavia in assenza di una netta inversione di marcia da parte del M5S è probabile che scandali del genere continuino ad affastellarsi. E purtroppo una netta inversione di marcia appare poco probabile, perché comporterebbe la messa in crisi di uno dei capisaldi strutturali del grillismo. A cosa ci riferiamo? Al deliberato, sbandierato e infine perseguito rifiuto da parte del movimento a formare una classe dirigente autonoma. Il M5S non è un partito, ma una accolita di “cittadini”, che tali devono rimanere. Uno vale uno, e nessuno si deve sporcare le mani con la “politica”. La voce dei cittadini va portata dentro le istituzioni, ma rimane, appunto, una voce, non un corpo sociale in grado di agire. E quindi ci si rivolge ad agenzie esterne di formazione delle classi dirigenti. Agenzie oltretutto sempre diretta emanazione dell’oligarchia – banche, grandi imprese, grandi studi di avvocati; mai una volta di un movimento di quartiere, per dire. Il personale amministrativo lo si prende già confezionato. Sulla sua onestà, come sulla sua preparazione e competenza, si sta alla sorte. O al giudizio della Casaleggio Associati. 

Prendiamo il profilo di Luca Lanzalone, al centro della vicenda stadio. Avvocato di successo delle grandi multinazionali, non è un militante del movimento. È probabile che, all’inizio almeno, neppure lo abbia votato. Però fa scouting per il movimento. Fa consulenze per il politici grillini circa il personale da reclutare per la direzione delle grandi aziende di Stato. Accompagna il capo a Cernobbio, a far da tramite con le grandi aziende. Simbolo plastico della mancanza di autonomia politica da parte del Movimento, la cui principale conseguenza traspare sia da ciò che non è stato – l’ipotetico governo monocolore grillino dipinto dalla lista dei ministri presentata in campagna elettorale aveva tutti i caratteri di un governo tecnico – sia da ciò che è – la totale subordinazione politica al leghismo, cioè a un partner di governo che impone la propria agenda con la metà dei voti.

Intendiamoci, la critica dei partiti della seconda repubblica che ha fatto da lievito alla crescita del grillismo è stata ed è sacrosanta. Partiti incapaci di incidere nella realtà politica del paese, interessati solo ad accreditarsi presso i grandi potentati economici e gli organismi sovranazionali democraticamente irresponsabili, hanno mostrato una permeabilità all’intreccio politica/affari difficilmente altrove riscontrabile. Ma, a ben vedere, dietro il rifiuto del grillismo di formare una classe dirigente autonoma sta una linea di netta continuità proprio con quella seconda repubblica, il cui tratto distintivo è stato proprio quello dell’appalto della formazione del personale politico ad agenzie esterne alla politica stessa, poco importa se presuntamente virtuose: la banca d’Italia in primis, ma anche le grandi banche private, le imprese, la TV ecc. ecc. Mentre i politici di professione, a fine carriera, si dedicavano a riscuotere parcelle miliardarie per le loro consulenze ai grandi gruppi privati. 

Non si tratta di un fenomeno solo italiano. Nei democraticissimi Stati Uniti, i grandi gruppi finanziari controllano, letteralmente e direttamente, da almeno un secolo i principali dipartimenti dell’Amministrazione, in una tendenza alla commistione che con la sinistra clintoniana al potere negli anni Novanta ha raggiunto vertici difficilmente perfettibili. Ricordiamo poi che i socialisti francesi, se non fosse stato per lo scandalo sessuale che lo ha coinvolto, avrebbero candidato alla presidenza della repubblica un presidente del FMI. E d’altra parte, proprio i Clinton, assieme ai Blair, gli Schroeder e tutta la crema della fu Terza Via si dedicano da anni a riscuotere parcelle a sei zeri dai grandi gruppi industriali e finanziari internazionali. In Italia, la storia della seconda repubblica è stata per certi versi la storia dell’alternanza al governo tra la Banca d’Italia e il gruppo Mediaset. Salvo intervalli di governi “tecnici” in cui siamo stati “salvati” dai “mercati”. Una storia in netta controtendenza rispetto alle origini della repubblica, quando i grandi partiti – non solo o non sempre quelli del movimento operaio – avevano saputo creare una classe dirigente direttamente da quei ceti popolari che si volevano rappresentare: intere generazioni di operai, contadini, artigiani, sono diventati essi stessi classe dirigente, sindaci, amministratori, deputati; per la prima volta nella storia dell’umanità i subalterni hanno avuto il potere di legiferare sui propri destini.

La seconda repubblica ha avuto, anche da questo punto di vista, un carattere di netta restaurazione. Le istituzioni sono state popolate dagli azzeccagarbugli del capitale, rampolli di impresa e di grandi studi di avvocati, o personale comunque scelto in base alla fedeltà personale ai capicorrente e a cui la politica garantiva una condizione economica prospera.

Va da sé che in assemblee così composte i disegni neo-oligarchici non hanno trovato opposizione. E, a causa della pervicacia con la quale negano la necessità della formazione di una classe politica autonoma, il grillismo non sembra strutturalmente capace di fornire rimedi a questa tendenza ormai trentennale. Eppure si tratta di un compito essenziale, senza portare a termine il quale anche i progetti nazionali e popolari meglio riusciti si trovano senza le gambe su cui camminare.

Da “il manifesto”, 16. 6. 2018