Il mito della concorrenza e la realtà delle privatizzazioni

Mi è capitato di rileggere con attenzione l’articolo di Walter Tocci in cui l’ex senatore del Pd si era espresso a favore del si nel Referendum sull’Atac. Sostanzialmente, come affermato dal senatore, una liberalizzazione del servizio servirebbe a “rafforzare il controllo pubblico” ed eventuali esternalità, sempre secondo Tocci, si potrebbero correggere attraverso la creazione di un’agenzia governativa che sia incaricata di determinare i prezzi del servizio.

La logica di fondo alla base del ragionamento di Tocci e sostenuta da gran parte del mondo del centosinistra (romano e non solo) si basa su un assunto fondamentale: le liberalizzazioni dei settori economici a monopolio pubblico come condizione necessaria per liberare le forze positive della concorrenza e la “mano invisibile”; assunto giustificato da una posizione critica verso il regime di monopolio, indifferentemente dalle diverse  tipologie in cui si articola (monopolio naturale pubblico  e monopolio privato).

Quest’analisi è profondamente ingenua in quanto ignora i profondi cambiamenti delle forme di mercato nella quale opera e si qualifica il capitalismo moderno, nel quale il feticcio della concorrenza pura perde il carattere di suo aspetto caratteristico. Con il superamento delle barriere nazionali al flusso di capitali e la mondializzazione dei commerci raggiunti ad uno stadio maturo il capitale cambia il modo di interagire nell’ambiente economico. Vengono messe in crisi le posizioni monopolistiche del passato, ma allo stesso tempo si affermano complessi industriali di carattere oligopolistico. Convivono nel capitalismo moderno regimi di oligopolio caratterizzati da concentrazione economica e contesti produttivi che non vengono investiti da processi di concentrazione, ma nel quale la differenziazione di beni e servizi fa si che poche imprese abbiano poteri di mercato ben definiti e dunque decisivi nella formazione dei prezzi.

Ne parlavo pochi mesi fa a proposito della settore ferroviario dominato da due colossi privati, è cosi anche per l’energia elettrica in cui un “oligopolio concentrato” ha generato una pressione verso l’alto dei prezzi dei beni, a seguito delle liberalizzazioni  del mercato promosse dall’allora ministro Bersani.  Un’agenzia pubblica col compito di regolare il corretto funzionamento del mercato, sul modello delle autorità indipendenti create negli anni 90, sarebbe solo un involucro giuridico per giustificare rendite di posizione. Come sappiamo le tutele giuridiche si  conformano ad un modello economico specifico e non andrebbero ad incidere minimamente su rapporti di forza nel mercato già definiti,cosa che solo potrebbero riforme organizzative e degli assetti istituzionali.

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