La falsa alternativa di Salvini ed un nuovo blocco sociale tutto da costruire

La vicenda Battisti, con i suoi aspetti  anche grotteschi, dice molto dello stato dello spirito pubblico del paese. Su due questioni. La prima: con questa vicenda arriva al punto più alto il populismo penale che da anni avvelena il dibattito pubblico e che è stato il varco da cui è entrato e si è consolidato un senso comune  retrivo che Salvini alimenta e manipola ma che gli preesiste. Non perché gli italiani siano di destra e lo siano sempre stati. Questo è il comodo alibi di molti fallimenti. Ma perché nella crisi sociale e antropologica il lavoro culturale della destra – svolto via media e  durato un quarto di secolo, con la compiacenza bipartisan dei suoi presunti antagonisti – ha avvelenato i pozzi. Con questa realtà bisogna fare i conti, perché è il terreno che è arato agevolmente dalla destra e dal suo nuovo leader, Matteo Salvini. Una realtà che andrebbe smontata e  cambiata di segno, se  fosse possibile, non assecondata come intende fare qualcuno.

La seconda: con la sua intemerata sugli assassini comunisti, Salvini non solo manda un segnale a tutta la teppaglia fascista di cui è diventato ormai un riferimento, ma preannuncia i termini della lotta politica quando non ci saranno più il movimento di Casaleggio e i contratti di governo a fare da argine se non altro per motivi di concorrenza. Siamo, insomma, nei paraggi di Orbàn che fa abbattere la statua di Imre Nagy e fa scomparire e probabilmente distruggere l’archivio del filosofo comunista Gyorgy Lukacs. La guerra al passato per egemonizzare il presente. 

Detto questo, un  punto sembra chiaro: Salvini, dismesso il ferrovecchio del secessionismo conflittuale e di governo di Bossi, sta mettendo in piedi una vera coalizione sociale e politica. L’obiettivo è saldare il blocco economico del Nord, stabilmente consolidatosi in quest’ultimo ventennio come subfornitore dell’economia tedesca e da essa dipendente nel bene come nel male, a  un  fronte di consenso nazionale che ricompatta a destra e in posizione subalterna la rivolta anti-establishment agìta in modo sempre più inefficace dal Movimento 5S. Non è secondario che il leader leghista stia reclutando come suoi collettori di consenso al Sud vecchi arnesi della destra e micronotabili campioni di trasformismo. Un sommovimento silenzioso  che rischia di drenare e fare evaporare a breve  anche il consenso ai 5stelle.

In altri termini, Salvini sta mettendo in piedi una formazione egemonica. Sta cioè  organizzando un blocco sociale assolutamente sovrapponibile, in forme attualizzate, a quello che ha dominato sotto regimi diversi la compagine nazionale nel corso di più decenni analizzato da Antonio Gramsci. Uno schema che può reggere perfettamente quali che siano i destini futuri dell’Europa. 

Non  c’è da scommettere molto, neanche da sinistra, sull’effetto demolitorio sugli attuali assetti europei per effetto di un probabile successo elettorale dei cosiddetti sovranisti alle prossime europee e di un contestuale  appeasement nei loro confronti dei popolari. E’ di queste ore la dichiarazione di Marine Le Pen, secondo cui non è prioritario il tema dell’uscita dall’Europa o dall’euro ma riformare il sistema dall’interno dopo aver conquistato il potere. In che direzione si può solo immaginare. Sicuramente non scardinando i principi funzionalisti, a-democratici e ordoliberisti che informano la costruzione della megamacchina della UE. Al massimo si tratterà di un riequilibrio minimo,  quello reso possibile dalle difficoltà tedesche, del nocciolo duro della governance egemonizzata finora da Berlino. Un tentativo che ha provato a fare anche Macron, stroncato per ora nella sua ambizione dalla rivolta dei gilet jeunes.

Intanto, può piacere o no, ma in Francia, la rivolta dei gilets jeune ha la natura di un’insorgenza sociale non ancora inglobata né ridimensionata in uno schema politico scontato. I gilets si muovono innegabilmente su un spartito che dovrebbe appartenere alla sinistra. Popolo mobilitato non contro l’Europa ma contro le élite sedicenti europeiste in realtà neoliberiste. Sgrossando la propaganda  dei media mainstream che cercano di renderli respingenti evocando violenze di strada, una messa in scena ad uso di telecamera di pochi marginali, i gilets pongono questioni politiche e sociali. Intanto non si tratta di trinariciuti poujadisti.  Sono espressione dei settori medio-bassi della società francese impoveriti dalla crisi e dal capitalismo estrattivo. Le loro proposizioni sono più avanzate di quello che dicono i loro terrorizzati avversari. Non sono affatto contrari alla transizione ecologica, solo non sono disponibili a pagarne il costo, mentre il grande capitale trova nella green economy  una nuova catena del valore e si appresta a trarne giganteschi profitti.  I gilets  ricordano alla sinistra, che si sta riscoprendo  ecologista dopo il successo dei verdi tedeschi, che serve fare della riconversione ecologica una occasione di riequilibrio sociale non soltanto nell’ottica ottusamente ragionieristica dei costi-benefici dei 5 stelle. Non si dà questione più seria e impegnativa per una forza che da sinistra volesse contrastare la destra nazional-populista.

E’ solo un tema, questo, tra quelli che potrebbero innervare  un progetto antagonista a quello di Salvini. Tra  cui sarebbe da inserire prioritariamente una riassunzione piena della questione meridionale come questione nazionale e democratica.  Prefigurando, sulla scorta dell’insegnamento di Gramsci, una strategia che ipotizzi un’alleanza  tra settori sociali del Nord e del Sud. 

Il Mezzogiorno, il cui voto è andato in forza al M5S, non è una unica entità reazionaria, tutt’altro. Solo l’insipienza politica di Renzi e dei suoi seguaci può pensare che il voto ai 5stelle sia stato un voto semplicemente populista e come tale irrecuperabile. E’ stato un voto di popolo. Lo stesso popolo che fino a pochi anni fa votava i partiti di sinistra e come, nel resto d’Europa, dopo aver subito i colpi della crisi e dell’austerità, ha revocato la sua fiducia alla sinistra politica. Servirebbe dunque un progetto politico che indichi una reale alternativa, che sia credibile a partire dal personale politico che lo porta avanti e guardi il paese nella sua interezza, nelle sue differenze e  nelle sue contraddizioni. Un’alternativa popolare, si potrebbe dire populista anche. Ma che, oltrepassando Laclau, costruisca un catene di equivalenze in cui il conflitto con la forma storicamente data del capitalismo e la materialità dei rapporti sociali torni ad essere una bussola. Che provi con proprie parole d’ordine a intercettare le domande di pezzi di società a cui solo la destra oggi parla. 

Inutile dire che al momento non si vede all’orizzonte niente di simile. Quantomeno però bisognerebbe iniziare a gettare le basi di una riflessione e di un aggiornamento culturale che non abbia nulla a che fare con il moralismo inefficace e la paralisi politica a cui siamo stati condannati ad assistere in questi mesi.

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